ULISSE BARBIERI.
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IL PALAZZO DEL DIAVOLO.
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1868. Natale Battezzati Editore. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Il romanzo, tratto da una leggenda cittadina,  ambientato nel sedicesimo secolo a Mantova. Si parte con personaggi storici che introducono al clima del romanzo gotico. Il conte Paride di Ceresara era alchimista astrologo e chiromante e queste sue doti e cognizioni furono apprezzate alla corte dei Gonzaga e da Isabella DEste. Ma il suo palazzo  legato a una diabolica leggenda secondo la quale fu edificato in una sola notte, o comunque in uno spazio di tempo brevissimo, cosa che lo rende legato a un intervento soprannaturale.
Allepoca nella quale Barbieri scrive, il palazzo, che si estendeva da Porta Pradella a Porta Leona (entrambe le porte oggi non esistono pi)  adibito a deposito di carri ed  chiamato Stallo del diavolo. Le voci popolari lo vogliono popolato da spiriti e folletti. Il palazzo, completamente riedificato, esiste ancora oggi e, dopo essere stato sede del giornale La Vita Mantovana nei primi anni del secondo dopoguerra e successivamente della Banca Agricola Mantovana  ora propriet del Monte dei Paschi di Siena e sede della Fondazione Banca Agricola Mantovana, ospitando importanti collezioni di dipinti, fotografie e numismatica. 
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L'AUTORE.
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Nato a Mantova l'8 febbraio 1842, fu a sedici anni imprigionato dalla polizia austriaca per essere stato sorpreso ad affiggere manifesti patriottici e condannato a quattro anni di carcere, tutti scontati. Questa disavventura giovanile pes gravemente sul suo carattere instabile, sulla sua incapacit di farsi una cultura seria e ordinata, di svolgere un lavoro costante e metodico. Partecip alla guerra del 1866, dove fu ferito. 
Fra il 1866 e il 1874 corre il periodo della sua maggiore fecondit e della sua maggiore fortuna. Facendo vita sregolata al massimo, riusc a produrre, si pu dire nei ritagli di tempo e nelle occasioni pi bizzarre, una mole enorme di scritti, che vanno dal romanzo al libretto d'opera, dal dramma alla commedia, dai canovacci per riviste alla poesia. Su tutto appare evidente il segno dell'improvvisazione pi frettolosa e superficiale, pur non mancando al Barbieri doti genuine di generosit e di entusiasmo.
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IL PALAZZO DEL DIAVOLO
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LEGGENDA MANTOVANA.
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Dedica.
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ALL'EGREGIA SIGNORA SELENE FOCASSATI
NOME CARO ALLA MIA CITT NATIVA
PER PATRI SENSI DISTINTA
ED ALLA QUALE
AFFETTI DI FAMIGLIA MI VINCOLANO
PER RICONOSCENZA E RISPETTO
OFFRO IN SEGNO DI STIMA.
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ULISSE BARBIERI.
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CAPITOLO 1. Che pu servire d'introduzione.
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Una leggenda! in pieno secolo 1868?! ehi! signor Romanziere, dir qualche gajo umore, dandomi una tiratina d'orecchi come faceva il mio maestro buon'anima quando sbagliavo la regola del tre od il mio professore di greco quando gli rispondevo latino.
Aff! perch no? una leggenda  una storia come un'altra; pi o meno vera, come tante altre storie vi sono, in cui si d ad intendere quel che pi piaccia! lanterna magica ad usum, in cui si fanno vedere lucciole per fanali.
D'altronde a che discutere sovra una o su tal'altra forma di lavoro? scelsi questa leggenda perch a me piace volar di fantasia ed  un ghiribizzo come un altro.
Varian di gusti i saggi!
Non gi che io pretenda con ci d'essere un saggio! Dio me ne guardi! Vidi dei saggi far tante e tante sciocchezze che l'aver un ramo di mattera nel nostro secolo di lumi (gaz)  forse la miglior cosa a desiderarsi!
Siamo sullo scorcio del secolo 1512. Pi d'uno dei miei lettori, e pi d'una delle mie amabili lettrici disponendosi al pranzo od agevolandone la digestione, o facendo almanacchi alla luna, per qualsiasi cagione insomma! avr passeggiato il Corso di Porta Pradella se  della citt, lo avr sentito nominare se  della provincia, e se qualcuno non l'ha veduto, non l'ha passeggiato, e non l'ha sentito nominare, vada a vederlo! Occorre cos poca spesa adesso che il progresso umano ha messo a disposizione di tutti un diluvio di quei cassoni ambulanti che si chiamano le strade ferrate, merc i quali, con un po' di buona disposizione ed una buona ammaccatura, ad una buona noja, e ad una buona raccolta di polvere e di caldo, se si  d'estate, e di freddo se si  d'inverno, si pu pacificamente viaggiare il mondo, e dico pacificamente tolto il caso d'un urto qualunque di convogli, opera della diligente diligenza dei nostri servizii pubblici in generale!
Il Corso di Porta Pradella pertanto  un bel Corso, lo dir io, a chi non abbia la volont di andarvi!  un'amena via fiancheggiata da bei caseggiati; alla bella facciata del teatro sociale, fa prospetto la porta sul cui arco in occasione dell'anniversario dei martiri di Belfiore la munificenza del Municipio ha fatto inchiodare delle figure, non so se di legno o di cartone, che sembrano di marmo guardandole d'innanzi, ma che per di dietro lasciano vedere le aste di legno che a sostenerle furono loro inchiodate nel capo, nelle spalle, ed in qualche altra parte pi bassa!.
Quelle figure dovrebbero rappresentare credo la Storia, l'Italia, o non saprei che altro patrio simbolo! Povera Storia e povera Italia!.. Guardate dalla parte della campagna cos acconcie a chiodi e ad aste di legno, vi danno l'idea d'una Crocefissione di nuovo genere, che parmi duri un po' troppo! e sarebbe oramai tempo che dovesse finire!
Il Corso di Porta Pradella  la passeggiata pubblica di tutti i giorni e massime delle feste, ove conviene il fiore delle vaghe fanciulle della citt, colle rispettive loro mamme, e col codazzo dei loro rispettivi occhieggiatori;  un Corso ristretto e quasi di famiglia, ch Mantova  citt cortese, citt che ha conservata l'impronta d'una vita abbastanza socievole sebbene sia passata fra i pi crudi rigori del dispotismo austriaco, forse anzi da quella cumunanza di sventure, resa pi fratellevole... Pronta ad accettare il germe di quelle idee che avanzano i popoli sul cammino dell'umanit.... che ha i suoi Club, le sue riunioni artistiche, scientifiche, agricole, politiche, sociali. La cui vita insomma pi che quella di altre provincie, s'avvicina alla vita delle capitali.
Le sue donne senza essere tipi di bellezza classica, senza avere la plasticit d'una statua di Carrer, sono d'una fisonomia simpatica (quando non sono brutte); nel loro sguardo v'ha una languidezza patetica, generalmente pallida  la tinta del loro volto, folte le chiome e per lo pi castane, portate per natura non all'astrazione delle meridionali, ma facili
Al dolce vagheggiar, le fatue larve
Dal pensiero evocate!
Ma non vorrei che qualcuno m'incolpasse di tessero l'apologia delle donzelle della mia citt natale, chi sa per qual malizioso fine, chiudendomi la bocca, col gridarmi sul naso: Bah! tutte le donne, sono donne!
Sta bene! e poco pi, poco meno subiranno la conseguenza del peccato originale che dann i nostri primi padri, e che procur a noi mille altri diversivi di dannazioni pi o meno in relazione colla vecchia storia del pomo!
Al fianco sinistro del Corso, vedesi anche oggigiorno un fabbricato di forma antica, in cui abitano sartine e lavandaje, ove fanno capo nei giorni di mercato i carrettieri e vi installano le lor rozze e le lor carrette, e che si chiama Stallo del Diavolo, come  indicato dall'insegna che si legge sulla sua porta arcuata.
La sua forma ha ben poco d'originale, oppure se v'ha d'originale,  una struttura disadorna, rozza, lo diresti impastato su alla meglio senza ordine architettonico, largo e stretto, con anguste scaluccie strette strette, con finestre che pajon porte, e con porte che pajon buchi; tre ale di fabbricato d'un sol piano, formano il quadrato del cortile, a destra del quale scorre quel ramo del Mincio che attraversa la citt e scarica le sue acque nel lago, che poi le riversa nel Po.
La tradizione popolare lo veste di fantastiche forme, e per molto tempo le dicere di spiriti che lo faceano echeggiare di gemiti, di folletti, che vi ballavano la ridda, ed altri simili fanfalucche impedirono che si abitasse; parve poi che gli spiriti prendesser paura dei primi che ne ruppero la solitudine, onde messa la coda tra le gambe, ammesso che gli spiriti abbiano una coda, se ne stettero zitti, zitti!
Svestito da queste idee superstiziose, che or pi non attecchiscono che nella mente di qualche ebete, o di qualche scolaro del seminario vescovile, da cui si esce presso a poco con ugual dose di istruzione e d'ingegno, rest generale l'idea che per opera di uomini, o del demonio, il detto palazzo, o piuttosto questo vasto casamento, fosse sorto come per incanto, ed in tale spazio di tempo da far credere ad alcun che di soprannaturale concorsovi alla sua fondazione.
La leggenda che io sto per narrare incomincia nell'anno 1512.
Ove ora pompeggia leggiadramente ornato delle sue belle case, della sua doppia fila di lanterne a gaz, la larga ed amena via, non eravi allora che un'immensa vallata a forma di praterie, quadreggiata da scannellati filari di salici e di pioppi, e fin d'allora di fianco a questa vallata, distante un breve tratto dall'arco di Porta Leona che  al fianco destro del teatro sociale, sorgeva il vecchio palazzo erettovi dal conte Paride Ceresara, in brevissimo spazio di tempo a forza di braccia e di denaro. Era questi professo nelle scienze oculte, molto in voga in quel tempo... era discendente di antica stirpe spagnola stabilitasi poi in Italia... ed era nato in Mantova nel 1466. Aveva gi 72 anni nell'epoca del nostro racconto... e durante questo lungo periodo di vita s'era molto distinto presso la Corte dei Gonzaga. Poco amante della carriera delle armi a cui destinavalo suo padre, e tratto dalla sua natura a studi poetici si era occupato nella solitudine del suo palazzo intorno a varie traduzioni latine e greche... Dicesi essere egli che tradusse alcune opere di Plutarco, la Dulnaria di Plauto, e che sotto il nome di Tieste de Ceresari scrivesse una celebre opera sull'astrologia giudiziaria. Amico del conte Nicol d'Arco ne spos la sorella: rimasto vedovo senza prole impalm Barbara Capralta e da questo connubio ebbe quattro figli.
Dedic al duca Federico Gonzaga un libro di Chiromanzia, con lettera di cui trovasi l'autografo nell'archivio del palazzo Ducale. Istruttissimo come era nella scienza astrologica vuolsi che nel suo libro la Geomanzia predicesse al cardinal Farnese il suo Papato alla morte di Pier Luigi... Era uomo piacevole, di ameno umore e carissimo ai principi che lo tenevano in alta stima...
Toccai questi brevi cenni di biografia storica onde dimostrare che il fondatore del Palazzo del Diavolo, o della casa della valle come la chiamavano allora, era tutt'altro che un Diavolo, bench il volgo lo tenesse in concetto di stregone e di maliardo che con malefizi e sortilegi viveva oltre ai mille anni.... e faceva patti col demonio per non morir pi.
Il vecchio conte intanto continuava nei suoi studi d'alchimia in cui aveva educato un compagno, il vecchio Marco che quei di Porta Leona chiamavano il segretario di satana perch, dicevan essi, l'ajutava nelle sue operazioni infernali.
I figli del conte Paride amanti pochissimo delle scienze, quanto l'erano invece di quella vita guerriera dell'epoca, s'erano sbandati per le vario corti d'Italia al servizio dei principi che vi tenevan regno. Mortagli la seconda moglie, egli era rimasto solo col vecchio Marco al quale portava tanto affetto d'amico e di maestro, che venuto a morte lasciollo erede del palazzo in cui si dice ch'ei trovasse sepolto un tesoro.
Che che fosse... dopo la morte del conte Paride, il vecchio Marco era chiamato qualche volta ei stesso alla corte pei consulti astronomici che prima vi teneva il suo maestro, e non a mani vuote ei v'andava e ne veniva! e la voce pubblica si dava a strepitar pi forte ch'ei si faceva ricco coi denari del diavolo!
Il paesano vedeva talvolta con terrore sulle ampie vetriate della casa, guizzare ed agitarsi una fiamma infernale, e neri globi di fumo uscir dai comignoli che pigliavan talora bizzarre forme di spiriti che ballassero la tregenda sul tetto del palazzo.
Il paesano per buon conto si faceva il segno della croce, e vi passava pi lontano che avesse potuto onde evitare di sentirsi preso pei capelli e costretto a firmare chi sa qual patto infernale in cui avrebbe perduta la sua anima. Poi arrivava alla sua capanna ansante e trafelato e messisi intorno i figli e la vecchia nonna, lor diceva che se avesser veduto come aveva visto lui, fuor del balcone della casa della valle eragli apparsa una testa nera nera, con sul capo due corna da non potersi misurare a braccia, e dalla cui bocca grande al pari d'un forno uscivano fiamme e serpenti, e che sul tetto v'eran dei mostri che facevan grida da ispiritati, e i ragazzi si stringevano intorno alle gambe della nonna, e la nonna biascicando pater nostri se li stringeva al petto e scongiurava Tonio a non passar pi neppur per sogno dalla casa della valle, che il diavolo andandoci vicino tosto o tardi la fa, e che col diavolo non bisogna prendersi confidenza.
E alla casa della valle regnava una calma misteriosa. Il sole era presso al suo tramonto ed a norma che la sua luce andava scemando, lo spazio raddensavasi fosco di tenebre. Nessun romore udivasi nella casa della valle, la folaga strideva dalla vicina palude, una gallina resta di ritirarsi al suo pollaio raspava la terra chiocciando. Ai piedi della scala che metteva nell'interno del palazzo, fuor della soglia della bassa porta, era seduta una vecchia dalle ossa scarne, dalle dita adunche, dalle occhiaie livide, a guisa d'una delle streghe di Machbet. Essa appoggiava all'osseo palmo il mento ricurvo con cui terminava la sua faccia incadaverita dall'et e guardava assorta in strani pensieri la gallina che raspava chiocciando sempre.
La vecchia sorrideva, se poteva dirsi sorriso il raggrinzarsi della sua pelle giallastra e ratrappita sul suo volto fatto pi strano dal scintillar della sua pupilla immota dentro le fonde occhiaje; sorrideva come i fanciulli e come gli scemi.
Marta! Marta! Vecchia strega! borbott una voce aspra dietro di lei; non ti muovi quand'io ti chiamo?
La vecchia non si mosse.
La gallina raspava sempre, e dalla terra smossa fe' saltar fuori una moneta.
La vecchia s'era per met levata dalla sua seggiola.
 mia... grid, o per meglio dire, stridette raucamente la voce che poco prima l'aveva apostrofata; ed un'ombra slanciandosi dal vano della porta ferm il piede sulla moneta... La chioccia spaventata fugg via, la vecchia ricadde sulla sua sedia...
Non valeva la pena che spaventaste cos quella povera bestia, borbott essa.
 oro... e tutto l'oro che v'ha qui  mio... ripet la voce.
L'uomo che cos improvvisamente era sbucato fuori della casa della valle, era un vecchio dai capelli grigi, dalla lunga barba parimente grigia ma folta, vestiva una nera vestaglia da camera che gli scendeva sino ai piedi, avea rimboccate le larghe maniche e ne uscivano fuori due braccia nude, lunghe, pelose; si appoggiava ad un nodoso bastone portava sulla testa una specie di calotta a rabeschi, curvo della persona, magro, abbattuto, l'avreste detto un'ombra viva in mezzo alle tenebre che si addensavano ognor pi colla nebbia che calava fitta fitta... Sulla sua larga e alta fronte per, nel suo occhio piccolo ed acceso il contemplatore avrebbe trovato qualche cosa che gli avrebbe rivelato una mente viva di giovent sotto a quell'osseo involucro spolpato dal tempo, e dalle lunghe veglie perdute forse nello studio or positivo dell'analisi, or astratto della meditazione.
Quel vecchio non era nemmeno un avaro come avrebbe potuto farlo credere il moto che egli fe' slanciandosi sulla moneta sterrata dalla gallina. Era semplicemente Marco il cercatore, l'alchimista, il mago, come lo chiamavano volgarmente coll'epiteto che avevan dato al suo maestro; uno di quei genj del mondo antico che consumarono in pazzi sogni i tesori della loro mente, intestati di fabbricar l'oro col prestigio della maga, mentre l'avevano a loro disposizione frutto della potenza del loro ingegno.
Marco erede del palazzo e della scienza del vecchio conte, per un delirio della vecchiezza erasi spinto pi in l del suo maestro, ed era entrato nel campo dell'impossibile; volea che l'alchimia gli centuplicasse l'oro fuso da lui nel crogiuolo dove s'intestava di trovarne la sorgente!
Entusiasta del soprannaturale, come lo sono tutti coloro che nello studio delle scienze cos dette oculte, logorano la vita. Pel vecchio alchimista che lasciava allora il suo fornello ardente, da cui uscivano crepitando le vive fiamme che i paesani traducevano per le corna di Belzeb, assorto nelle sue strambe contemplazioni, quella gallina che chiocciando smuoveva dalla terra una lamina del prezioso metallo, che egli forse aveva perduto al suo ritorno da un consulto scientifico, assumeva una forma che si sbizzarriva colle accese immagini della sua fantasia a quella stessa guisa che gli abitanti dei contorni di Porta Leona tramutavano il fumo che usciva dal comignolo del suo laboratorio chimico in bizzarri e spaventevoli spiriti che sul tetto della sua casa ballassero la tregenda!..
La vecchia che si era rimessa a sedere, si alz per richiudere nel suo pollajo la fuggiasca gallina.
L'alchimista prese da terra la moneta, la riguard, e mormorando strane parole ritornato lentamente al suo laboratorio, la gitt in un ampio crogiuolo dentro cui alla cocente fiamma d'un fuoco infernale, bolliva sprizzando strisce di liquida materia il metallo fumante, che si contorse e si fuse.
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CAPITOLO 2. 
Una notte infernale.
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Fischiava il vento curvando i canneti della valle, dall'orizzonte avanzavano neri nuvoloni carichi di tempesta; s'avanzavano come se gli uni sugli altri si rotolassero per lo spazio. L'aria istessa grave, quasi ferma, pareva stesse trepitando in attesa d'uno di que' sconvolgimenti che fanno desiderare al viaggiatore il focolare domestico lasciato deserto, e pesano sull'animo involontariamente come il preludio di quelle sventure che stanno nascoste nell'infinito, come le folgori che si fondono in quel caos tempestoso.
Il temporale saliva, saliva... dal fianco sinistro di Porta Leona; il nibbio volteggiava in larghe ruote, l'atmosfera soffocante, satura di elettrico lampeggiava foschi baleni... Regn per qualche momento quella calma queta non rotta da un soffio, che precorre sempre gli uragani! Poi come onda sfrenata un sibilo pass agitando gli alti pioppi, fuvvi un lampeggiare spesso, incessante, un fragore di tuoni. Le folgori scrosciando pareva volessero aprire le caterate del cielo. Sulla cima d'un albero un nero uccellaccio gracchiava movendo il lungo becco come se intuonasse uno strano canto!.. L'albero colpito a mezzo dal fulmine cadde, il nero uccello spiegando le larghe ali, ristette immoto come sospeso nello spazio..... poi chiudendo l'ali, ratto qual freccia si disperse travolto forse dalla buffera; la grandine tempest, l'acqua si rivers a torrenti sulla terra.
Nella casa della valle tutto era silenzio... Vedevi solo un lume passar rapido da una all'altra delle finestre.
Nella stanza abitata dal vecchio alchimista il fornello era spento. Nel vasto laboratorio terreno, le storte di vetro, gli imbuti, i cilindri giacevano polverosi ed abbandonati ingombrando le larghe tavole di legno, che ne occupavano le latitudini; la vecchia Marta dimentica del suo pollajo e delle sue galline che solea chiamarsi attorno al suo seggiolone di legno, se ne stava in una camera vicina a quella dell'alchimista, immersa in un cupo meditare.
Le sue labbra si movevano come agitate impercettibilmente, mentre nessuna parte del suo corpo dava segno di vita; la testa aveva china sul petto, l'occhio fisso sul terreno, le mani incrociate sulle ginocchia quasi ratrappite....
Ti pareva una di quelle bizzarre creazioni della vecchia scuola germanica... un essere non umano raggomitolato in quell'angolo della stanza.
Marta! Marta! s'intese mormorare una voce fiocca, rauca.
La vecchia si scosse Chiama me, borbott fra i denti, scuotendo la testa grigia, ed il suo occhio mand un lampo di viva intelligenza. E cosa sono venuti a fare i suoi nipoti se ha bisogno ancora di me? continu essa, come se queste parole fossero la chiusa di chi sa quale ragionamento che era passato nel suo pensiero durante la sua lunga meditazione.
Marta! chiam di nuovo la voce, fatta pi stridula dal fremito dell'impazienza che scuoteva le fibbre del vecchio.
Marta levatasi si mosse... si appress alla porta, l'aperse ed entr. Era una stanzaccia larga e disadorna, le pareti nere ed umide erano tappezzate di quadri, ad alcuni dei quali si attribuiva un valore immenso; sul camino ardeva il fuoco e riverberava tutto all'intorno una luce oscillante; sovra ad un mobile vicino al letto era situata una lucerna di ferro sormontata da un coperchio di pergamena ingiallita dal tempo che stringeva la luce in un circolo e lasciava in una semi oscurit il resto della stanza; sul camino i tizzoni ardenti crepitavano, si sentiva al di fuori infuriare la procella.
Marta entr e mosse verso il letto che era di fianco al camino, e sovra il quale giaceva il vecchio.
Quasi sepolto sotto alle coperte che si era ammonticchiate addosso onde difendersi forse dal freddo della morte che gi l'agguantava col suo inesorabile artiglio, non scorgevasi di lui che la smunta faccia ed il crine rabbuffo sovra cui in atto d'impazienza si agitava un braccio quasi di scheletro che si movesse nella tomba.
Le pupille roteavano dentro alle livide occhiaje come fosse sotto l'impressione d'uno spasimo convulso... Marta... Marta... strega del demonio.... vuoi farmi morir dannato che non ti avvicini al mio letto? strideva egli con tuono gutturale. Un violento impeto di tosse gli ruppe la foga del dire... e bianche le labbra, per lo sforzo operato agitatosi un istante sul letto ricadde.
I vostri nipoti non sono ancora arrivati... ma arriveranno in tempo, state sicuro... e la vecchia lo guard scuotendo il capo come allora che s'era alzata dalla sua seggiola.
Marta... vuoi farmi dannar l'anima sconoscendo il mio sangue! balbett il morente... e dal suo ciglio usc un lampo.
Enrico e Carlo s'ubbriacano alla taverna del Gallo nero, ribatt Marta. Nelle fibbre del vecchio corse un fremito!
Dannazione! url sollevandosi come macchina inerte allo scatto d'una molla... E il mio oro a chi lo lascier io? e ne ho molto dell'oro! dell'oro! ripet tra s... dell'oro!
Verranno a tempo.... mormor la vecchia.
Un lampo seguto da uno scroscio di folgore pass dalla finestra, un buffo di vento vi gett contro la pioggia che diluviava.
Il vecchio rise... stese il braccio ed afferr l'aggrinzata mano di Marta.
La dicono la casa dello stregone... gli susurr piano all'orecchio, e il demonio rider. Ah si ubbriacano alla taverna mentre io muojo qua? solo, come un cane arrabbiato? e tu, vecchia strega, dici che verranno in tempo per avere il mio oro? Ma sai tu ci che io lascio loro?
Quella cassa l... disse Marta segnando un angolo della stanza... tanto di grazia di Dio! che sar gettata come un osso nella bocca del lupo!
No... Marta... no... tu sei scema e non vedi un palmo al di l del naso!
Il vecchio s'era rizzato sul letto; Marta lo guard e di addietro d'un passo; quasi ebbe paura di quella sua faccia che rideva d'un riso da demone. No, Marta, no! ripet egli...  la dannazione che io lascio loro! e l'ho accumulato per loro tutto quel tesoro... guardalo, vecchia! vi sono gemme che abbagliano, verghe d'oro che pesano... ho sofferto ed essi non hanno mai avuto una parola per me... li ho chiamati e mi hanno riso in volto... mi credevano povero, e mi lasciano morire come m'hanno lasciato vivere... bisognava bene che mi vendicassi dei loro torti! bisognava bene che loro rendessi il male che m'avevano fatto!
Ed avete lavorato e studiato, e vegliate le notti, e consumati i giorni per far ci?
S, ripet il vecchio, il cui aspetto divenne cupo e severo. S, Marta! ho lavorato, ho studiato, ho vegliato le notti sui libri, ho consumati i giorni chiuso nel mio laboratorio, mi abbisognava dell'oro per coricarmi vendicato nel mio sepolcro... e ne ebbi... fra poche ore... ebbri dall'orgia essi cacceranno le mani entro quelle gemme.... palleggeranno quelle verghe che io ho fuse... e sai tu che sia l'oro per due anime dannate... in cui non ha alimento un'idea che non sia una colpa?
Quell'oro dev'esser diviso, Marta!.. essi si uccideranno per non dividerlo!
Marta arretr spaventata e biascic tra le labbra non so quali parole.
S, continu il vecchio, aveva bisogno d'aver dell'oro perch voleva che fosse d'oro il pugnale avvelenato con cui voleva colpire... L'oro... questa leva potente delle umane passioni  in mia mano.... ed io me ne faccio strumento... Io punisco... Dio perdoni!
Il vecchio erasi sollevato sul letto grande d'una maestosa imponenza... L'avresti detto bello! la lunga barba cadevagli sul petto e vi tremolava sopra; il capo maestosamente teneva alto, sulla sua fronte eransi appianate le rughe, il fuoco dell'animo ridesto come da focolare sotto la di cui cenere si rimuova la bragia, lampeggiava sinistramente... Egli lasci il braccio di Marta che lo trasse intormentito e lev gli occhi al cielo quasi chiamandolo a testimone, giudice ei della colpa, a cui faceva tribunale la sua coscienza... La procella infuriava sempre pi, Marta attonita guardava il vecchio alchimista la cui figura assumeva in faccia al suo spirito agitato strane e fantastiche forme... le parve intendere all'orecchio un ronzio di leggende, di fantasimi e di morti, e di diavoli che sulla groppa portavano le anime che avevano comperate, e si ricantucci presso al fuoco ascoltando lo sbatter delle imposte scosse dal vento, il rimbalzar della pioggia sui vetri delle finestre, e sogguardando furtiva verso il letto, tal quale il vecchio si era disteso in un assopimento che assomigliava l'immobilit della morte.
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CAPITOLO 3.
 La taverna del Gallo Nero.
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Dove ora si distende fiancheggiata da modesti caseggiati la contrada anticamente Via torre dello Zucchero, ora Via Tazzoli, nome che prese da uno dei nostri pi illustri martiri che col sangue consacrarono la grande opera del nazionale riscatto.
A destra volgendo verso la piazzetta del Bargello, esisteva un viottolo stretto stretto; i muri laterali degli edifici che vi facevano angolo sembravano combaciarsi all'estremit del tetto e formavano una specie di vlta sotto cui echeggiavano or le frequenti risa, or le imprecazioni con buona volont sonore degli avventori del Gallo Nero.
La taverna del Gallo Nero aveva una rinomanza sui generis, se ne discorreva molto, e talvolta a voce molto bassa; attorno ai tavoli forniti sempre di buoni boccali vedevi maschie figure dal colorito bruno e rosso, dai capelli arricciati, colle loro maniche rimboccate sul gomito che facevan sfoggio d'una nervatura da toro; vi si giocava pacificamente una partita di carte, si somministrava qualche ceffone e si tirava dritto, per una parola di traverso.... erano buona gente aff gli avventori della taverna dello Gallo Nero! E quel caro padron Tonio.... Aveva una moglie che la faceva in barba alle dame di citt! e alle castellane di provincia! pesava pi di 200 chilogrammi! senza l'aggiunta delle sue dieci sottane che le davano la perifera d'un tino; era grossa come un frate, rossa come un cocomero! Sapeva la storia di Guerino.... e ti parlava a mena dito della grande spada di Bovo d'Antona primo cavaliere del mondo!.. e di cui diceva che si sarebbe innamorata morta, fregiandolo dei suoi colori in onore dei quali col suo spadone avrebbe ammazzato pi Turchi che ella non ammazzasse polli per gli avventori del Gallo Nero....
Guai per se l'ottima mamma Gaetana, guardando fuor della bottega avesse susurrata una parolina all'orecchio dell'ottimo marito e se l'ottimo marito, quel dabben uomo del padron Tonio, l'avesse fatta correre per l'eccellente brigata... ogni mano lasciando la tazza o la carta si cacciava a frugare il fondo d'una tasca, ed in ognuna delle tasche di quei bravi figliuoli c'era da scommettere che non mancava un buon coltello o qualch'altra cosarella! ch i tempi correvano calamitosi, dicean essi, e il pane costava caro.
Porta da bere, vecchio orso! grid uno della brigata, battendo forte col pugno sul tavolo in modo da far traballare le colme tazze dei compagni.
Oh! l! piano colle tue smanie, Enrico... gingillo mio! Aff, cos'hai stassera? hai veduto l'orco per istrada? gli borbott un vicino a cui avea fatto spandere dal bicchiere un po' del suo vino.
Ho... ho... borbott l'apostrofato con mal umore crescente, che m'avete fatto liscio come un uovo! ma... dannazione dell'anima mia! che raddoppio la posta!
Raddoppia la posta... sogghign un compagno urtando nel gomito un omaccione corpulento il quale andava sfogliando le carte in attesa che si sciogliesse la questione.
Che ci hai a ridire tu... eh? ribatt di nuovo Enrico a cui il mal umore montava al capo coi vapori del vino... tienti in gola quei tuoi sogghigni o che a quella tua strozza nata fatta pel boja, fo io un occhiello da cui tu abbia a tirar fiato pi presto!
Eh, eh! come si galoppa, salt su l'omaccione... la fai presto cogli occhielli tu...  vero che della forca non hai paura, che il Mago della Valle avr ben qualche filtro per il suo giojello di nipote, per farlo tramutare in chi sa che arnese! senti, Enrico! se fossi in te vorrei prendermelo il gusto di farla al compare! che restera di stucco vedendoti sfuggirgli di mano come un'anguilla proprio allora che ti stesse facendo il tiro.
La facezia fe' rider la brigata e calm l'ira che s'addensava nel cervello del giovine.
Va l... siedi qua e bevi... e lascia andare la fortuna per la sua strada! la fortuna! e tu vuoi dar di cozzo contro le muraglie se la non ti fa il viso dolce? La  una maranna di strega da far ammattire san Giobbe che l'era quel santo che tutti sanno e che nessuno di noi lo somiglia... Corpo d'un otre!
E porse la tazza ad Enrico che la vuot d'un sorso.
Hai ragione, Giacomaccio! tanto fa! quando si  rotto il capo bisogna tenerlo rotto, o pagar la fattura del medico, e al gioco quando quel birbo di satanasso dice di no... non c' corna di santo che gliela faccia tener dura! Ne ho perduti tanti stanotte da far baldoria per un secolo... Porta del vino... oste! Compare Tonio! orso!
Il giovine che si scalmanava in tal modo, dando sfogo all'orgasmo che gli arrovellava l'animo, era uno dei due nipoti dell'alchimista; era venuto da Milano ove era stato al servizio d'uno di quei signorotti che reggevano con ferreo giogo quell'infelice paese! s'era venduto per tanti scudi d'oro al mese, che aveva spesi orgiando e giuocando, ed imprecando ad ogni giorno che ritardava la morte di suo zio da cui sperava un'eredit che le dicerie del volgo dicevano favolosa, bench patteggiata col diavolo. Seguitava la sua vita di prima, correndo dietro a tutte le donzelle che gli fosser date nell'occhio, frugando in tutte le bettole ove avesse stanata una bisca, e gozzovigliando colla peggior feccia della plebaglia, che non moriva sulla forca quando i signorotti dei dintorni ne facevano carne da macello per servire ai loro capricci in quelle eterne rappresaglie che per tanti anni insanguinarono la nostra povera terra.
Avvenente di figura, dalle fattezze regolari, dall'abito lindo ed azzimato, dall'occhio ardito, in cui il pensiero lampeggiava rapido, mobile, ardente, aveva fortuna come si suol dire, col bel sesso. Ond'egli pareva si fosse assunto la missione d'essere la pietra di prova sulla generale specialit di queste gentili eredi della seduzione, e che propendono tanto ad amare i cattivi soggetti, forse in omaggio all'antica Eva che scelse un serpente fra tutti gli angeli del Paradiso.
Dissimile da suo fratello Carlo, animo avido e cupo; chiuso in s e dominato da una sordida avarizia, Enrico metteva nel fare il male quella sfrontata impudenza che talvolta lo rende scopo all'ammirazione. Egli faceva il male per il male, per la volutt di compierlo, per poter dire a s stesso, dovevo arrivare fin qui, e vi sono arrivato! la donna da lui oggi tradita, non era domani per lui neppure una memoria, dacch il suo nome non era che uno di pi aggiunto agli altri che insultava col cinismo del labbro, e seppelliva col gelo del cuore.... Avrebbe ucciso un rivale, non per soddisfare al suo amor proprio oltraggiato, ma per far pesare un rimorso di pi sull'animo di colei che giurava d'amare, ed a cui avrebbe portato in dono il suo pugnale tinto di sangue.
Mantova sotto la signoria del duca Ferdinando Gonzaga offriva ampio campo allo sfogo di un'indole di tal tempra; nato in un'epoca in cui l'audacia era l'arme pi potente onde imporsi alla forza che gli stava ringhiosa di fronte, gelosa solo, non della giustizia che avrebbe dovuto difendere, ma di lasciarsi torre il passo! cosa non era lecito a chi avesse animo d'osare tutto, sconoscendo tutto quanto non era l'impulso della propria volont imposta a legge e conseguita coll'arbitrio?
La superstizione popolare che almanaccava sui sortilegi del Mago della Valle, a lui suo nipote era pi che egida, attorniandolo d'una tal qual paurosa trepidazione che non osava scrutare apertamente ne' suoi atti per timore che ad un suo scongiuro il diavolo a cui la sua anima si doveva essere al certo venduta, gli comparisse fedel servo, e giocasse chi sa qual tiro a chi fosse stato da tanto da immischiarsi negli affari suoi!
Tale era in faccia al volgo il pi giovane nipote all'alchimista della valle, ed in faccia a s stesso poi, un rompicollo che se non entrava nella casa di suo zio mentre stava morendo, lo faceva forse per togliersi alla tentazione di dargli un'ultima mano e con pietosa opera finir cos la sua lunga e per lui molto seccante agonia.
Compar Tonio, l'oste del Gallo Nero, al sol sentirlo gridare da indemoniato, corse a spillar la sua botte migliore, e gli port vino con umile sommissione.
Bravo, compar Tonio... gli disse il giovane poi che ebbe gustato il vino, battendogli famigliarmente sulla spalla, acquetato forse nella sua rabbia dall'effetto che aveva prodotto sul vecchio ostiere che sapeva uomo di buona stoffa e degno di essere a capo della fida brigata de' suoi avventori.
Hai spillata una botte nuova eh?
Padron Enrico!  di quello che non tutti han la fortuna d'assaggiar troppo spesso!.
Bene.... Tonio! lascia che crepi mio zio e te ne vo' lasciar gi in questo tuo antro, di quei buoni scudi che tu fai suonar s bene ammucchiati... nella tua cassa...
Io degli scudi! padron Enrico.... borbott il degno compare che aveva provato un fremito al sentir nominare la sua cassa da quello stimato avventore che era padron Enrico, e facendosi piccin piccino seguiva: Madonna benedetta! l'assicuro io che si pena e come... a viver di pane con questi tristi guadagni!
Non aver paura... no... che non voglio gi mangiarteli i tuoi scudi! vecchio orso... purch tu mi dia vino, e non abbi ad aprir becco.... e voi qua.... bevete! alla salute di Belzeb! e che sulla sua groppa si porti presto l'anima del Mago!
Le tazze furon vuotate in un sorso. La porta della taverna si aperse d'un tratto... e sulla soglia apparve un fantasima avvolto in una coperta di lana bigia che si confondeva colla oscurit dell'andito che dava ingresso alla taverna.
I bicchieri caddero di mano ai bevitori! Enrico si volse e di in una risata stridula e convulsa...
Il vecchio muore! balbett la vecchia Marta dalla soglia sulla quale era apparsa in s improvviso modo, e da cui ritta ed immobile avea ascoltate le ultime parole d'Enrico.
Fratello che insulti tuo fratello, figlio che insulti tuo padre! la vendetta del cielo sta sul tuo capo... ripet essa con voce fessa ed acuta.
A quelle parole che parevan uscire dalla bocca d'uno scheletro, dalle cui occhiaje larghe, aperte e profonde scintillava un raggio di fuoco, Enrico sent un brivido scorrergli le fibbre, un gelo rapido, improvviso, gli serr il cuore; si alz quasi involontariamente. La vecchia era scomparsa...
Degli avventori del Gallo Nero non uno trov un accento.... quella strana apparizione aveva gelate tutte le labbra, gli occhi di tutti erano ancora fissi, immobili su quella soglia, sulla quale a ciascuno pareva ancor di scorgere quella forma di cadavere che pure avea una parola... e che pareva fosse sorta da sotterra per rispondere ad un insulto, sollevando la parola della minaccia fra il fragore dell'orgia.
Al diavolo la strega e pace ai morti! mormor Enrico vuotando di nuovo la tazza che aveva deposta sul tavolo.
Il vecchio muore! gli ripet una voce dietro di lui!
Un pugnale scintill rapido nella destra del giovane che si volse tremando per tutte le fibre.
Suo fratello Carlo gli rise in faccia in strano modo.
Hai proprio paura dei morti? gli disse egli mescendosi vino.
Al diavolo anche tu! Bel modo d'annunciarti, con quel maledetto ritornello.
Vieni fuori che il vecchio ci aspetta.
Non ti vidi tutta notte.
Ho passeggiata la campagna spiando il lume che arde nella stanza di nostro zio.
Lascialo spegnere in buona pace...
E s'io ti dico che  spento?
Sarebbe morto il vecchio? esclam Enrico stringendo la mano del fratello.
La vecchia era uscita per chiamarci... ma il lume ardeva ancora nella stanza del vecchio, disse il fratello con lugubre accento.
La vecchia camminava per la strada avvolta nel suo sciallo grigio e pareva si confondesse colla nebbia... Il lume ardeva ancora, essa poteva tornare, e il tempo fugge s presto! aveva lasciata aperta la porta... io sono entrato... ed ora il lume non arde pi nella casa del vecchio.
Ad Enrico si rizzavano sulla cute i capelli, l'occhio di Carlo facevasi fosco fosco, la sua voce cupa cupa.
La mano che gli serrava il braccio gli parve fredda come l'artiglio d'un demone, prov quel ribrezzo che si prova al sentirsi girare intorno alle membra le spire d'un serpe, gli sembrava di vedere il vecchio steso sul suo letto, e il lume crepitare debolmente, e un'ombra strisciare tra le tenebre, compiersi il delitto, e sul capo dei colpevoli gracchiare la stridula voce della vecchia... sinistra profetessa di sventura che sul capo degli assassini salmeggiava il versetto della Bibbia che chiama il cielo a vindice sui delitti della terra!
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CAPITOLO 4. 
La ballata dei morti.
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I due fratelli uscirono dalla taverna; eran cupi e silenziosi come la notte che s'addensava sul loro capo fosca di tenebre. Addentratisi per le varie vie della citt, giunsero a Porta Leona quasi senza scambiare un motto; tutto taceva a loro d'intorno, dalle finestre non splendeva un lume, sentivasi solo il suono alternato dei loro passi al cui rumore si volgevano talvolta di soprassalto, poi riprendevano la via.
La casa dell'alchimista giganteggiava nelle tenebre, il vento della notte vi fischiava intorno, l'acqua del canale rumoreggiando seguitava il suo corso, essi ristettero, pareva che un arcano senso di paura li rattenesse dall'avvicinarla.
Enrico mosse per il primo con passo fermo, squass le sue lunghe chiome che gli scendean sugli omeri a guisa di chi voglia scacciare un importuno pensiero o vincere un'infantile impressione dell'animo e si fe' innanzi. Il portone era chiuso.
Chi  entrato in casa? domand al fratello.
Sar la vecchia Marta che venne a cercarti alla taverna.
Enrico di di piglio al battente ed il silenzio della notte fu rotto dai reiterati e gravi colpi percossi sul maglio e che sinistramente echeggiarono nella valle.
Non un rumore interno vi rispose.
Apri, strega del diavolo! grid Enrico con accento irritato.
Carlo stava immoto, con fissi gli sguardi al suolo, s'intese lo stridere d'un finestra che si aperse, egli trassal, un lume brill dall'aperto vano.
Apri, Margherita, mormor Enrico.
Il lume disparve ed indi ad alcuni istanti, dalla toppaja si vide splendere una luce, poi s'intese una voce chioccia in tuon gutturale cantare con monotona cadenza alcune strofe d'una vecchia ballata.
Buh! buh! buh! non strider tanto
Uccellaccio della notte!
Senti?  il gemito dei morti
Che risponde a quel tuo canto,
Uccellaccio della notte
No, non strider Buh, buh, buh!
Quando i morti sono morti,
Va pur via, non tornar pi.
Apri strega! borbott ma pi piano la voce d'Enrico, quasi che egli stesso ne avesse avuto paura.
La porta stridette sopra i suoi cardini arrugginiti, la vecchia sempre avvolta nel bigio suo sciallo, reggendo una lanterna che spandeva d'intorno una fiocca luce, di passo ai due fratelli che entrarono e mossero verso la scala che metteva al solo piano di cui era formata la casa ripetendo fra s mentre richiudeva la porta le strofe della sua lugubre ballata...
Buh, buh, buh! non strider tanto
Uccellaccio della notte.
Un guffo squitt dal comignolo come se volesse rispondere all'appello della vecchia... Essa rise mostrando i pochi e gialli suoi denti sotto la floscia epidermide delle sue labbra raggrinzate e smunte.
Vuoi tacere, Margherita! col tuo gingillo di canzone, gli grid irritato Enrico.
 la notte dei morti ed io canto il canto della morte, rispose la vecchia... Ardeva il lume nella stanza del vecchio, un soffio ha spento il lume, e l'assassinio ha soffocato il respiro della sua bocca...
Che parli tu d'assassini e di lume?! si volse a dirle Carlo con voce che appena appena poteva dirsi intelligibile.
Il lume ardeva quand'io sono uscita dalla casa... non ardeva pi quando sono entrata, l'olio non era consunto e il vecchio non poteva spegnerlo... La notte dei morti  fredda come questa notte, e i gufi cantano sui tetti delle case ove abitano i cadaveri.
Uccellaccio della notte
No, non strider Buh, buh, buh!
Quando i morti sono morti
Va pur via, non tornar pi.
 pazza, mormor Enrico... e trascin pel braccio Carlo che pareva inchiodato sulla soglia della stanza verso cui movevano ascoltando la voce stridula della vecchia che si perdeva lenta e monotona come il lamento che si scioglie sopra una tomba.
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CAPITOLO 5.
 Il Testamento.
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L'indomani di quella notte tra le cui tenebre il delitto aveva compiuta l'opera sua, per tutta la citt e pei dintorni si sparse la voce della morte del vecchio alchimista. Si parlava da per tutto d'un'ombra bianca che qualcuno mentre chiudeva le finestre per mettersi a letto, aveva veduto gironzare per le vie, e dicevano anche che cantasse uno strano canto, onde taluno credette fosse l'anima del mago che andasse chiamando lo spirito a cui s'era venduta. Quel che  certo si  che un vecchio notajo chiamato dai nipoti dell'alchimista a schiudere la stanza del morto trov disteso sul letto il suo cadavere; gli occhi del vecchio erano aperti tuttora, fissi ed immoti nell'orbita spalancata enormemente, attorno al collo aveva delle violacee lividure, un braccio scarno e stecchito improntato ancora dalla violenta contrazione dell'agonia stava penzoloni fuori delle coltri arruffate, ond'ei si sorprese di quegli indizi quasi d'una lotta disperata con cui pareva avesse scongiurata la morte, mentre vecchio e debole come era avria dovuto addormentarsi tranquillo nell'eterno sonno. Che, che per avesse pensato tra s il notajo, fu cosa che rest sepolta nel suo pensiero n anima mortale lo seppe, ch i due nipoti dell'alchimista assistenti al funebre ufficio avean tali ceffi in quel momento da far gelare la parola sulle labbra di chiunque non foss'ei pur stato un dei notaj d'allora, avvezzi a ben strane funzioni inerenti alle pratiche del loro ministero, e bench vecchio, il notajo ci teneva alla vita per non creder conveniente di sprecarla per pettegolezzi da donnicciuola. Egli trov che il morto era morto, che il cadavere era quello di Marco il guardiano del palazzo, professo nelle scienze occulte, possessore della casa che aveva ereditata dal signor conte Paride Ceresara, morto perch tutti devono morire, ed egli che passava gli ottant'anni di vita era giusto che morisse.
Il testamento del vecchio era chiuso in una busta di pelle di daino unito ad altre carte di famiglia. Lo dissuggell in presenza ai nipoti e ne fe' regolare lettura.
Consisteva in pochissime righe, scritte con mano sicura.
All'ultimo vivo de' miei nipoti Enrico e Carlo lascio l'intera mia sostanza di cinquantamila scudi romani chiusi nella cassa di ferro che sta a capo del mio letto.
Io Marco Berlinghieri.
L'anno di grazia 1517.
Fuvvi un lampo di sangue nello sguardo che si lanciarono i due fratelli alla lettura dello strano testamento, la vecchia che muta sedeva in un angolo della stanza rise di quel suo mal riso da meggera.... Il buon notajo sent un fremito corrergli per l'ossa e gli sembr mill'anni d'esser lontano da quella casa, di respirare un po' pi liberamente l'aria del mattino e di vedere all'aperto un raggio di sole. La sua mente agitata gli dipinse strane immagini di sangue... e rantoli d'agonia, e minaccie di morte... e ritto in mezzo a quella stanza vide il fantasma del delitto battere le negre ali, e assidersi cupo dominatore di quella casa maledetta... e gli parve che il braccio stecchito del vecchio volesse levarsi per segnare sul fronte un omicida... e quella bocca di morto mandar chi sa che strane accuse... e con quel cadavere stringersi un altro corpo in un abbraccio, ond'ei fugg via spaventato, e non ebbe passata la soglia che un grido tremendo d'agonia gli ghiacci il sangue nelle vene e il fe' restare immoto, e ascolt suo malgrado, e intese un dibattersi convulso come di chi lotti, e un lamentar di chi muore... e gi dal fondo del cortile intese di nuovo il ridere della vecchia, che andava ripetendo in tuon funebre la triste ballata dei morti.
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CAPITOLO 6.
 Il fratricidio.
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Suona a morte il funebre rintocco d'una squilla... Dio! come le tenebre son cupe! Mai notte pi grave di nebbia cal sulla terra... senti un vociar di salmi? e la terra che cade sovra una bara? Vedi i lumi del cimitero vagar tra le croci come anime di morti che escon fuor delle loro tombe?.. L'uomo della casa maledetta riposa sotterra... L'ultima vangata  caduta sul suo feretro, oramai non rende pi suono....  colmo l'orlo della fossa, il becchino vi distende sopra la smossa argilla, fra poco vi spunter l'erba, e l'anemone vi olezzer vicino fecondato dal sole.... Il giardiniere del cimitero  prodigo di fiori alle tombe.  un nobil cuore il giardiniere del cimitero.... se lo chiedete ai parenti dei morti vi diranno per quanti scudi egli coltivi i suoi fiori... per quanti scudi con cura pi che pietosa copre di terra i feretri... per quanti scudi... vi sterra un teschio e lo imbianca colla calce perch vi brilli liscio e lucido sullo scafale d'una biblioteca, o dentro un museo d'anatomia.  un uomo che si vende a buon mercato il giardiniere del cimitero! ed egli non domanda altro che di stringere colla piet pubblica i suoi contratti di mestiere...  il pi onesto dei trafficanti, ch da alcuno dei suoi avventori mai fu mossa lagnanza sul suo conto! Madre pietosa che vuoi spargere una lagrima sulla tomba della tua fanciulla... la vuoi tu vedere ornata dei fiori che tanto le erano cari? Paga uno scudo al giardiniere del cimitero... per meno ei ti lasceria crescer le ortiche, e potresti pungerti le mani se il dolore ti facesse della terra un bisogno a sostenerti. Giovane innamorato, vuoi tu veder fiorita la tomba della tua bella che sapeva offrirti quelli del suo giardino con tanta grazia? D uno scudo al giardiniere del camposanto...  l'ultima speculazione della vita il traffico del cimitero! e costa cos poco la tomba, se ne togli la tariffa del prete!
S'udiva uno strano fracasso nella casa della valle; esso veniva da una camera che faceva parte dell'ala sinistra del cortile. Era una stanza senza arredi sotto cui passava l'acqua del Mincio; l'acqua si sentiva rumoreggiar di sotto e frangersi ai piedi dell'edificio che rasentava seguitando il suo corso. Era come un martellar di picca... lungo, continuato, monotono...
La vecchia Marta sedeva immota d'innanzi al portone e sogguardando dalla parte dove veniva quel rumore, mormorava a voce bassa:
 passata l'ora in cui al cimitero si seppelliscono i morti... L'ora  passata, ma i morti non sempre si seppelliscono al cimitero.
S'intese un fragor sordo come di terreno che rovini... poi un tonfo nell'acqua.
Caino! Caino! mormorava la vecchia la cui voce diventava pi cupa, e dentro alle sue livide occhiaje balen un lampo: Caino, Caino! ripet ancora fra s.
Enrico pallido, affannato, usciva dalla stanza verso cui guardava la vecchia.
Buh, buh, buh, buh! non strider
Uccellaccio della notte
Senti?  il gemito del morto
Che risponde a quel tuo canto.
No, non strider buh! buh! buh!
Quando i morti sono morti
Va pur via, non tornar pi.
Mandando dal petto la chioccia sua voce la vecchia Marta si era avviluppata nel bigio sciallo s'era ranicchiata nel suo seggiolone, lugubre profetessa di sventura, e pareva starsi l tremenda accusatrice d'un delitto che altero sfidava la legge, perch la morte gli era eterno suggello.
La pazza! mormor Enrico che gli passava vicino nel salir la scala che metteva all'interno del palazzo.
E l'eco dei deserti saloni pareva che ripetesse in tuon lamentevole come la voce della vecchia, Caino! Caino!
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CAPITOLO 7. 
In cui si parla di ci che si dice.
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Enrico era rimasto solo signore della Casa della valle; ei vi stette assente per molto tempo e tra le mura del vasto edificio non s'udia in allora dai passanti che la monotona cantilena d'una canzone che di tratto in tratto vi vagava come un lamento, era la canzone della vecchia Marta.... la pazza della Casa della valle, che sola vi abitava, ed a cui consentiva quella dimora la voce generale che tale la chiam pel tempo che vi visse chiusa sempre in s stessa, muto il labbro ad ogni inchiesta, se pur fuvvi qualcuno che avesse osato interrogare la vecchia custode d'una casa fatta segno dalla superstizione dell'epoca alle pi assurde e strane dicerie.
Il signore di quel luogo v'era tenuto quasi per un essere soprannaturale che avesse stretto chi sa qual patto colle potenze infernali che gli davan mano a compiere le sue faccende, a voce bassa il popolo lo chiamava il diavolo nero; il vecchio portone del palazzo schiudeva i suoi battenti per lasciarlo passare montato sopra un nero cavallo, alto di forme, robusto, indomato, che scalpitava caracollando e via fuggiva portandosi sulla groppa il giovane cavaliere che i passanti stavano paurosi a riguardare da lontano, parendo loro di vederlo ad ogni sbalzo rotolargli tra le zampe; ma nulla di questo accadeva, ed ei noncurante, reggendolo colla destra leggiermente, via passava come una visione che impauriva i fanciulli e le vecchie della citt. Di notte allor che cupo sibilava il vento o scrosciava la pioggia, sentivasi dagli abitanti che queti dormivano, batter l'ugna ferrata del suo cavallo il quale galoppava per le vie... e allora qualche finestra aprivasi furtivamente per tener dietro all'ombra che rapida passava di via in via finch ogni rumore taceva, e bisbigliavansi al domani strane voci di fantasmi, e dicevasi che da un balcone fosse sceso uno spirito bianco che il cavaliere aveva portato con s fuggendo a corsa verso il suo palazzo, e che quando il portone s'era spalancato da s stesso per lasciarlo passare, una gran vampa di fuoco tutto lo avesse ravvolto... ond'ei scomparve non sapevan se sotterra, ma lo credevano i pi.
Fuvvi qualcuno che disse arditamente dover la giustizia metter mano entro i misteri della Casa della valle; ma un tal fornajo che aveva parlato di ci troppo forte e con troppo calore fu trovato morto sul ponte del canale l dove ove ora si fe' della vecchia casa che lo fiancheggiava il macello pubblico della citt, e le voci si tacquero impaurite e tremanti, che dove c'entran le corna del diavolo diceva il volgo, il berretto della giustizia non pu far capo.
Arrivati a questo punto del nostro romanzo a cui la leggenda presta le sue tinte fosche ed indefinite... ne  d'uopo portare l'attenzione dei nostri lettori sopra alcuni fatti che accadevano prima ancora che queste varie vicende si fosser compiute nella Casa della valle... vale a dire quando appena lasciato il soldo del Visconti fra la cui sgherraglia militava Enrico a Milano, ei venisse a Mantova chiamatovi dal desiderio della vistosa eredit che sapeva spettargli dopo la morte dello zio e che da uomo della sua tempra, stimava non potergli sfuggire, qualunque fosse per essere il mezzo col quale avesse dovuto conseguirla.
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CAPITOLO 8. 
Giulietta.
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Era uno di quei bei mattini d'Italia, quali si ammirano col cuore sussultante di volutt sulle amene rive del Lario; ove si ascolta il fremer dolcemente delle acque del lago contro i massi di granito di quelle roccie, sul cui dosso l'opera della civilizzazione ha coltivato leggiadri giardini e vaghi caseggiati, che si fiancheggiano l'un l'altro gareggiando in pompa di bellezza. L'usignuolo nascosto tra le verdi siepi vi trilla il suo gorgheggio, mesto talora come il sospiro d'un cuore che su quelle belle sponde venga a cercare l'oblio, e vi trovi rinvigorita la memoria. Ove l'amore martelli l'anima qual altra cosa che amore si pu egli sognare sotto l'azzurro di quel cielo che si contempla in quello specchio lucente contornato da tanta magnificenza indefinibile?
Faceva angolo alla strada che da Chiasso conduce a Mendrisio una modesta casetta; una delle sue finestre che dominava la campagna era aperta e vi vedevi ad ogni tratto apparire il bel sorriso d'un labbro roseo, da cui era animato, leggiadramente un fresco volto di fanciulla. Essa era bella! aveva le guance paffutelle, occhio vispo e nero, capelli che le scendevano in ciocche d'oro sugli omeri tondeggianti; era un bel angelo, una di quelle care creature che crescono l, al rezzo di quelle arie imbalsamate dagli aromi della montagna, ove passano la loro prima et, correndo come vispi capriuoli su e gi per gli sdrucciolevoli sentieri delle amene vallate, inerpicandosi di masso in masso tra i pruni e gli sterpi, e riducendosi alle soglie delle loro case, con pi di forza nel corpo, con pi di fame allo stomaco, e con una salute cresciuta a norma delle trascuratezze d'una vita libera di quei tanti riguardi che intisichiscono sul fior dell'et quelle gracili complessioni che talora si svolgono tra le sontuose mura d'un palazzo, prive d'aria e di sole, come un fiore tra le vetraje d'una serra.
Giulietta era la figlia di onesti bottegai che facendo scrupolosamente il lor dovere avevan lasciata la vita, la madre l'aveva perduta in una malattia che da qualche anno infieriva nei dintorni del lago; il padre, perch era arrivato a quell'et nella quale s'accetta la morte come una tassa che tutti s'ha da pagare a quel inesorabile doganiere che  il tempo.
Giulietta rimasta erede della casetta che abitava e di un piccolo censo, viveva tranquilla colle soavi memorie de' suoi cari e colla vecchia governante che fanciulletta l'aveva cullata sulle sue ginocchia. Era la sua governante una buona pasta di donna, dalla voce burbera piuttosto che no, e dal cuore largo, aperto, per buttar fuori senza cerimonia quanto le passava nell'animo; tutto amore per la sua figlioccia, e guai a chi la toccasse!, ch le comari del paese ne sentivan di sode allora! Ma nessuno sparlava della bella bionda... e la sua vita scorreva tranquilla, come il rigagnolo che lambiva il margine del praticello che le aveva lasciato suo padre... Diceva qualche voce, sommesso sommesso, che una buona ragazza non deve far scapucci, e che chi si lascia andar gi per quel sentiero,  ben difficile che si rizzi in gambe, ed il suo scapuccio la Giulietta l'aveva fatto, e sulle ginocchia della mamma Gaetana, salterellava fatto baloccar dalla nonna un vispo fanciullino che aveva allora appena dai 4 ai 5 anni, e che la chiamava mamma con tanta grazia, che la Giulietta ne divorava coi baci il bel visino che le sorrideva tutto gioja ed amore.
Ma quei del paese che sapevan tutte queste cose, sapevan anche che Francesco il suo fidanzato era un bravo ragazzo, che aveva un buon cuore, buon nome di lavorante alla filanda di seterie, che il suo principale teneva ben montata in Como, e che se lo teneva a petto come il miglior capitale della sua fabbrica... I begl'imbusti dal canto loro l'avevan veduto pi d'una volta che s'era trovato in qualche ingarbugliata faccenda uscirne a forza di braccia, che madre natura gli aveva fornito con vigorosa muscolatura, e tutte queste buone ragioni sommate insieme, facevan s che di lui s'avesse quella stima che meritava il fidanzato alla bella bionda del paese, che l'avrebbe sposata appena avesse finito un suo affare.
Quella mattina pertanto la Giulietta apparentemente agitata spiava dalla finestra l'arrivo di Francesco che tardava d'alquanto, e ritirandosi dalla finestra guardava con sorriso pi tristo del solito il suo vispo bimbo che giocava colla corona del rosario della nonna Gaetana.
Pareva che un qualche segreto pensiero turbasse il bel sereno della sua fronte sempre gaja, e questo senso d'ansia inquieta si faceva sempreppi visibile a seconda che il pendolo d'un orologio situato sul davanzale del caminetto della stanza batteva monotono l'inalterato suono del tempo che scorre sempre cos lento allor che deve avvicinare il momento della gioja, s rapido quando affretta quello del dolore.
Non erano per scorsi che pochi istanti, dal labbro della giovine madre usc un grido che parve il fremito d'una nota d'armonia sublime! corse al piccolo Adolfo, e se lo strinse al petto come per far argine ai battiti del suo cuore, e quasi volesse rispondergli il vispo angioletto gorgogli nella sua lingua infantile uno di quegli affastellamenti di suoni senza forma che solo il cuore delle madri sanno intendere, e che essa concambi con una pioggia di baci. Francesco svolgendo l'angolo della via l'aveva salutata dal balcone e saliva la scala.
Giulietta gli corse incontro festosa e lo accolse con uno di quei baci ardenti a cui l'anima affida tutte le espressioni che parola umana invano si studierebbe d'imitare...
Quanto hai tardato, Francesco! gli disse poscia accarezzandogli la fronte colla sua bella mano.
Dovetti trattenermi in fabbrica per dare alcuni ordini, mia cara..., il mio principale and a Milano per qualche sua faccenda di premura.
E tu sei rimasto in suo luogo... direttore... non  vero?
Gi... proprio, mia cara... non serve che tu me la dia lunga! direttore!  la vera parola...
Giulietta rispose all'apostrofe insolente con un bel bacio, che il giovane gli ricambi di tutto cuore. Poi Giulietta tolse di mano alla nonna Gaetana il piccolo Adolfo, che stendeva verso l'artigiano le sue piccole manine, glielo pass sulle ginocchia, ei se lo mise al collo, poi gli parlarono come si suol parlare vezzeggiando con quelle gentili creaturine quando l'amore fa assumere alla parola le mille forme che ne sono l'indefinita ed indefinibile espressione, ed a cui egli rispondeva a suo modo, chiacchierando alla sua maniera e dicendo loro chi sa quante cose, onde il tempo scorse in modo da non accorgersi ch'ei passasse. S'eran portati al balcone, ed a pieno petto respiravano quell'aria vivificante, con quell'ebbrezza con cui pare che si guardi l'immensa opera della creazione quando egoisti della propria felicit si dica,  per noi tutto questo sorriso di cielo!
Perch tace s repentino l'impeto di quella gioja cos pura? perch la fronte della giovane impallidisce, mentre per contrazione convulsa si stringono le pugna dell'artigiano, e il bimbo quasi avesse cognizione di quanto avvenga s'aggrappa impaurito al collo della madre?
Un uomo aveva attraversato la strada, aveva gettato uno sguardo alla finestra ed era scomparso scantonando.
Lui! mormora Francesco, levando il braccio in atto di minaccia verso la parte per dove era scomparso l'incognito, lui! sempre lui!
Che hai, Francesco! mio Dio! che hai? mormor la giovane rattenendogli il braccio che egli lasci ricadere come scoraggiato.
Ho.... frem egli con voce cupa, che non so spiegarmi perch ogni volta che io sono vicino a te, e dimentico l'esistenza beato del tuo sorriso d'angelo! quell'uomo sorge tra me e la felicit, e col suo ceffo beffardo e provocatore mi gela nell'animo lo slancio della fede, la speranza dell'avvenire!
Sei pazzo, Francesco! si sforz a dirgli Giulietta, la quale non pot soffocare un sospiro che le irrompeva dal petto agitato.
Pazzo! mormor il giovane, oh no, Giulietta... perch... non  forse vero che tu pure hai provato ci che io provo? perch tu pure hai paura di quell'uomo?
Giulietta si strinse al seno il bambino che mand un lamento.
Successe un momento di silenzio. Ti ricordi, Giulietta? riprese Francesco a voce bassa quasi temesse di s stesso... o del suono istesso delle sue parole... fu a Como che l'abbiamo veduto per la prima volta... tu pregavi, io ti guardava... eravamo nella casa del Signore, e il prete mormorava dall'altare le sacre parole del rito... ad un tratto un fremito corse le tue fibbre... il libro quasi ti cadde di mano... i tuoi occhi errarono incerti, vaghi a te d'intorno, io ne fissai la direzione e lo vidi; era l... ritto, immobile, appoggiato ad una delle colonne della chiesa... guardava in un modo che pareva non avesse guardo, io sentii un brivido corrermi per l'ossa... tu non avevi pi letto sul tuo libro di preghiera, io non t'ho pi guardata come prima ti guardava; uscimmo e fermo come prima, immobile a sinistra della porta egli era l...
Siamo fanciulli Francesco, gli disse Giulietta con un sorriso; e che pu egli su noi? che ci importa che ei sia passato? saremmo noi meno felici di quel che prima non lo fossimo se non l'avessimo veduto?
Francesco scroll il capo.  una fatalit mormor egli... quell'uomo ci porta sventura!
Si sent battere alla porta.
La nonna Gaetana corse ad aprire, un fattorino della tessitoria portava una lettera per Francesco... Era del suo principale che lo chiamava a volo di corriere a Milano, i suoi affari eran minacciati di grave danno ed aveva bisogno che Francesco fosse all'istante presso lui...
Quest'annuncio imprevisto che gli giungeva in s tristo momento, in tal momento in cui il suo animo era soggetto a cos sinistri presentimenti, fu scintilla che s'apprende ad esca preparata. Mille strane idee s'affacciarono al suo spirito agitato, ei vag di pensiero in pensiero fino alle pi assurde fantasticaggini, se non che per uno di quei contrasti cos fecondi nella psicologia delle umane passioni, a norma che pi nell'animo di Francesco sorgevano queste febbrili immagini che sotto l'esaltazione della mente prendevano una forma ognor s varia, forse perch combattuti dalla stranezza istessa di quella specie di delirio febbrile, quei dubbi e quelle agitazioni scemavano nell'animo di Giulietta che si fe' a persuaderlo con ogni modo dell'esagerazione dei suoi sentimenti, e come d'assurdo in assurdo vagasse senza tregua e senza confine, ond'ei si fe' se non persuaso, almeno pi quieto, a seguire il corso di quelle idee dolci e miti per mezzo delle quali essa combattendo le sue esaltazioni lo conduceva alla realt delle cose, gli mostrava essere necessaria la sua partenza senza frapporvi indugio, che nulla aveva a che fare la presenza di quell'uomo misterioso con quanto riguardasse i suoi doveri, essere la lettera del carattere del suo principale che ben ei conosceva; invece delle chimeriche visioni della sua mente esaltata esser vero e reale il bisogno che egli aveva dell'opera sua... e che infine ella ben sapria nel tempo di sua assenza essere come lo fu altre volte, custode del suo onore contro qualsiasi attacco da chi si voglia mosso! Lo accompagn fin sulla porta con un bacio, gli fe' prender la strada di Como, e colla mano ricambiando ai reiterati cenni del fidanzato, lo segu collo sguardo fin che lo vide nello sviarsi del sentiero sparire.
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CAPITOLO 9. 
Il vendicatore.
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Erano scorsi tre giorni, non si sapeva alcuna notizia di Francesco, il suo principale era tuttora a Milano, e nell'animo di Giulietta andavano formandosi le pi allarmanti inquietudini.
Tramontava il giorno; le campane del villaggio suonavano l'ave maria della sera, e quel suono mesto e monotono scendeva sul cuore della giovane madre come l'incubo di uno di quei presentimenti contro cui la ragione non sa trovar argine per quanto essa sofistichi sulla incoerenza indefinita delle umane passioni. Si  tristi talvolta per qualcuna di quello impressioni di cui a s stessi non si sa render ragione, ma egli  perch talvolta si mente a noi stessi per farci d'un'illusione un conforto della vita. In queste apprensioni dell'animo, ove si cerchi v'ha sempre il perch, come non v'ha moto senza vita, o vita senza moto... Il presentimento, la divinazione, non  una follia stigmatizzata dal materialismo che vorrebbe ridurre le aspirazioni dell'anima, a pi o minori gradi d'azoto, o d'altro! che costituisca l'organismo animale dell'uomo.
Come un corpo si compone di infinite particelle, corpi essi puri legati insieme da questo grande organizzatore della materia che  il tutto della creazione, il presentimento si forma ed ingrandisce o scema a seconda che i mille palpiti del cuor variano nel loro svolgersi a seconda che le impressioni dell'anima subiscono quelle modificazioni che sono prodotte dai fatti che le promuovono.  un senso dominante il pensiero che si forma coi varj sensi che vi danno vita, e che li riassume quando abbiano raggiunto il loro sviluppo;  una conseguenza psicologica delle relazioni della vita per la qualit dei fatti che le danno movimento.... E queste indefinite s, ma pur reali cause ai presentimenti vaghi di Giulietta non esistevano forse negli strani incontri dell'incognito di cui sub sempre quell'involontaria ascendenza quasi che alla sua vita fosse legata qualche causa che lo riguardasse? e le previsioni di Francesco non erano unite a quella lettera che lo separava da lei, nel momento appunto che la fatalit pareva ruggirgli sul capo minacciosa? In tutto ci v'era qualche cosa di pi che non fosse il sogno d'una mente inquieta. Giulietta contemplava assorta in cos tristi pensieri il sole che tramontava recando ad altre terre il suo saluto mattiniero e tingeva l'orizzonte di quel colore di fuoco onde rilucevano le vette della montagna.
Il suono dell'ave maria vagava gi per la vallata tristo tristo, s'udiva da lungi il tintinnar dei sonagli delle mandrie guidate alle cascine dalla lenta cantilena del mandriano che le accompagnava, e la vaga canzone delle spigolatrici che a frotte se ne ritornavano al domestico focolare.
Il fanciullo piangeva dal suo letticciuolo e respingeva le carezze della vecchia nonna chiamando la sua mamma con alte strida... Accorse Giulietta ad acquetarlo, ond'egli a poco a poco s'addorment. Giulietta lo pos nella sua culla, lo baci sovra i suoi labbruzzi di color carminio e si accinse a lavorare una sua cuffiettina di pizzo.
Si buss alla porta della stanza; un fremito corse per le membra di Giulietta, ella si alz di soprassalto, prima che ella avesse toccata la soglia, la porta si aperse ed un uomo le si affacci; ritto sulla soglia, atteggiate le labbra ad uno di quei sogghigni che sono l'insulto beffardo che la forza lascia cadere sulla debolezza nella impudente violazione del diritto e della coscienza.
Era un giovine, bello ed elegante, nere ciocche di capelli gli sfuggivano sotto alle larghe tese del suo cappello andaluso, alla moda di quei tempi in cui tutto era infestato dalla Spagna che invadeva le nostre pi belle provincie sotto il titolo di tutelatrice delle nostre franchigie, che manometteva a sua voglia.
Egli stette per qualche istante come assorto nella sua cinica ammirazione a contemplare la bella giovane che nel suo smarrimento era restata essa pure immobile nel mezzo della stanza e come annichilita da quella apparizione che realizzava tutte le vaghe paure della sua anima.
Ebbene? siamo soli, mia bella fanciulla! disse l'incognito avanzando d'un passo ardito...
Giulietta si slanci verso il balcone.
Non avrei che a modulare un fischio e i miei fidi mi attornierebbero, continu l'incognito conservando una calma che pi di qualunque trasporto spavent la giovane.
La parola che era per uscire dalle sue labbra vi mor soffocata; un gemito angoscioso irruppe dal suo petto. Deh, per piet! sono una povera donna e non vi ho mai fatto alcun male, mormor essa fissandolo col suo sguardo umido di lagrime che a stento poteva trattenere.
Il bimbo mand un grido dalla sua culla, la povera madre se lo strinse al cuore come volesse farsene egida, ella si sent forte... e voltasi all'incognito che la guardava colla sua calma insultante. Signore, gli disse, che volete voi qui? io sono donna, sono madre, e questa  mia casa, posso dunque imporvi di parlare o d'uscire.
Eh, eh, mia cara! non tanta furia se vi piace, seguit l'incognito; se  una spiegazione per la mia presenza che volete, nulla di meglio, in quanto ad uscire poi ne uscir siate certa... aff pare che quel marmocchio v'abbia cacciata di dosso la paura, ma siete bella anche cos, forse pi bella, e si pu perdonarvi una trasfigurazione che non offende per nulla la plasticit dei vostri lineamenti da Venere.
Giulietta si strinse con angoscia al seno del bamboletto che le sorrideva; madre, si sentiva insultata nella sua creatura, donna nel suo pudore, e l'uomo che l'insultava era l, freddo, impassibile, col cinismo vigliacco sulle labbra impure, e ne godeva gli spasimi... ma perch? che pretendeva egli da lei? innocente creatura che passava sul cammino della vita ignara di tutto ci che non fosse il suo amore... la sua famiglia! la casa dove era cresciuta; che nessuno aveva mai offeso, che di nessuno avrebbe dovuto temere! qual delitto era il suo? che aveva fatto?
Sei bella! gli mormor vicino la voce dell'incognito, e questa volta quella voce aveva perduto quel suono freddo, ed accentato, quasi straniero; v'era la febbre della volutt in quel monosillabo susurratole coll'alito ardente della passione. Giulietta trem per tutte le membra.
Uscite signore! ripet ella ritrovando nella sua disperazione la forza di reagire contro il senso del terrore che ne paralizzava la vigoria.
Senti, Giulietta... le mormor l'incognito a voce bassa, soffocata, e pure accesa d'un'espressione indefinibile; ti ricordi quel giorno che inginocchiata ai piedi dell'altare pregavi, non so chi, ma pregavi? i tuoi occhi eran s belli, la tua fronte s pura! Un uomo ti divorava collo sguardo ardente, fisso, rapito in te, era io! uscisti dal tempio, e lo hai veduto muto ed immobile sul limitare della grande porta del santuario, era io, e per me nella casa di Dio non esisteva che un essere, eri tu! l'avrei profanata, ed avrei fatto dell'altare il letto dell'amore!
Giulietta mand un singhiozzo dal fondo del suo petto convulso.
Io ti ho seguito in ogni tuo passo, continu l'incognito, mi posi fra te e l'uomo che era beato del tuo amore, come l'ombra che  indivisibile dal corpo che si agita in mezzo alla luce; t'amo, Giulietta... e vedi che qui nessuno pu toglierti in questo istante al mio bacio...
Egli aveva mosso un passo verso la giovane che stringendosi sempre pi al petto il bimbo, si rannicchiava nell'estremo angolo della stanza, pallida di terrore, tremante, a cui la vertigine saliva alla fronte colle sue vampe di fuoco. Col voto del cuore ella supplicava Iddio a non assopire le sue forze, ella non volea cadere corpo inerte tra le braccia di quell'uomo che non l'avrebbe rispettata.... essa lottava, disperatamente lottava contro le sue forze che si esaurivano, e nella lotta lo sfinimento vicino intorpidiva tutte le sue membra, un sogghigno da demone contraeva i lineamenti dell'incognito che misurava con l'occhio avido l'agonia convulsa di quell'essere frale che si dibatteva contro il deliquio che gelava le sue fibbre spossate... gi innanzi ai suoi sguardi scendeva una fitta nebbia, in mezzo a cui si elevava sinistra una figura di satiro che rideva un riso da demone, e vedeva tendersi su lei un'immonda branca, e sentiva l'alito infuocato d'una bocca soffocarle sulle labbra il respiro; mand un gemito cupo, angoscioso, come d'un'anima che si schianta sotto la foga d'un dolore che mente umana non pu ideare, protese una mano nel vuoto e serrandosi coll'altra al petto la sua creatura cadde.
Nel medesimo istante uno sparo rintron nella stanza e ne fe' tremare la vlta, s'intese un grido di rabbia e di dolore, l'incognito che s'era inclinato verso la giovane donna riverso rotol al suolo colpito dal piombo fulminatore.
Un uomo si slanci verso Giulietta, era Francesco... non curandosi che di lei che vide stesa inanime sul terreno, egli la rec tra le sue braccia sul letto della vicina stanza; disperatamente egli la chiamava per nome, ne spruzzava coll'acqua la fronte coperta d'un pallore mortale; dal petto dell'infelice usc un sospiro, il giovane alz lo sguardo al cielo ebbro di tutta la viva riconoscenza della sua anima...
A me, a me! grida contorcendosi fra gli spasimi della ferita l'incognito; all'assassino! all'assassino!
La vecchia si precipit dalla stanza ove Francesco stava prodigando a Giulietta le cure che la ritornavano alla vita; svegliata da quel frastuono, spaventata nel vedere un uomo giacersi in mezzo della stanza in un lago di sangue. Essi vengono! essi vengono, grid essa presentendo vagamente l'avvenuto... fuggite, Francesco! fuggite!..
Le grida degli assalitori si elevavano formidabili dalla strada... Francesco strapp la spada dal fianco dell'incognito che bestemmiando ruggiva come un tigre atterrato dal mastino, arm la pistola che gli rimaneva carica alla cintola, e gett una furtiva occhiata dal balcone. Una folla d'armigeri e di bravacci, che riconobbe per la sgherraglia del duca installata nel suo castello di Baradello, dove facevan gazzarra di tripudi, s'accalcava alla porta di strada; v'era ancora una speranza, ed essa lampeggi nel pensiero del giovane, quasi nello stesso momento la porta cedette, e mossi da un solo impeto tutti vi si precipitaron contro slanciandosi su per le scale da cui irruppero. Francesco raccomand con un cenno alla vecchia Gaetana l'infelice che rinveniva allora dal suo torpore, e ratto si slanci dal balcone guadagnando in brevi istanti la montagna...
La sgherraglia penetrata nella stanza non appena egli era scomparso, non vi trov che il corpo quasi esanime del condottiero ed una donna svenuta a cui la vecchia governante prodigava tutte le cure d'una madre; si caricarono del corpo del lor capitano e bestemmiando e ringhiando quai mastini cui sia mancata la preda lasciarono quella casa che fu campo a s tristo spettacolo.
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CAPITOLO 10. 
Schiarimenti.
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La sera prima che avessero luogo i narrati avvenimenti, in una delle osterie del paese sedeva un gruppo d'uomini d'armi, dai ceffi abbronziti, dai folti mostacci, con larghi feltri sull'orecchio, che bevendo a piena gola battevano i loro lunghi spadoni con quell'aria da rodomonti ond'eran distinti quei mestieranti della spada, carne venduta a chi facea professione d'armar sgherri ed ammazzar gente per la tutela del pubblico bene, come dicevano gli ordini del giorno di quei tempi gridati a squarcia gola dai pubblici banditori.
Si discorreva tra un bicchiere e l'altro di molte cose, e si parlava a dritta e a rovescio di quanto loro veniva in mente, e siccome il vino scioglie la lingua, cos d'uno in altro discorso, un motto venne fuori dal labbro d'un di loro; era un giovanotto dalla taglia robusta ed altera, pi bravaccio degli altri, ed a cui pel primo il vino bevuto montava al capo a dargli volta.
Enrico non viene! per bacco!  mancar di galanteria far aspettare gli amici; maledette le bionde! borbott egli terminando la sua tazza.
Uno scoppio sonoro di risa segu l'apostrofe semiseria del compagno!
Ha ragione Carlo, che il diavolo se lo porti! grid un altro battendo il pugno sul tavolo.
Piano! ch getti a terra i bicchieri...
Pago io! esclam Carlo!.. alla salute della nuova bella del capitano. Tutti i bicchieri tintinnirono... Evviva! si grid in coro dalla avvinazzata congrega.
Se egli  innamorato... buon pro! e poi quand'egli scommette non paga! riprese a dire Carlo.
Si fe' silenzio nel circolo.
Cos'ha scommesso? domand il gigante che aveva quasi sfondato il tavolo col suo pugno di ferro.
Oh bella, non lo sapete?
Io, no... conta Carlone... conta
Sar una delle solite sue storie, mormor uno dei compagni bevendo.
La sa lunga lui! sogghign additandolo Carlo e di in uno scroscio di risa.
Silenzio... parla, Carlone, tuon il gigante.
Parlo io... grida Carlo levandosi per met col bicchiere teso, e ricadde versando il vino sul tavolo! Parlo io... ripet egli... e vi dico che lo so io!
Ma cos' che sai in tua malora?
So... che il capitano ha scommesso che domani salirebbe in casa della bionda.
Ah, ah, dalla bionda!.. sei matto... col suo damo che le ronza intorno da non lasciarle tregua un istante! gli ribatt il vicino urtandolo colla mano sul capo che gli si inchin quasi fin sul tavolo.
E se vi dico che il vagheggino viaggia per Milano con tutta buona pace?
Non  allocco aff da pigliar in rete s facilmente, il capitano!
Progetto in mente non  fatto compiuto, sofistic il gigante.
E la coda del diavolo non batte in fallo, mormor Carlone lasciandosi cadere sul petto la testa grave dalle esalazioni vaporose del tracannato liquore.
Carlone non parl pi, ei dormiva il sonno dei giusti; s'era delle braccia fatto guanciale alla fronte madida di sudore, russava pacificamente e serviva d'accompagnamento al cicalio fragoroso della brigata.
L in un angolo dell'osteria bevevano silenziosi due giovanotti del paese; essi parevano incuranti affatto di quanto avveniva d'intorno a loro, e solo occupati ad assaporare il fiasco che lor stava d'innanzi. Ma chi attentamente li avesse sogguardati si saria accorto che la loro apparente distrazione era invece una fissa concentrazione a cui non sfuggiva una parola del dialogo or ora narrato; sulla loro fronte corrugata ad ogni moto che usciva dal labbro degli avvinazzati bevitori che loro stavan di contro, riflettevansi le diverse sensazioni dell'anima loro, ed avresti detto che si ribellassero al ributtante cinismo di quelle labbra avvezze solo alla bestemmia od all'insulto!
Pap Giacomo! il conto, e alla malora questo tuo vino da indiavolati!, grid uno dei due compagni alzandosi.
Pap Giacomo, un omaccione d'oste dalla faccia rubiconda, rossa, ubbid tosto alla chiamata.
Quei della brigata li sogguardarono di sbieco, alzaron le spalle e seguitarono i lor discorsi ed a vuotare le nuove tazze che andavansi colmando d'innanzi.
Pagato lo scotto, i due amici uscirono; parve loro di respirare pi liberamente appena toccaron la soglia dell'osteria... ed assorbirono colla forza dei loro polmoni da montanari quant'aria pot abbisognare il loro petto a riprendere i suoi palpiti energici che la bile soffocata dentro vi aveva repressi.
Hai inteso, esclam il pi giovane dei due.
La buona stella di Francesco l'ha voluto, replic l'altro.
Cosa fare?
Avvisare la Giulietta.
Saria metterla in apprensioni e non scongiurare il pericolo, sar anche troppo inquieta la povera ragazza.
E come si fa allora?
Entrambi ristettero pensosi per alcuni istanti.
Non v'ha che un mezzo, soggiunse uno di essi, e la pi spiccia. Fo sellare il cavallo di mio zio, e sbalzo a Milano; so dove trovare Francesco, e l'arrivo in tempo.
Una vigorosa stretta di mano rispose al nobile pensiero dell'amico, E vedremo poi, gli soggiunse gettando uno sguardo minaccioso verso l'osteria, se la faremo tenere a questi cagnacci.
Eran giunti allo svolto d'una via, vi s'addentrarono mulinando sull'effettuazione del generoso progetto che arrideva alla loro mente.
Il lettore sa quali conseguenze ne avvennero, e come Francesco fosse giunto appena in tempo per strappare la povera madre al lascivo libertinaggio di tale, a cui non poteva esser freno valido all'occasione, che il buon colpo assestatogli dal giovane montanaro. Questi prodigiosamente erasi poi sottratto allo zanne di quei bracchi ingordi di sangue che irruppero nella casa di Giulietta ed ove trovaron ben poca ragione d'essere soddisfatti dell'opera loro.
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CAPITOLO 11. 
La trama.
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Da quel giorno incominci pel giovane montanaro, quella vita agitata del profugo a cui non dava tregua n posa l'odio e la vendetta di tutta quella ciurmaglia temuta e pi disprezzata, che erano le mille braccia per cui la forza brutale del potere dominava i paesi e vi facea gazzarra di ladrerie e di violenze d'ogni modo.
Errante di montagna in montagna, alla sfuggita egli era costretto recarsi in paese allorch le tenebre della notte potevano favorirlo; dopo una breve ora di gioja passata con Giulietta nella quale cercava di quietare le pur troppo ragionevoli trepidazioni, e le paure che ne sturbavano la dolce quiete, ritornava di bel nuovo a quel vagabondaggio a cui maturava in pensiero come dar tregua.
Portar Giulietta lontano da quei luoghi dove ormai era loro impossibile sperare la pace... ma poi? la strapperebbe egli alla casa dove era cresciuta pargoletta? la toglierebbe dal tetto paterno? la farebbe sua, per farle dividere, che? le angoscie d'una vita di stenti? il terrore d'un'esistenza di pericoli? nelle lotte ch'egli aveva a sostenere, nelle imboscate che gli si preparavano ogni momento, non avrebbe potuto perdere la vita? nulla di pi certo! e che sarebbe stato allora di lei? di quella povera creatura esposta senza difesa alla fatalit della sua sorte? abbandonata alle mani dei suoi nemici?
Tutti questi pensieri s'affollavano inquieti, tormentosi, nella mente dell'infelice, onde ei se ne sentiva schiacciato con pi s'affannava con tutte le forze dell'anima per uscirne.
Muto, freddo, impassibile scorreva frattanto il tempo e con lui l'incagliarsi degli avvenimenti che lo seguono, e le pene a cui non porta sempre rimedio.
Enrico, il comandante della sgherraglia del duca era stato trasportato al Castello Baradello, e guariva della sua ferita d'altronde non troppo allarmante.
Se la toccatagli lezione gli di serii pensieri sul garbuglio in cui s'era cacciato, non gli tolse per di capo la caparbiet cocciuta di quel suo capriccio a cui vi s'era attaccato con una picca da indemoniato! Ei cap soltanto dall'avvenuto che si doveva pervenirvi per altra via che non fosse quella che gi aveva tentata e che poteva esporlo a chi sa che brutti rischi... e quando un uomo della sua tempra s'intesta di venir a capo di quei maledetti puntigli, non  da pensare che per poco smetta dal gioco... E qui  da notarsi come ci andasse di mezzo una sete divorante di trar vendetta dello smacco, e di far pagare a mille doppi al giovane ch'ei chiamava, gradasso, e peggio! quella stoccata che gli di misura quale fosse la mano esperta che gliela mandava come un saggio da farsene guardia.
Uno diverso dall'altro ei rumin quindi nella mente un buon numero di progetti che gli servissero all'uopo; ma niuno faceva capo ove ei volea venire, e si di ad almanaccar di nuovo con quanta forza di pensiero pi gli consentiva il vigore della convalescenza che l'aveva omai tolto da ogni paura di mal giuoco.
In una delle sale del castello egli camminava a passi agitati come chi sia in preda ad interna ed irrequieta lotta; da un ampio balcone di forma gotica scorgevansi indorate da un sanguigno raggio di sole che volgeva al suo tramonto, le vette delle montagne verdeggianti di vigneti, ricche di olmi e di quegli infiniti boschetti di roveri fronzute che vi vegetano in tanta abbondanza, ed in mezzo alle quali volteggia gaja la cingallegra ed il capinero, e vi trillano lo loro canzoni, vaghe armonie della montagna che vi risponde col dolce fremito delle scosse fronde.
Enrico ristette a guardare dall'aperto balcone, ma non era il tramonto del sole circondato dal suo manto di porpora che egli ammirava, n l'ammantarsi della natura nel suo drappo di tenebre... Il suo pensiero errava fantastico e torbido... si di col pugno sulla fronte e stette per alcuni momenti immobile e muto.
Si batterono alcuni colpi alla porta della sala; chi  l? grid la voce aspra del giovane, corrucciato che lo si distraesse dalle sue meditazioni.
Antonio, gli rispose la voce.
Un sorriso di gioja e di speranza brill sulla cupa fronte del condottiero; a passo rapido ei mosse ad aprire, e stette spiando in volto al venuto colle nari aperte, a guisa di selvaggio puledro a cui s'infreni la corsa. L'occhio acceso, le labbra contratte parean favellare la domanda che si andava formando nel pensiero.
L'uomo che entrava allora coperto di polvere e spossato come da intrapresa fatica era di pessimo aspetto... aveva lunga ed incolta la chioma che gli scendea rabbuffata sulle spalle, coperte da una carmagnola di fustagno su cui il tempo aveva lasciato non dubbie impronte del suo passaggio; l'occhio aveva fosco, il labbro sporgente, la fronte bassa... Egli era quale in quel momento potevasi aspettare che entrasse onde far sorridere o di gioja o di speranza colui che solo nel pensiero d'un delitto poteva acquetare il fermento della sua anima.
Ebbene, Antonio, quali nuove? domand egli infine con impazienza, come vide che l'altro appena entrato s'andava spolverando il largo feltro mentre si tergeva colla destra il sudore che gli gocciava dalla fronte arsa dal sole.
Nulla! borbott con mal umore l'interrogato.
Enrico si morse le labbra a sangue... nel suo sguardo balen un lampo d'ira.
Nulla! ripete egli... aff che vale proprio la pena di satollarvi d'oro! Voi! marrani poltroni! a cui il diavolo al quale vi siete votati non sa nemmeno cosa suggerire... che non sia una bestialit!
Il diavolo! il diavolo! mormor Antonio colla fronte accigliata. Aff che se qui non c'entra non saprei dove ei potesse entrare, padron Enrico! la ragazza la ci sguscia di mano quando meno la s'aspetta! e quel indiavolato del suo sbarbatello, fa gazzarra di rodomontate da far credere che tutti i diavoli della terra gli dien mano a farci le ficche!
Dite piuttosto che tu e tutta la tua congrega avete paura d'un bambolo.
Perdonate, padron Enrico... oh perch se vi par cosa tanto facile torlo di mezzo alla spiccia, vi siete lasciato conciare com'ei v'ha conciato?
Enrico si fe' pallido come se un aspide l'avesse morso... Bada, marrano! mormor egli fremente... e port la destra al pugnale.
Dissi cos per dire, eccellenza... s'affrett a rispondergli mogio mogio lo sgherro, che s'accorse non esser momento da giuocar di parole... Quello che vi dico si  che s'ha bel fare a tendergli le reti,  merlo che non si prende in pania, e a torlo di fronte sa levar il volo in modo che non resta tempo a dargli la girata.
Enrico camminava impazientito mentre l'altro gli venia dietro guardingo ed alla rispettosa distanza di chi s'attenga, ove ragion non valga, al diritto d'usar altri mezzi che gli consentano uscir d'impaccio.
Tutto ad un tratto ei si ferm sui due piedi come colpito da un'idea; Enrico che lo seguiva con occhio inquieto lo interrog rapido collo sguardo, parve che entrambi si fosser compresi, ch le loro fisonomie espressero simultaneamente la forma d'un pensiero.
Ebbene, Antonio? domand Enrico con ansia.
Ci sono! rispose l'altro... e aff! che vostra eccellenza mi tolga la sua protezione se non glielo do vivo o morto fra tre giorni.
Come?
 un mio segreto; m'occorre una somma che deve servire all'uopo.
Quanto t'occorre? presto.
Quaranta scudi; ad opera compiuta, vostro onore provveder.
Cento scudi! se non manchi, frem con voce alterata il giovane il cui occhio si fe' acceso come fuoco, numerandogli i quaranta scudi che l'altro s'intasc freddamente e come uomo sicuro di s.
Bada a te marrano! se m'inganni!
Vi gioco la testa, padron Enrico, e messa in bilancia non la darei, rispose Antonio che salutava dalla soglia.
Dunque fra tre giorni
Fra tre giorni.
Chi va l? grid la sentinella del monte. Antonio usciva dal castello.
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CAPITOLO 12. 
La capanna del carbonaro.
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Diluvia la pioggia. Il vento fischia lugubremente nelle gole della montagna; le acque del lago d'un colore verdaceo, cupo, si agitano, e le creste biancastre dell'onde che si frangono contro gli scogli della riva scintillano al guizzo dei lampi. Romba ad intervalli il tuono ed echeggia nelle lontane vallate; la folgore serpeggia scrosciando nello spazio e si spegne attratta dalla fosforescenza delle acque.
Per uno dei sentieri del monte, ad onta dell'imperversar del tempo, un uomo veniva da Como verso Chiasso. A poca distanza dal paese, sul fianco sinistro della via, in fondo ad una straduccola ripida da cui si sale alla sommit della montagna che si svia poi in mezzo ad una folta boscaglia di roveri vedevasi una capanna mezzo nascosta dai giunchi, e da varj frassini alti e ramosi.
L'uomo da noi accennato camminava a passo lesto, corrugata la fronte, e pareva tanto assorto ne' suoi pensieri da non sentire la pioggia che gli ventava sul viso a scrosci violenti, or di faccia or di fianco a seconda che la spingeva qualche buffo di vento che veniva via sibilando dalle varie gole delle circonvicine montagne.
Quando ei fu giunto presso alla capanna s'arrest, stette qualche momento sopra pensiero, poi vi si avvicin, batt alcuni colpi col palmo della mano, e mand dalla bocca un fischio acuto che si confuse ai mille della procella.
La porta si aperse, un uomo si present sulla soglia.
Finalmente, Bortolo! esclam impazientito l'arrivato; aff credeva che tu mi lasciassi annegar qui fuori con questo tempo indiavolato.
Sei tu, Antonio! fe' l'altro tra sorpreso ed impensierito; qual vento ti porta da queste parti?
Lo senti? un vento d'inferno... mormor egli con voce cupa, ma entriamo presto, e fa fuoco che mi riscaldi... aff ne ho intirizzite le membra.
Fuoco! fuoco! mormor con sommesso brontolo il carbonaro; non ho legna da far da mangiare pei miei figli, la legna  ancora verde e da qui al dicembre c' tempo da morire!
Gli occhi di Antonio lampeggiarono sinistramente; Bortolo l'aveva fatto entrar nella capanna. Era un bugicattolo da far ribrezzo. Sopra ad una stoviglia stesa in un angolo, dormiva una donna bella ancora di lineamenti, ma impallidita dalle sofferenze e dalle privazioni; si stringeano intorno al suo corpo coperto da lacere vesti, due bambine seminude, avevano bionde le testine e somigliavano due volti d'angelo che uscisser fuori da un ammasso di cenci, tanto eran luride e sporche le loro vesticciuole che altro colore non avevano tranne quello che su v'impresse l'umidit del terreno su cui dormivano, ed il fango della strada in mezzo al quale si saranno avvoltolate.
Il carbonaro aveva acceso un lumicino ad olio dentro cui ne restava appena appena tanto da mandar crepitando una sinistra e smorta luce su quel miserabile quadro... Il carbonaro dormiva sovra una panca, s'era fatto guanciale della sua giacca di fustagno tenuta su a rapezzi.
Ei tolse la giacca ed invit il compagno a sedere; depose il lume sul tavolo, e stette aspettando muto ed astioso che l'altro parlasse.
Di' su, Bortolo... fin quando la dovrai durare in tal modo? gli domand Antonio gettando una bieca occhiata sul canile dove dormivano i bambini e la donna del carbonaro.
Aff lo so... io! gli rispose questi alzando le spalle... sino al dicembre non si lavora, il legno deve maturare, dicono i padroni, e mese pi, mese meno, val meglio aspettar che sia tempo!
E si pu crepare intanto in buona pace se vai di questo passo, concluse Antonio.
Il carbonaro lo guard silenzioso. Se sei venuto a mettermi delle pulci in capo puoi tornartene per la tua strada.. Piove e t'ho aperto, non posso darti di pi di quel che ho, e se vuoi aspettar il sole, aspettalo.
Ero al castello quando incominci a far tempo.
E a che ti sei messo in viaggio allora?
Per venir qua.. Alle corte, Bortolo... disse egli abbassando la voce; c' quaranta scudi da mettere in tasca, e questo  un acconto che ti dar da comprar tanta legna da bruciare anche la tua capanna se non vuol perder l'umido... Ei si trasse di tasca la borsa che gli aveva dato Enrico, l'oro scintill tra le maglie, l'occhio del carbonaro si accese come d'un lampo.
Uno dei vezzosi angioletti si mosse e mand dal petto un lamento, Bortolo fremette come se il pensiero che era balenato alla sua mente e che fu nello stesso tempo accettato dalla sua coscienza, avesse avuto un testimone; spegn rapido il lume.
Per alcun tempo si intese nella capanna un susurro di voci, poi pi nulla, la porta si aperse, Antonio calatosi sugli occhi il largo cappello ne usc come uomo che sia contento de' fatti suoi; la voce del carbonaro commossa, quasi paurosa del suo accento istesso gli mormor dietro racchiudendo l'uscio della capanna Buon viaggio, Antonio.
A domani! gli rispose questi allontanandosi.
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CAPITOLO 13. 
L'agguato.
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Inconscio di quanto tramava contro lui l'astuzia e la vendetta a cui la frode accordava la sua patente di servizio, il giovane montanaro, con occhio vigile cercava per di lottare alla sua volta contro l'inesorabilit di quel destino che andava di giorno in giorno stringendolo sempreppi nei ferrei suoi nodi.
Sull'alba del domani... scambiatosi nella capanna del carbonaro tra quei due sinistri patteggiatori del delitto, il giovane uscito da una casa di campagna che gli aveva dato ricovero, mosse verso il paese; ei s'arrest sul declivio del sentiero dal quale vi si scendeva, poggi i gomiti sul suo fucile, un piede incroci sull'altro, e stette guardando una casa che scorgeva tra il verde dalla sottoposta collina... Come era bello il sole che entrando dalle aperte finestre poteva liberamente guardare il sorriso della madre che pensando a lui orner delle sue gaie vesticciuole il suo bambino e gli insegner colla prima preghiera il nome di suo padre! Come vago sara poter fondersi in quel raggio che ne bacia le chiome d'oro! a cui ella sorride e benedice come ad una speranza! Erano questi al certo i pensieri che passavano nella mente di Francesco; egli pure guard il sole, e parve gli volesse affidare il senso della sua parola, il pensiero della sua anima, poi declin la fronte sul petto e si fe' tristo.
Non era quel raggio sereno, pieno di vita, che egli potrebbe guardare beato d'un palpito d'amore, stretta la sua destra in quella di lei, fisso nel suo l'occhio di fuoco! insieme assorti nelle vaghe e lontane immagini dell'avvenire, creandosi un magico sogno in cui fisserebbero avidi il pensiero, a cui il cuore si volgerebbe coll'aspirazione ardente di un incanto che  un'illusione! Come il malfattore pauroso della luce che potra essere testimone della sua colpa, egli doveva aspettare che le tenebre della notte avvolgessero col mistero i brevi e fugaci istanti di quella gioja che egli furtivo ed ansioso era costretto rubare alla vendetta, all'odio che stava guardiano inesorabile a quella porta... a quella sosta della vita umana, su cui la mano di Dio scrisse per mezzo de' suoi angeli: Felicit!
Il giorno tramontava splendido e sereno come era incominciato; le vette delle montagne erano avvolte da un manto di porpora e d'oro, gli uccelli cantavano salutando il grande astro a cui s'elevava il loro inno di gioja! Il lago rifletteva tranquillo lo splendido panorama, sul suo dorso scorrevano agili le barchette, la brezza della sera ventilava dolcemente sulle sue acque d'argento; le rondini cinguettando si inseguivano lambendone la superficie appena increspata leggiermente. Eppure Giulietta che al davanzale della sua finestra contemplava questo spettacolo non sentivasi l'anima compresa dal dolce insieme di quel quadro sublime in cui l'indefinibile maestosit della creazione lampeggiava a gran tratti l'immensit della sua grandezza.
V'era un non so che di tristo per lei in questo scendere della notte, cos tacita e silenziosa. Nell'inquieto suo pensiero vi si attaccavano mille immagini di delitti, di frodi, di tradimenti; ad ogni istante le pareva d'intendere un gemito, fiocco fiocco, come di moribondo, ed in quel gemito ella ascoltava una voce, quella del suo Francesco... Essa lo vedeva errare furtivo di monte in monte, aspettando un'ora che gli tardava come la stilla d'acqua alle arse labbra del ferito, e lo vedeva agitarsi e fremere nella indicibile tortura del suo animo ansioso d'una parola, del suo sguardo avido d'uno sguardo, dalla sua bocca su cui mormorava un nome avida d'un bacio!
Come spiegare adunque la mestizia della giovane madre che vedeva in quel tramonto avvicinarsi l'ora di quella gioja che le consentiva la notte? Egli  che l'animo umano  soggetto alle mille stranezze che se ne fanno giuoco; egli  che il presentimento, questa divinazione della sventura pi che della gioja, la stringeva sotto il suo giogo fatuo s, ma che pur gli pesava sul cuore come l'incubo d'uno spaventevole sogno... Ella si ricordava vagamente d'un altro giorno; d'un giorno terribile in cui come ora, era inquieta della stessa inquietudine, in cui come allora non sapeva rendersi ragione dell'arcana agitazione della sua anima. Essa fissava il sole che tingendosi d'un calore di fuoco inesorabilmente s'abbassava, come avesse voluto colla potenza convulsa della sua volont fermarne il corso... ella lo guardava come un amico che si lasci tra l'angoscie dell'agona, come una speranza che si  rattenuta con tutte le mille file dell'illusione quando l'ultima di queste si sia finalmente spezzata. Si fe' notte!
Fu un grido quasi di spavento che emise la giovane quando ella vide un'ombra rizzarsi sul davanzale del balcone mentre ella si stringeva al petto il piccolo Adolfo baciandolo col trasporto dell'immensit del suo amore.
Il giovane d'un balzo le fu appresso, egli se la strinse al petto anelante, egli ne bevette dagli sguardi l'estasi di cui il suo cuore aveva fame... Dalla bocca fremente nel trasporto del bacio, egli colse i baci di cui le sue labbra avevano sete; egli avra voluto assorbirla onde poter recarla con s... fondersi in lei per restar con essa, far tutto quello che non fosse separarsi! tornare lontani l'uno dall'altro, tornare ai palpiti di prima, alle angoscie d'ogni giorno... alle speranze deliranti, alle paure disperate che costituivano la vita febbrile dei suoi giorni, a cui solo benediceva per i brevi istanti che ne temperavano l'amarezza insoffribile...
Fu quella la prima sera che Giulietta trov lunghi troppo i suoi baci, troppo lungo il tempo che lo ratteneva al suo fianco. Lui! Egli! da cui il separarsi era lo strazio pi crudele della sua anima!
Forti colpi tempestano la porta... voci di minaccia mormorano ai piedi della finestra!  un grido supremo di spavento, d'angoscia, che esce dal petto di Giulietta,  un fremito che corre le fibbre del giovane e le accende con un sussulto.
Sorpresi!
Questo grido  uscito rapido, istantaneo dalle loro labbra; ha eccheggiato nel loro cuore, vi ha comunicati mille palpiti, lo ha animato della vita d'un'intera esistenza concentrata nel volgere d'un istante; si sono dette parole che favella umana non pu concepire!
Si lev un urlo di maledizioni di sotto alla finestra, la porta scassinata crocchi sotto l'impeto dell'assalto. Il giovine trasse dalla cintola una pistola a due canne e si fe' presso al balcone; una scarica rintron, una palla sibilando al suo orecchio si piant nel soffitto della stanza, Giulietta mand un grido di spavento, il piccolo Adolfo quasi fosse conscio del pericolo, non piangeva, e stretto alle vesti della madre stava fissando su lei il suo occhio spaventato ed immobile.
Altri colpi si susseguirono... non v'era a sperare altro mezzo di salvezza che dalla finestra la quale metteva direttamente sul sentiero del monte... Francesco comprese tuttoci con quello slancio d'intuizione che d al pensiero l'estrema agitazione del pericolo.
Con quanti mobili pot avere sotto mano egli barric l'uscio della stanza e stette ad attendere, l'occhio pronto, la mano sul grilletto dell'arma, stretta al cuore col sinistro braccio la giovine madre sulle cui labbra pallide mormorava col fremito dell'angoscia un nome che era il ricordo pi soave della sua esistenza!
Fuvvi un istante eterno di indicibile ansia, un secondo urlo pi terribile perch esprimeva la gioja selvaggia d'un progetto compiuto echeggi nel cortile della casa. La porta era stata atterrata, la folla saliva!
Francesco corse al balcone, tre colpi lo accolsero al suo affacciarsi, egli soffoc un grido di dolore, gett uno sguardo d'addio alla giovane, e si slanci... Giulietta abbracciata al figlio era caduta ginocchioni ed una fervida preghiera usciva dal suo petto anelante.
Di qua! di qua! s'intese prorompere varie voci; di qua, di qua.. fuvvi un tafferuglio disordinato su per le scale, un rumore di passi precipitati risuon dalla strada, poi tutto ritorn nel silenzio, l'onda era passata. Erasi dispersa, oppure s'era diretta verso un punto fisso? aveva quella sgherraglia abbandonata la preda, oppure aveva lasciata la casa per inseguirla?
Queste inquiete domande a cui non poteva rispondere che per vaghe apprensioni, o per lusinghiere speranze, fervevano nella mente della giovane madre. Ella sper bene, che quel tumulto si fosse disperso, vagheggi il suo Francesco di balzo in balzo allontanatosi da quel luogo fatale, raggiungere la sommit di qualche dirupo che gli desse agio a sottrarsi ad ogni ricerca; alcuni spari di fucile alquanto lontani della casa la convinsero che i bracchi non avevan lasciata la caccia. Caccia orribile nella quale un uomo doveva fuggire inseguto da un'orda; fuggire, cadendo spossato dalla fatica, e rialzandosi colle carni insanguinate per trascinarsi di masso in masso, per cadere poi sotto il coltello d'uno sgherro colla gola squarciata, esalando sopra una rupe l'estremo sospiro a cui risponder la bestemmia insultante de' suoi assassini!
Era un terribile quadro quello che passava d'innanzi alla mente di Giulietta accesa dalla febbre. Le sue forze vitali spossate da quel delirio convulso non ressero alla lotta, poggi il capo sul seno del suo bambino e svenne.
Il giovane montanaro inseguito dalla banda invelenita che per due volte se lo vedeva sfuggir dalle mani, aveva preso il sentiero della montagna; vi si era slanciato... Alle grida, di qua, di qua... che mandarono i tre bravi appiattati sotto al balcone e che si diedero primi ad inseguirlo, tutta la ciurmaglia s'accalc sulle sue peste.
Egli aveva corso buon tratto di via, le forze per gli venivano meno ad ogni volger d'istante; era stato ferito al fianco, e sui suoi passi lasciava una striscia di sangue; dietro lui sentiva incessante, continua minaccia di morte ruggirgli alle spalle il rumore della loro corsa...
Fuvvi un momento di silenzio... Con quel tatto particolare che d l'esperienza a chi si cimenta in quella perigliosa vita del fuggiasco, Francesco comprese che i suoi inseguitori pigliavano lena ma non ne lasciavano il passo; v'era dunque un istante di risorsa, egli avrebbe potuto guadagnare terreno; si prov a riprender la corsa, ma fu costretto a piegarsi sulle ginocchia spossato.
Non poter fuggire, era morire... egli lo sapeva.
In un baleno mille pensieri corsero alla sua mente. La strada sfiancava formando un angolo; egli era caduto dietro ad un grosso macigno che lo copriva; le tenebre calavano ma non abbastanza fitto come egli le avrebbe evocate col pensiero, la sua carabina era carica, non aveva sparato che un colpo di pistola allora che s'era slanciato dalla finestra, gli restavano tre colpi... e poi? Era una certa morte che lo aspettava; ei s'era provato, sapeva di non poter muoversi di l... gli restava un partito, una carta da giocare, vi metteva per posta la vita! tanto valeva! quando si  certi di perderla, che vale un modo o l'altro? v'era per qualche cosa di terribile nell'accettazione del partito che s'era affacciato alla mente del giovine.
Il suo progetto era di starsene appiattato dietro il sasso, e lasciar passare i suoi inseguitori; era un aspettare la morte o la vita passando per tutte le gradazioni della pi terribile delle agonie... era un sentir avvicinarsi la morte, analizzandola col pensiero convulso in tutte le sue tremende forme... Ribellarsi contro la violenza che vuol uccidere e restare invece uccisi,  cadere in una lotta... si ha un'arma da usare, si risponde al fuoco col fuoco, coll'insulto all'insulto; si pu mordere la mano che ci afferra, si pu morire vedendo spirare ai vostri piedi uno dei nemici che avete colpito; il sangue si accende, il pensiero tace occupato solo nello sforzo della lotta... si muore e non si sa di morire se non allora che l'agona vi gela sulle labbra l'ultimo anelito.
Ma essere pieno di vita ed aspettare la morte resa pi orribile da una speranza di vita.. ecco l'idea spaventevole! Il condannato che sta per essere dato in mano al carnefice sa che deve morire, e se  orribile il pensiero di quell'istante in cui tutto ci che pensa in lui, tacer... in cui sente svanire tutto s stesso sotto lo strettojo d'una idea che veste al suo pensiero il terribile atto del suo disfacimento... L'attimo in cui tutto ci che  in lui cesser di essere! in cui tutto cesser di esistere intorno a lui... V' qualche cosa di pi orribile! ed  l'idea della morte quando nell'animo invece dell'atonia che grava sulle facolt intellettuali fino a produrre quello prostramento che  la rassegnazione, vive in quella vece in noi la vigoria suprema d'una speranza a cui  attaccata la nostra vita; una speranza a cui s'avvincono tutte le facolt della vostra anima, su cui il pensiero si ferma anelante e sbigottito, una speranza quasi impossibile, che combatte contro una realt che presentite certa ed a cui non volete abbandonarvi per paura di voi stessi. Astenersi da una lotta a cui pu essere attaccata una speranza di salvezza per accettare una idea lontana di salvezza comperata coll'agonia.
Ecco quale era la posizione di Francesco; posizione tremenda che gli rizzava sulla fronte i capelli ad ogni agitarsi di fronde scosse dal vento. A lui il sangue saliva violento al cervello, le tempia gli battevano in modo da spezzargli il cranio, il cuore gli sussultava in modo da frangerne le vertebre e scoppiargli nel petto.
Egli sent prima un frastuono di voci... poi il crocchiar dei moschetti che si armarono, poi un suono di passi che si avvicinavano... egli si strinse al macigno come se avesse voluto scavarlo colla pressione del suo corpo e farvisi dentro. Egli aveva paura... perch al di l della morte v'era un sogno! nella morte un pensiero che non era per s.. Gli inseguitori distavano da lui di qualche passo ad un breve tratto al di l del posto ove ei si giaceva; s'intese un rumore di fronde agitate, un moschetto scintill tra lo spazio che era tra un cespuglio di frassini ed una capanna... Part un grido di gioja da quel gruppo di sgherri che saliva spiando di masso in masso, e l'orda si slanci passando dinanzi a Francesco che ne sent sul cuore i passi quasi che egli stesso loro avesse servito di lastrico.
Il giovine sfinito da quella terribile agonia, alz le mani al cielo che scintillava gemmato di stelle... ei volle alzarsi, ricadde sovra s stesso e svenne.
La sgherraglia che passava dinanzi alla capanna del carbonaro, trov un uomo ritto sullo spianato verso cui erasi mossa; ei guardava indifferente gi nella vallata col suo fucile al armacollo.
 passato di qui un uomo che fuggiva? gli chiese uno della brigata.
Un ferito che si trascinava a stento, volete dire? rispose il carbonaro.
Francesco al cui orecchio arrivava questo discorso, fremette in tutte le sue fibbre...
 passato in su.... camerati, ma pu aver fatto poca strada perch era malconcio aff!
Purch tu non gli abbi dato ricetto in quel maledetto antro, marrano! esclam uno degli sgherri, e mise il capo dentro l'uscio della capanna da dove lo ritrasse tosto.
Non c' nessuno, disse egli ai compagni, e la brigata continu la sua strada... Il carbonaro scese ratto, si avvicin a Francesco... lo guard con fosco ciglio ed accertatosi che il suo cuore batteva ancora se lo caric sulle braccia e lo trasport nella sua capanna...
Eravi qualche cosa di mostruoso in quell'assassino che ansioso spiava che non gli si uccidesse la vittima gi designata ai suoi colpi... L'immondo ragno aveva afferrata la preda, il vampiro se la stringeva al petto soffocandola nel mortale suo abbraccio!
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CAPITOLO 14. 
Dieci anni dopo.
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Sotto la capanna di Bortolo il carbonaro, dove s'era patteggiato il delitto, s'era pagato un cadavere; Francesco era morto forse in causa della sua ferita.
Enrico s'era presentato a Giulietta ardente di volutt e aveva trovato una morente stesa sul suo letto di dolori, che maledicendolo insegnava un nome da odiare al figlio che pauroso si stringeva al suo seno, e nella cui mente si scolpiva una larva che aveva strappato un grido d'esecrazione all'agonia di sua madre! Nell'animo del fanciullo echeggiava il suono fiocco di quella voce che gli mormorava all'orecchio:  l'assassino di tuo padre!
Fra Mantova e Cremona a destra dello stradale, per una via fiancheggiata da una siepe di rubinie verdi e fiorite si faceva capo ad un cancello di ferro da cui vedevasi un elegante e vasto giardino. Ne eran vaghe le ajuole gemmate di fiori; vi si intrecciavano ameni viali di pini e di tigli; una fontana zampillava con dolce mormoro nel mezzo di un quadrato angolare cinto all'intorno da vaghe spalliere d'aranci e di cedri; vi cinguettavano i passeri tra le fronde, il capinero e la cingallegra volteggiavano inseguendosi di cespuglio in cespuglio, le farfalle dalle ali bianche e dorate vi vagavano gaje, parlandosi il lor linguaggio d'amore e baciandosi librate sugli steli ancora umidi dalla notturna rugiada. S'avra detto che la felicit non potesse trovare miglior albergo! Un silenzio che parea il soave raccoglimento della pace regnava in quel luogo, vago Eden nel quale le Uris dell'Oriente sarien venute a sciogliere le loro leggiadre carole ed i Fauni della vecchia Mitologia le loro canzoni d'amore al suon delle tibbie e della zampogna pastorale.
Dal fondo del giardino si elevava una bella casa di campagna; ne erano le finestre socchiuse, vi si sentiva di dentro un mormoro come di voci, si sentiva un passo affrettato correr di stanza in stanza, poi tutto vi ritornava silenzioso.
Era un tristo silenzio l'arpa che altre volte rallegrava quella solitudine s adorna di incanti, taceva polverosa nell'angolo d'un vago gabinetto di fanciulla; i libri erano chiusi, i fiori appassivano non colti nelle ricche alee del giardino.
Ove era il vago angelo dal lieto sorriso che avria dovuto spandere a s d'intorno tanta onda di poesia? l dove tutto pareva disposto ad invitarne l'espansione?
Angela, la bella regina di quel paradiso di fiori e di verzura, giace in un letto travagliata da un lento malore per cui l'arte medica ha esaurite le sue facolt. Sotto gli occhi di una madre che l'ama a non dirsi, d'un padre, d'un fratello che la vegliano con tutta l'ansia d'un affetto profondo e tenero, essa deperisce ad ogni volger d'un giorno che ne avvicina l'estremo; ti pare osservandola nel progresso di quella terribile malattia per cui la scienza non ha nome, che ella si decomponga man mano, povero fiore a cui n l'aria, n la luce, n l'amore possono alimentare la vita!
Eppure.... quanto  bella! Il suo occhio nero velato da folte ciglia d'ebano, erra a s d'intorno ed esprime ai suoi cari tutto il tesoro della riconoscenza e dell'affetto chiuso in quel giovane cuore di diciassette anni! Neri capelli ne contornano la fronte d'alabastro; intrecciati ed in vago disordine composti le scendono sul petto candido; colle sue belle manine bianche e fusellate, essa se li liscia sulla fronte, ne guarda con un sorriso di vergine le anella, e pare che nel suo pensiero segua un fatuo sogno... forse un'immagine di felicit a cui non consente la speranza il suo palpito vitale.
Povero angelo! e sar dunque destino che tu ti parta dalla terra senza aver gustate le gioje che ti prepara l'amore? senza che il tuo cuore avido d'affetti attinga a quella fronte le serene dolcezze che fanno beata l'esistenza? Povero fiore languito sul tuo stelo senza che alcuno ne abbia colto il profumo? la tua bocca esaler essa l'estremo sospiro senza aver sentito sulle labbra il soffio ardente d'un bacio che risponda agli arcani battiti del tuo cuore di fanciulla?
Il padre ed il fratello di Angela, mentre la sua buona madre la veglia, in un istante in cui il male le concesse la tregua d'un leggiero assopimento, si sono recati in giardino e s'intrattengono in un colloquio che pare sia giunto alla estrema deliberazione d'un progetto che sia stato gi altre volte scopo ad un'analisi a cui non venisse data alcuna soluzione positiva.
Non v' altro mezzo onde cercare se  possibile lo scongiuro di questo pericolo, diceva Alberto, il fratello d'Angela, come se egli si opponesse alle dimostrazioni del padre... L'arte  impotente a trovare un rimedio al suo male, non resta che fare l'esperimento suggeritoci dal dottore... la stagione  opportuna onde cercare una villa sul Ceresio, forse che l'aria della Svizzera potr infondere un po' di vita nelle sue fibbre prostrate.
Lo credi, Alberto? domand il vecchio con un sospiro.
Lo spero almeno, rispose il giovane.
Quand' cos non resta che fissare il come eseguire questo progetto.
Partiremo insieme onde trovare un luogo adatto, padre mio... Angela ha ancora bastevol forza per sostenere un trasporto, pi tardi forse non lo potrebbe. La mamma resta presso lei nei brevi giorni della nostra assenza.
Domani dunque?
Domani! Essi s'erano internati nel viale del giardino, lo rifecero comunicandosi a vicenda i loro pensieri, le loro speranze, e ritornarono alla stanza dell'ammalata che riposava ancora sorridente del suo sorriso d'angelo! sorrideva forse ad una vaga visione che scendeva leggiadra sul suo guanciale di dolori ad allietarne le quiete ore del sonno!
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CAPITOLO 15. 
Adolfo.
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Il figlio di Giulietta era cresciuto cogli anni, erede d'una vendetta raccolta dal labbro morente di sua madre, allevato dalle cure della vecchia governante che su lui aveva concentrato tutto l'affetto a cui era proclive il suo cuore. Educato a nobili sentimenti di riconoscenza e di gratitudine, ardentemente sentiva l'ansia infrenabile di compiere il sacro voto che ogni anno andava rinnovando sopra una tomba, la tomba di sua madre, dalla cui memoria traeva fomento a compiere l'opera sua! Egli avea chiesto del condottiero di quella sgherraglia che vedeva scorazzare pel paese tronfia e superba; gli fu detto ch'egli aveva lasciato il servizio del duca... Alle sue indagini aveva risposto il mistero, alle sue domande il silenzio; ei vi resistette per qualche tempo cercando col pensiero un mezzo per venire a capo della sua brama inquieta... l'avrebbe chiesto all'inferno! l'avrebbe patteggiato col delitto!.. Ei si rodeva in quella crudele alternativa dell'aspettare, in quella febbre che consuma! in quell'agonia che sfinisce... Egli si ricordava di quella terribile notte nella quale un uomo erasi affacciato sulla porta della stanza... l dove agonizzava sua madre... Egli ne aveva veduto il livido pallore... Aveva sentito la voce di sua madre efferata dallo spavento gridargli collo sforzo convulso della sua anima....  l'assassino di tuo padre! Egli si ricordava tutto ci; dalla sua mente il tempo non aveva cancellata la memoria di questo dramma di sangue che ora costato due vite! che l'aveva lasciato orfano, solo sulla terra... ed ei si diceva tutti i giorni, si ripeteva ad ogni istante, che fra mille avria conosciuta quella livida fronte segnata dalla mano scarna dell'agonizzante, sulla quale Iddio avrebbe dovuto scolpire il marchio dei Caini!
In qualcuno di quei giorni di smania impotente contro cui cercava invano di reagire, il giovane si dava a correre come un pazzo i sentieri della montagna come volesse coll'uso della vita attutire quel fermento morale che gli saliva al capo colle mille sue vampe.
Egli correva, correva..., come seguisse il volo dei tumultuosi pensieri che fervevano nella sua mente e cadeva poi anelante e spossato su qualche pietra della montagna, rodendo il freno dell'ira che gli martellava nel cuore e proponendosi mezzi strani, l'uno pi strano dell'altro, affine d'uscire da quella vita d'inerzia e di disperazione!
Un giorno che dava sfogo ad una di queste sue bizzarrie, si era riposato al margine di un ruscello che scorreva tra i sassi saltellando e vi serpeggiava come un serpente dalle lucide squame d'argento... Era verso sera; le tenebre calavano sulla valle, lo spazio si oscurava, spirava un'aria grave ed umida: egli stette alcuni istanti assorto nei suoi pensieri, tutto ad un tratto si scosse; gli parve d'aver inteso un bisbiglio di voci, raccolse la sua attenzione; era diffatti un susurro piano piano, un ronzo di parole sommessamente mormorate. Macchinalmente e come attratto dalla curiosit ei si alz e mosse verso la direzione da cui veniva il rumore; a pochi passi da lui vide una capanna, era la capanna del carbonaro.... era pi trista di quello che allora nol fosse, fesse ne erano le tavole di legno di cui era formata; i frassini eransi fatti pi alti e pi frondosi, e la coprivano quasi intieramente. Le voci si fecero pi distinte all'orecchio del giovane... ascolt... un fremito gli corse le fibbre...
Tanto fa... diceva una voce.. dal fabbricar scrupoli al morir di fame! aff che la scelta  facile!
Tu sei un gaglioffone! buono a nulla, diceva un altro.... e s che sulla coscienza c' n'hai d'aver pi d'uno dei peccatacci!
Eh via! Bortolo! brontolava il terzo! hai le ombre nere pel capo oggi? si tratta di mangiare e di dar da mangiare ai tuoi marmocchi che ti strilleranno all'orecchio una poco allegra canzone.
Bortolo il carbonaro si scosse... ei guard il canile dove soleva dormir la sua donna ed i suoi figli; era vuoto; verranno a momenti, mormor egli. Vada! Esclam poi come imponesse a s stesso! Vada! qua la mano...
Quattro destre si strinsero a suggellare un patto di sangue.
Quando ci vediamo?
Qui allo svolto.
Alle sei parte la corriera da Como per la Svizzera.
Dunque alle nove.
Sullo stradale della Croce....
E chi primo arrivi?
Si raccomandi al diavolo...
Sss... f uno dei banditi guardandosi attorno sospettoso.... non ti parve d'aver inteso alcun rumore?
Stetter zitti per alcuni istanti; non s'intese pi nulla. Adolfo era girato dietro la siepe. Un uomo guard fuori dalla porta della capanna. Fischia un maledetto vento, disse egli rientrando...
Adolfo trattenendo il respiro aveva tutto ascoltato; era certo che si tramava un delitto, che ben scelta non era ancora la vittima; egli si sent preso da uno strano senso di compassione per chi avesse potuto incappare sotto il pugnale di quei banditi... lasciare che la loro opera si compisse quando egli n'era a parte, quando sapeva l'ora, il luogo, come e su chi si dovesse compiere, era rendersi complice del loro delitto, era un farlo pesare indirettamente sulla sua coscienza d'onest'uomo....
Un pensiero corse rapido alla sua mente, ei non stette ad analizzarlo, egli lo accett come era venuto, vi si affid: lasci con precauzione il suo nascondiglio, rifece la strada del monte, arriv a casa, stacc dissopra al suo letto la sua carabina a due colpi, si pass alla cintola un sodo coltello da caccia, e si mise in via. L'orologio della piazza batteva le nove... Cinque uomini erano al loro posto sullo stradale della Croce... i quattro banditi accosciati dietro una siepe al fianco sinistro della strada; Adolfo, appoggiato ad un grosso albero che lo toglieva ad ogni guardo sopra una collinetta che s'innalzava a destra della via.
Lo stradale della Croce, cos nominato a motivo d'una croce di marmo che la piet pubblica vi aveva eretta in memoria d'uno del paese che era morto sotto una ruota di carro allo svolto della strada che sfianca un ponticello di legno e sotto cui scorre un piccolo fiumicello; non  una di queste strade che sembran modellate appositamente dalla natura per favorire gli assassini... come lo potrebbe dar a credere la sua sinistra qualifica.
Lo stradale della Croce  in quella vece una strada abbastanza comoda per essere una strada di montagna, per di l si s'interna verso Lugano.... fiancheggiando amene vallate vestite di verde; il fiume vi passa in mezzo serpeggiando colle sue onde d'argento e scaricandosi nel Ceresio.
 una strada che si contorce, si innalza, scende, e che d maledettamente da fare ai vetturini ed alle loro rozze. Quel punto che si chiama l'angolo della croce  la parte pi pericolosa se vogliamo per incontri di mal augurio perch  la pi lontana dalle abitazioni della valle e si lascia dietro alla sua destra la parte pi coltivata della montagna, armandosi il fianco per buon tratto di via di irti macigni tagliati a picco in mezzo cui non vegeta che il giunco e la rovere.
Passarono alcuni momenti d'ansia indicibile.... I quattro banditi colla mano sull'arma, l'occhio vigile, guardavan lungo la via ascoltando il men che leggier rumore che lor fosse portato dal vento e pareva coll'avidit del pensiero che volessero attrarre la preda... Adolfo li dominava, vigile ed attento ei pure. Il gruppo di quelle cinque persone ciascuna delle quali aspettava; aveva il suo lato estremamente poetico. Era la miseria cenciosa, irritata, il vizio insaziato che si collegava per compiere un delitto quale ei si fosse; lo slancio d'un cuor nobile, confidente, che si cimentava a combatterlo! Era un nodo del dramma della vita che stringevasi su quella deserta via... Il caso vi arrabescava intorno uno de' suoi tanti geroglifici! geroglifici bizzarri che la superstizione ha ascritto alla Provvidenza! come se nelle vicende di questo granello d'arena che  il mondo, in questo giuoco di luce che  la vita, questo fantasma del pensiero potesse mai intromettersi a far da vetturino a questa grande macchina dell'Universo!
S'intese da lontano un rumore ancor vago che per si tradusse per lo scalpitar di due cavalli; i cavalieri salivano l'erta. I quattro banditi accosciati sulla ripa sinistra della vallata non li vedevano ancora; Adolfo dalla collina li vedeva avvicinarsi intrattenendosi in un discorso che pareva assorbisse tutta la loro attenzione perch lasciate andare la briglie sul collo delle loro cavalcature venivano innanzi lentamente....
Il primo dei cavalieri mostrava circa 50 anni... robusto ancora di forme, ma sofferente e pallido, pareva assorto in dolorosi pensieri, mentre il suo compagno giovane di circa 20 anni, parea si desse tutto cuore a cacciargli dall'animo quella cupa tristezza.
Adolfo arm la carabina... I cavalieri salito il declivio si mostrarono in tutta l'altezza della loro persona sul ponte della Croce... Mentre Adolfo con infinito senso di compassione e di terrore fissava su loro lo sguardo, un colpo di fuoco rintron per l'aria e corse come un fremito di monte in monte; il cavallo del giovane fu colpito nel fianco, ma non cadde; da due petti eruppe un grido d'allarmi, a cui rispose l'urlo dei banditi che si slanciarono verso gli aggressi: Adolfo lasci andare il suo colpo, uno dei banditi che si avventava alla briglia d'uno dei cavalli cadde riverso... tradimento! gridarono i compagni volgendosi, fu un istante... in certi casi un istante  la vita! I due cavalieri rinvenuti dalla sorpresa dell'attacco, animati da quella fucilata che aveva atterrato uno dei loro assalitori, cavaron le loro pistole d'arcione e fecer fuoco; nello stesso tempo ratto come la folgore e mentre i banditi stavan per ritornare sulla preda, Adolfo fattosi una mazza del calcio del suo fucile che ruotava da indemoniato, s'era slanciato in mezzo ad essi.
Al suo apparire s improvviso un grido di terrore eruppe dal petto d'uno dei banditi che stette immoto fissandolo cogli occhi spalancati, coi capelli irti sul fronte!
Lui! grid egli.
Adolfo che stava per vibrare un colpo si rattenne colpito egli pure dalla sorpresa... Il bandito come se avesse veduto sorgere a s dinanzi un'evocazione infernale si di a tutta corsa a fuggire precipitoso gi per la vallata seguito dai due suoi complici che bestemmiando lasciavano la loro preda.
Noi vi dobbiamo la vita... diceva il vecchio stringendo con affetto la mano di Adolfo, il quale s'accertava intanto nulla essere loro avvenuto di sinistro.
Non ho fatto che il mio dovere, signori... potei scoprire per caso che si tramava un delitto, e quale ei si fosse, e su chiunque si potesse compire stimai mio obbligo oppormivi per quanto le mie forze me lo avessero permesso; il caso ci ha favoriti, perch voi l'avete veduto, il mio colpo non and in fallo, ed al mio solo mostrarsi quei banditi preser la fuga come se avessero veduto non so qual fantasma di morto....
I due cavalieri ricambiarono con infiniti segni di gratitudine le parole del montanaro. Questi dava mano intanto al pi giovane aiutandolo a smontare dal cavallo ferito.
Dopo un s brutto incontro, disse poi loro, sentiranno al certo il bisogno d'un po' di riposo... e se la mia casa pu loro offrire un'ospitalit che offro loro di tutto buon grado, possiamo avviarci. Riprenderemo a cena i dettagli di quest'avventura....
Fu accettata l'offerta con pari lealt come veniva fatta, si trascin sul fianco della strada il cadavere del bandito, e prese a mano le cavalcature s'avviarono verso il paese.
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CAPITOLO 16. In cui il Romanzo s'imbroglia maledettamente.
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Margherita la vecchia governante che aveva veduto il giovane Adolfo correre a tutta furia fuori di casa colla sua carabina alle spalle, stava attendendolo con molta impazienza e s'andava intanto scervellando a tutta possa per capire qualche cosa; ma per quanto ci si mettesse non veniva certo a capo di nulla, e conoscendone l'umore fantastico che di giorno in giorno gli montava al cervello, vi attribuiva non sapea qual sua matta bizzarria a cui si lasciava andar di sovente.
Essa mand un grido di gioja quando lo vide venir dalla strada, e neppur accorgendosi dei due forestieri che lo seguivano e di cui egli conduceva un cavallo gli salt diffilata a bracciacollo con tutta l'espansione de' suoi muscoli ancor ben in vigore.
Adolfo si lasci abbracciar ben bene, le contraccambi un bel bacio, proprio con quella gioja d'un cuore che  contento di s dopo d'aver compiuta una buona azione ed a cui sembri che sia un suo diritto bell'e buono quello d'esser vezzeggiato, quando infine se ne abbia il merito!
E in quel momento Adolfo pensava quello che non diceva, e lo diceva ricevendo quegli atti d'affetto della buona vecchia con tutta la compiacenza possibile.
I due forestieri stettero guardando quella scena coll'animo commosso ed intenerito. Eran cuori onesti e leali; non potevano non sentirsi compresi da un gentil senso d'ammirazione. V'aggiunga il lettore, che essi venivan dall'aver salva la vita per opera di quel giovane sconosciuto che loro offeriva ospitalit, e trover che per essi non era allatto estranea quell'espansione, e vi partecipavano con tutta la soddisfazione dell'animo loro.
La buona donna fece tutta lieta le feste di casa ai due forestieri; lor prepar le pi belle stanze, fe' scontar al migliore dei suoi polli che correvano il cortile, l'impeto della sua dimostrazione; si di tutt'anima a metter in mostra quanto vi era di buono e di bello con quella cura con cui un antiquario imprende le eterne riviste dei suoi quadri, e ne spiegherebbe le origini, e i come ed i perch, trenta volte al giorno, se gli capitasser giornalmente trenta vittime su cui sfogare la tortura delle sue erudizioni storico-artistiche. Per buona sorte erano di tutt'altro genere le dimostrazioni della buona Margherita, e non avevano a che fare colle dissertazioni storico-artistiche... Essa ci teneva a far un brodo che potesse esser trovato la fenice dei brodi dai suoi ospiti! fe' munger la sua manza favorita; loro amman un'eccellente frittura di sardine del lago; burro fresco della casa, e tutto quanto poteva insomma far tornar loro gradita quell'ospitalit che lor venia offerta col cuore sulle labbra, e con un cuore senza maschera di convenienze.
Quando la cena fu messa in tavola, la si onor d'un appetito che compensava ad usura le premure della vecchia Margherita; Adolfo raccont i dettagli di quella strana bizzarria che imped per quella volta un assassinio; gli ospiti gli dimostrarono tutta la loro gratitudine e stabilirono che l'indomani egli li accompagnerebbe a Lugano dove si recavano per farvi l'acquisto a cui erano diretti.
Venne l'indomani; si sostitu una sedia da posta alle cavalcature che restarono in una scuderia del paese, ed accommiatatisi dalla vecchia Margherita a cui promisero un sollecito ritorno, preser le mosse verso Capolago.
Il tragitto da Capolago a Lugano che si fa oggi col solito termine medio dell'orario postale, si faceva allora sopra a delle barche a remi; vi si impiegava pi tempo, ma non era men divertente: le amene sponde del Ceresio vestite della vaga verzura dei suoi colli lussureggianti al cui fianco contrastano quelle imponenti roccie di granito or nude e luccicanti sotto i raggi del sole, or folte d'abeti, e di noci, in mezzo alle quali saltella il camoscio, e squittisce il faggiano, sono nel loro insieme uno splendido panorama, dentro cui l'immaginazione si perde, e sol ne resta quel senso d'impressione profonda che si subisce innanzi a quel portentoso fenomeno che  la creazione!
Il Ceresio svolta, si contorce come una serpe e scorre tranquillo e limpido, poi si fa scuro, cupo, verdaceo:  uno specchio che vi sorride e nella sua vaga ondulazione riflette la vostra immagine;  talora un abisso in fondo a cui sentite un fremito che vi spaventa.
L'orrido ed il sublime, l'orridezza del bello dir cos, e la bellezza del sublime, vi abbaglia e vi colpisce; passando in mezzo a quelle schieravisi innanzi una natura che vi si offre in tutte le molteplici sue forme... Avete alla vostra destra un'amena casetta inghirlandata da colli verdeggianti, sentite l'olezzo dei fiori, il belar del capretto; vedete il sorriso d'un bimbo accarezzato dalla madre, il sole indora questo vago spettacolo col suo raggio pi bello, vi volgete a sinistra e sul vostro capo giganteggia orrendamente una nuda scogliera dal color del ferro, non vi vedete vegetare un arbusto, non vi sentite un canto d'uccello!
Il nibbio vi volteggia intorno in larghe ruote... quell'immenso masso arde, quella parte di lago su cui esso projetta la sua ombra;  diversa da quella che voi scorrete, quell'ombra vi fa paura... quell'onda vi pare pi fredda, il suo colore  cupo come il pensiero che vi corre alla mente... Avete vagheggiata la vita, e vi trovate d'innanzi la morte!
Adolfo ed i suoi due ospiti lasciavano tante meraviglie di bellezza e di orrore dietro di loro; avvicinavansi a Lugano, facendo sosta nei varii paeselli che ne fiancheggiano la strada, ed avevan bell'agio d'intrattenersi delle loro cose.
In un viaggio di tal genere si discorre molto ed il discorrere invita alla confidenza.... Il vecchio seduto alla prua del battelletto che vogava tranquillo, disse quindi ad Adolfo il perch del suo viaggio; Adolfo parl della sua posizione, parl di suo padre e di sua madre, con quell'affetto di cui si sentiva pieno e traboccante il cuore; parl dell'uomo che gli era sfuggito di mano, e del proposito suo inalterabile di vendicare i suoi genitori vittime d'un odio vile come la persona che fu causa di tanto male.
Per mandare ad effetto questo suo voto non restavagli che un mezzo; la ricerca di questo scapestrato avventuriere che aveva lasciato il servizio del duca e di cui nessuno pot mai pi sapere cosa fosse avvenuto.
Ma dove anderebbe egli? a chi volgersi? come rinvenirlo?
Eran queste le domande affannose che succedevansi nell'animo del giovane, e che davan motivo a quelle sue impazienti fantasticaggini a cui doveva l'incontro dei due signori che il lettore avr al certo riconosciuti per il padre e per il fratello di Angela che s'eran messi in cerca d'una villa onde tentare se era possibile un miglioramento alla salute della cara quanto amata giovinetta.
Il vecchio marchese Gian Paolo era uomo esperto delle cose del mondo, e dotato d'intelligenza non scompagnata dal cuore. Compiangendo l'infelice giovane a cui la vita appena incominciata era gi causa di tanti affanni, lo fece forte di ragioni e di consigli, e gli propose anzi ove egli credesse d'accettare, di concambiargli la ricevuta ospitalit onde toglierlo per ora a quei luoghi per lui di penose seppur care memorie, per avvicinarlo forse ad una vita che potra pi facilmente metterlo sulle traccie dell'uomo ch'egli cercava con tanta ansia e che non avrebbe trovato al certo in un paese, da dove le sue colpe istesse l'avrien tenuto lontano; per s stesso essendo il male consigliere di prudenza, e nella tema poi di trovarvi un vendicatore, era pi che certo, che egli ben si saria astenuto dall'andarvi incontro.
Al loro ritorno da... dove il marchese Gian Paolo aveva trovata un'amena villa situata sovra una delle sponde del lago pi che adatta ai suoi progetti, ripresero la via per Milano; Adolfo, s'accommiat dalla vecchia Margherita che lasci custode delle sue cose, non senza ch'ella si disperasse con tutto lo strepito dei suoi polmoni pieni di fiato, e de' suoi occhi ricchi di lagrime, e fece parte di quella nuova famiglia che a lui si era interessata con affetto, e nella quale entrava attorniato da tutti quei riguardi e da quelle premure che danno all'uomo la stima di s stesso e lo fanno migliore! Ma aff e pi che pazza cosa la perfettibilit di questo logogrifo ambulante che dicesi uomo, mentre percorre le fasi di questa ridicola commedia che dicesi vita.. passando in mezzo a questa mascherata eterna che dicesi societ!
Al loro arrivo, la casa di campagna del marchese presentava uno degli aspetti pi squallidi... Nel giardino incolto, languivano i fiori delle arse aiuole... serrate eran le griglie della casa, i fanciulli della corte non correvan come altre volte pel prato vicino inseguendosi l'un l'altro mandando dal petto il loro grido di gioja, briosi ed allegri come le vaghe rondinelle che volteggiando per l'aria si gorgheggiano le loro canzoni d'amore! Tutto v'era triste; tutto inclinava gli animi a quel senso che vi dominava in tutte le sue dimostrazioni.
Angela! il vago angioletto cullato dal bacio dell'affetto, cresciuto sotto la carezza, era peggiorata di mille doppi, dopo la partenza del padre e del fratello. Erale ora mai impossibile l'intraprendere un viaggio da cui speravano di veder rifiorire quella salute che lentamente moriva sulle sue guancie fatte ad ogni volger di giorno pi pallide e macilenti... La vita fuggiva, e gli sguardi pieni d'angoscia dei suoi cari ne notavano il mortale progresso. Adolfo s'era stabilito nella casa del marchese e s'era dato tutto cuore e premura ad alleviarne le pene col dimostrargli la possibilit d'una speranza che non era del tutto perduta... Vegliava egli la povera giovanetta intanto che in essi col riposo succedesse nuova vigoria da continuare in quella pia opera... Egli fu presentato ad Angela con tutti i dettagli di quell'avvenimento che lo pose sul sentiero di quella famiglia, e che il buon marchese gli veniva raccontando in quelle ore in cui il male lasciava un po' di tregua al suo spirito abbattuto... Egli le parl del coraggio con cui s'era slanciato in mezzo a quell'orda di malandrini che avevan presa la fuga al suo comparire, come con un colpo della sua carabina ne avesse lasciato uno sul terreno: dell'ospitalit avuta, della buona vecchia che loro fu tanto cortese... delle sventure che gravarono sulla giovane sua vita tanto da lasciargli un retaggio di sangue! A questo racconto fatto dal padre con tutta la foga d'un animo leale, e con tutto lo slancio d'una profonda riconoscenza, le guancie pallide della giovinetta si venivano animando d'un fuggitivo incarnato... Il suo occhio esprimeva quanto tesoro di riconoscenza e di gratitudine si svolgesse in quel giovane cuore; quanta ammirazione ingenua, ardente, abbracciasse il suo pensiero... E quando il giovane Adolfo, vestito colla sua bella casacca da montanaro, coi suoi bei capelli a nere ciocche che gli contornavan la fronte alta ed intelligente, gli fu presentato dal marchese, con queste semplici parole che terminavano il suo racconto... Ecco Adolfo... e mentre gli stringeva la mano conducendolo presso il letto d'Angela, la giovinetta lev di sotto alle coltri la bianca sua destra, lo guard con quel suo sguardo cos splendido d'espressione... con quello sguardo in cui pareva si fosse concentrata tutta la vigoria della sua anima per dar vita al palpito del suo cuore! Signor Adolfo, gli diss'ella, colla sua voce a cui il languore dava una dolcezza indefinibile... mio padre e mio fratello vi devono la vita, vi devo quindi anche quella poca che mi resta perch io sarei morta all'annuncio d'una sventura... che siate il benvenuto in questa casa che  vostra ed in cui siete per me un fratello... ed a mio padre un figlio!
Come era bella la giovine fanciulla, schiudendo cos dall'animo tanta cortesia d'affetto e di parole! quel suo viso pallido che si tingeva d'un rosso sfumato, l'espressione angelica del suo grande occhio nero fisso nel volto del giovane, rendevano l'immagine d'un bello a cui il pensiero non s'avvicina che dandovi la forma ideale d'un sogno... il padre la contemplava, e gli parea di veder affluire la vita in quelle fibbre spossate dalla malattia... sua madre la baci in fronte con quello slancio d'affetto che s'attacca alla speranza per non lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Era un quadro di Rubens palpitante di vita; v'era uno strano contrasto di soavit e di tristezza, nella scena che si compiva in quella casa intorno a cui regnava il silenzio della campagna colle sue armonie di pace, col susurro delle sue fronde, coll'olezzo dei suoi fiori, colla splendidezza del suo cielo placido e sereno che pareva sorridere, vago della sua bellezza, ed inneggiare alla gioja, l dove l'arcano presentimento del cuore intravvedeva il dolore di sotto alla fatuit d'una menzognera illusione!
E Adolfo? Era la prima volta che egli stringeva colle sue mani avvezze al maneggio della carabina la piccola mano della giovinetta morente... Ei ne sent la voce come s'ascolta un'armonia di cielo... fiss lo sguardo umile, bagnato di lagrime nei suoi occhi e vi trov l'indefinibile senso di una dolcezza che intorpidiva le sue intellettuali facolt... se  possibile essere sciocchi in quell'impossibilit d'esprimere ci che passa nella nostra anima allorch per la prima volta ci troviamo al contatto dell'ignoto, dell'inqualificabile, di una cosa di cui non sappiamo renderci ragione se non per il senso che esercita su noi... quella prima impressione che porta con s lo sbalordimento... l'atonia... Egli fu tanto sciocco, quanto si possa esserlo nella sua posizione d'uomo per nulla affatto conscio d'ogni atto di convenienza sociale; ignaro di tutte quelle formule per cui si esprime gentilmente quello che si sente e quello che non si sente! Egli fu un imbecille, secondo tutte le regole del Galateo moderno. Non trov un complimento nella fraseologia convenzionale dell'etichetta per rispondere ad un complimento tanto gentile e compito... Egli non disse nulla, non rispose; si ritenne l'elogio come pagamento d'una cambiale girata a nome della gratitudine e della riconoscenza.
V'era per un fatto semplice che lo toglieva all'obbligo della fraseologia indispensabile in buona societ per non passare da sciocchi; e per avere l'alto onore d'esser presi per uomini di spirito. Ed era questo; che le parole di Angela valevano quanto il silenzio di Adolfo... non erano un complimento, ma un'espressione pura e spontanea del cuore, come il silenzio d'Adolfo ne era l'accettazione riconoscente.
In un attimo, nel volgere d'un istante quei due cuori, giovani, vergini, leali, si compresero. V'era per essi una strana affinit; in Adolfo l'espressione d'una forza materiale esercitata alla vita, che permetteva al pensiero di svilupparsi allora nella sua potenza; che lo ridestava dir cos, appunto allora dal letargo dove si giaceva; animato dall'intuizione di ci che era: creato in quell'istante dal soffio rigeneratore che v'era passato sopra a dirgli il fiat! Egli amava!
A riscontro di ci, eravi in quella vece in Angela la debolezza materiale e fisica animata solo dalla vitalit del pensiero. L'amore si sviluppava aureola lucida d'intelligenza intorno quel decomporsi del corpo in cui tutta la vita altro non  che l'aspirazione morale che abbraccia l'infinito; l'ideale allora appunto che i legami materiali dell'esistenza si sfasciano avvicinando l'agonia della materia. V'ha nei moribondi quello slancio d'intuizione; quella pienezza di vita, dir, resa spiritale, che cresce a seconda che scemasi la forza fisica, e conduce gradatamente a quello stato di estasi che gli antichi profeti si procuravano collo sfinimento del corpo onde lasciare pi libero il senso dell'anima; pratica che portarono ad una formula religiosa e che loro serviva a lanciarsi per mezzo dell'astrazione nelle ideali regioni dell'infinito.
Angela... viveva appunto questa vita dell'intelligenza cos sensibile ne' suoi attimi febbrili, onde  che talvolta basti un'impressione per quanto leggiera a troncarne il filo. Il suo pensiero analizzando rapidamente tutte le varie impressioni dell'animo, coloriva con ardente passione ogni circonstanza di quel fatale incontro che quasi era per esserle cos funesto. Quella via deserta sulla quale l'assassinio meditava l'opera sua; quegli uomini appostati che attendevano al varco la vittima, l'attimo che scorre avvicinando l'ora contata coll'impazienza convulsa del delitto, il galoppo dei cavalli... e su quei cavalli suo padre, suo fratello, che per lei movevano ad affrontare i pericoli del viaggio; la detonazione mortale d'un'arma!.. poi il grido di rapina dei banditi!.. e poi! d'innanzi al pensiero v'ha l'orrore d'un fatto che sta per compiersi; una lotta disperata in cui si combatte corpo a corpo, e due uomini che potevan cadere insanguinati ai piedi di quattro banditi che colle mani lorde di sangue li spogliano insultando ai loro cadaveri; tutta la possibile orridezza di questa scena s'era affacciata al pensiero della giovinetta... E in mezzo a questo tetro orrore, come faro di luce tra le tenebre d'un uragano devastatore, vide un'immagine d'angelo; un genio tutelare messo dalla Provvidenza sul sentiero del delitto per attraversarne la via... lo vide tutto solo colla coscienza del proprio valore e del proprio dovere lanciarsi in mezzo a quella scena di sangue, e quella scena scomparve; sparvero gli orridi ceffi, cessarono le grida, si fe' silenzio e vide amena e bella la via, verdi le fronde degli alberi, e guard il giovane che gli stava d'innanzi umile, confuso, e gli parve pi bello e pi grande di quanti eroi popolaron le leggende di Hoffman! ed i canti di Byron!
Erano scorsi due mesi dal ritorno del marchese Gian Paolo; nulla di nuovo era avvenuto nella famiglia, uguale sempre lo stato di Angela... ben vedevasi che il tempo col lento suo scorrere portava con s istante per istante il resto di vita che scorreva ancora in quelle gracili fibbre animate appena da un soffio, che il primo alito d'una crisi avria spento per sempre.
S'era avanzato l'inverno, la neve copriva la campagna col suo strato uniforme come un lenzuolo funebre steso sulla terra a ricoprirne le zolle verdeggianti. Ardeva il fuoco nella stanza dell'ammalata, ardeva nel salone di famiglia. Il vecchio marchese sedeva presso al deserto focolare assorto in pensieri, la madre vegliava al letto della figlia, il fratello Enrico era uscito, Adolfo muto e melanconico, stavasi ad una delle finestre guardando la campagna e ne contemplava forse la mesta squallidezza.
Il cielo era bianco, bianco, attraversato da nuvoloni gravidi di pioggia o di neve; non spirava alito di vento che scuotesse le cime degli alberi coperti dalla bruma; la notte scendeva tacita sulla terra, le ombre si raddensavano, in breve la neve cadde a larghi fiocchi e un soffio di vento che incalz da ponente le nubi le fe' correr ratte per lo spazio in cui turbinarono quei mille atomi agitati dalla buffera.
Quando la notte fu alquanto avanzata si intese un lontano scalpito di cavalli, il marchese si scosse dal suo letargo, corse alla finestra a cui era tuttora intento il giovane assorto nelle sue meditazioni. Due cavalieri entravano nel viale che conduceva al cortile della casa. Uno dei due era Enrico... l'altro era uno straniero; montava un cavallo bajo con squisita eleganza e caracollava gajamente nel viale ad onta che la neve infuriasse alla dirotta. Vestiva un abito di velluto alla foggia di quel tempo; aveva gettato alla bandoliera un lungo mantello nero che il vento gli agitava alle spalle, portava in capo un largo feltro sormontato da una lunga penna d'aquila, segnale distintivo di cacciatore valente.
Lo straniero ed il fratello d'Angela, lasciate le cavalcature agli uomini di corte montaron poco dopo lo scalone. La porta della sala di ricevimento si aperse ed ambedue entrarono.
Il marchese salut il figlio con un bacio, e strinse cordialmente la mano all'incognito che gli fu presentato da Enrico. L'incognito rispose al saluto con dignitosa cortesia; egli si scus d'aver abusato della gentilezza del giovane marchese che incontratolo sulla via sorpreso da s mal tempo gli offerse generosa ospitalit nella sua casa; disse poi non permettergli alcune circostanze momentanee di palesare il suo nome... essere esso per di famiglia milanese, ed aver lasciato Milano perseguitato per ragioni politiche, essendosi immischiato in alcuni affari contro l'attuale signoria; e concluse che stava recandosi a Mantova cercando alla corte del duca Federico protezione ed ospitalit.
Il marchese Gian Paolo gli strinse di bel nuovo la mano in segno di stima e l'accert che mal non s'apponeva volgendosi alla corte del Gonzaga magnanimo sempre ne' suoi atti e che sotto la tutela del lor diritto feudale egli potr riparare sicuro dalle tirannie dei Visconti.... tanto pi che tra le due corti eravi scissura di puntigli politici e di rivalit di poteri...
La fiamma ardeva sul focolare; crepitavano gli accesi tizzoni ed invitavano a sedervisi intorno. L'incognito si slacci il mantello, si tolse il feltro ed invitato dal marchese s'assise al fuoco... Egli gett un rapido sguardo a s d'intorno quasi volesse persuadersi del luogo dove si trovava, come se la sua mente avesse per un istante vagato lontano dalla realt della vita, rapita da un'astrazione che accennava forse all'indagare attento della memoria. Aveva scorto Adolfo ritto sempre ed immobile, appoggiato alla finestra da cui guardava sin dal momento che dal viale erano apparsi i due cavalieri. S'avria detto che sulla sua fronte alta ed aperta fosse balenato un lampo, che dentro al suo occhio nero, acuto, penetrante fosse lampeggiato un pensiero.
Adolfo lo guardava... pareva che egli pure cercasse una lontana memoria, quell'uomo egli l'aveva visto... dove poi?.. Era la domanda che volgeva a s stesso non staccando lo sguardo da quelle sembianze dalle quali gli veniva un rimescolio convulso che era impotente a dominare, e di cui non sapeva come rendersi ragione. Egli aveva ascoltate le parole di quello straniero cos cavallerescamente dette, e con tanta dignitosa semplicit esposte... e gli vagavano nel pensiero, come l'eco d'una voce che s'abbia altre volte intesa; quella dichiarazione di patria, di intrighi, di un appoggio che egli andava cercando presso la corte dei Gonzaga contro le tirannie d'un'altra corte, gli pareva avesse la forma d'una menzogna che vuol vestire l'abito della verit... Egli non sapeva cosa pensasse... sindacava in certo qual modo le parole di quello straniero poich vi era nella sua anima un pensiero inquieto che lo spingeva a ci... Era forse un sentimento d'antipatia? Poteva essere l'effetto d'una di quelle impressioni momentanee che si cancellano poi dalla mente e ci impongono quasi a castigo della nostra malignit od inconsideratezza, una maggiore stima che redarguisca la persona da noi offesa con un pensiero che si cancella affatto dalla memoria.
Non era questo senso vago, indefinito che giganteggiava nell'animo del giovane; era qualche cosa di pi profondo che un'antipatia; egli sentiva in s, che mai avrebbe potuto ricredersi dalla sua impressione; ei sentiva che coll'indagine del pensiero quel sentimento invece di quetarsi si ampliava: gli parve di sentire un disgusto di fronte a quella fisonomia calma, scherzevole, animata dallo scoppiettio cavalleresco della parola, facile, melliflua, dolce! un disgusto che aveva qualche cosa di affine coll'odio... Ei si disse d'avere innanzi un nemico, e si dispose quasi ad una possibile lotta trasportato da quella foga che  la convulsione d'un'idea quando si slancia anelante nell'infinito campo delle ipotesi, le une talvolta pi assurde delle altre e che pure vestono dall'illusione del senso una forma di vaga realt.
Intanto che tali pensieri andavano con ansia affannosa succedendosi nella mente di Adolfo; mentre che la sua fantasia vi si abbarbicava imbavagliata, come un molosso che lotti per lacerare un brano di tela in cui si  infitto il dente che non pu trarre dalla pastoja e che per la sua impotenza istessa alla resistenza ei non pu lacerare... Il marchese era attratto da un vivo senso di simpatia verso l'incognito. Questa sensazione s'andava ognor pi sviluppando in lui per i modi cavallereschi che riscontrava nello straniero; entrava seco lui nei dettagli pi confidenti della sua posizione e lo metteva a parte delle pene che affliggevano la sua famiglia tenuta in tanta angoscia dalla malattia di Angela.
Aff, marchese Gian Paolo... disse l'incognito gajamente, chi non vi dice che accompagnato dalla buffera di questa notte non vi sia capitato un angelo a portarvi la pace? aff non ch'io mi tenga tale, marchese!.. che so non aver sembianza da mettere abbaglio, ma se la cosa  nel limite del possibile io mi metto a vostra disposizione!
Il marchese ascoltava lo straniero come chi rinvenga da un sogno delizioso, e tema che quella fatua percezione del pensiero non gli fugga coll'atto dello svegliarsi... Egli fissava lo sguardo in quello di lui, vivo e penetrante, come per domandargli se ei doveva credere; se era il suono d'una parola di conforto reale quella che era suonata ora al suo orecchio...
Lo straniero di in uno strano riso... Il marchese trasal, Adolfo fremette; egli sent corrersi un brivido per le fibbre tese nello sforzo di quella lotta che durava da qualche momento che gli pareva un secolo.
Marchese.... rispose lo straniero con accento s dolce da dare alla sua voce la melodia d'un suono.... ve lo ripeto, io sono a vostra disposizione, e sarei ben trista creatura se avessi voluto coll'insinuazione d'una vana speranza farmi giuoco dell'affetto d'un padre.
Sareste medico, signore? domand il marchese.
No, non sono medico, ripigli lo straniero con un sorriso di confidente persuasione, ma grazie al cielo, non sono affatto estraneo allo studio delle scienze occulte e chi sa... Volete voi mostrarmi vostra figlia, marchese? dopo un esame di breve momento io vi dir sulla mia parola d'onore se potete ancora sperare!
Iddio vi ricompensi, se egli vi avr inviato in questa casa ad operarvi un miracolo, mormor il marchese alzandosi per condurre lo straniero verso la camera della figlia.
Adolfo vide passarsi innanzi lo straniero seguito dal marchese: sulla sua fronte splendeva un lampo di gioja, nel suo sguardo brillava il raggio sereno della speranza!..
Egli si diceva perch non poteva cadere ai piedi di quell'uomo che parlava la parola del conforto in quella casa abitata dalla disperazione.
Egli lo vide entrare nella stanza di Angela... da cui doveva uscire per dire forse al marchese: Vivr... Essa!.. Angela!.. L'essere per cui egli avria data la vita... Il soffio rigeneratore che era passato sulla sua anima a dirgli vivi!.. Vi  un palpito anche per te, povero figlio della sventura! Ed in fondo al cuore del giovane, ove sentiva il presentimento che quell'uomo salverebbe Angiola... sentimento strano a cui s'attaccava un non so quale idea di amara superstizione! in fondo al suo cuore che si sarebbe spezzato per animare coi suoi battiti quello s debole ed appena palpitante della giovinetta... v'era un solo senso... egli aveva paura!
Quando lo straniero usc dalla stanza dell'ammalata e strinse la mano al marchese affermandogli con voce sicura. Vostra figlia vivr ve ne do la mia parola d'onore.
Adolfo fremette! Una vampa di fuoco pass sul suo cervello... Vivere Angela! Era toccare il cielo col dito... (Era vedersi schiudere il paradiso)... Angela vivere!.. Era la melodia pi dolce che potesse far battere d'un palpito sovrumano la sua anima... era toccare quel punto a cui il suo pensiero si fermava impaurito dal fulgore d'una speranza come rocchio che fissa il sole allora che egli arde nella pienezza della sua luce di fuoco... Eppure il suono di quella voce che avea pronunciate quelle parole gli gel dentro il cuore quello slancio che stava per irromperatomo..
Angela salva per opera di quell'uomo, era in quella vece un'idea tormentosa che non gli dava tregua! era un aspide cacciatosi dentro al suo cuore, era la smania indefinita d'una lotta contro l'impossibile, vale a dire contro il ritorno del passato che era la continuazione dell'agonia, contro la speranza dell'avvenire che era il ritorno alla felicit, alla salute, e tutto ci egli avrebbe voluto fare spendendo giorno per giorno della sua vita, stilla per stilla del suo sangue, atomo ad atomo della sua esistenza! La parola dell'incognito valeva veder Angela bella, soave, colla sua voce da bimba, colla espressione del suo viso animato dalla vita affluente al suo cuore, levarsi da quel letto di dolori, tornare quel che fu altra volta... la vispa bambinella che giocava colle farfalle del suo giardino, che avria saltellato per le alee dei verdi viali che deserti cos gli avean lasciato nell'animo tanto senso di tristezza... Era veder farsi bello d'una bellezza di paradiso tutto ci che essa avrebbe avvicinato... Era tutto ci che pensiero umano potesse ideare di soave! era cosa a cui parola umana non avria trovato una forma per definire... Eppure egli ebbe paura di quella parola, e ci che ora per lui la pi delirante delle speranze gli suon come il presentimento della pi terribile delle sventure....
Per tutta la famiglia del marchese Paolo, quella notte pass agitata dai mille fremiti a cui assoggetta l'animo il trasporto d'una speranza contro alla quale lotta ancora il dubbio nel timore di un disinganno.
Lo straniero avea promesso un farmaco che ridonerebbe la vita ad Angela.
All'albeggiar del domani, egli correva a briglia sciolta sullo stradale di Mantova. Le pieghe del suo nero mantello svolazzavangli dietro le spalle agitate dal vento che spirava ancora frizzante e freddo... Ei lev il feltro in aria salutando il marchese che lo ricambiava con cordiale saluto dal cancello del suo palazzo.
Adolfo, seduto presso il letto d'Angela la contemplava con uno sguardo in cui avrebbe voluto trasfondere tutta la vita della sua anima per ripeterle una parola che la giovinetta aveva gi sentita susurrarsi all'orecchio ed al cuore coll'alito ardente dell'affannoso suo petto!..
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CAPITOLO 17.
 Ancora il Palazzo del Diavolo.
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Dopo la morte del vecchio alchimista nella casa della valle regnava una misteriosa calma... Il nero portone che s'era chiuso sui passi d'Enrico la notte che ei ne era uscito per non pi ritornarvi, non fece mai pi sentire il cigolo de' suoi cardini arrugginiti.
Cos'era avvenuto d'Enrico? L'oro del diavolo non resta in mano, dicevano i vecchi del paese gettando una furtiva occhiata alla casa deserta.
Era opinione dei pi che il nipote del mago avesse consumato nelle orgie la sostanza ereditata dallo zio; si vociferava che lo si avesse visto a Milano sciallar colla sgherraglia del duca e che egli tenesse mano a non so che indiavolati progetti. Si credea d'averlo veduto una notte entrare nella taverna del Gallo Nero, e starvi qualche tempo, da dove usc poi in compagnia d'alcuni di quei bravi avventori; poi era ripartito di nuovo e s'era dato, dicevasi, a far poco onesto mestiere coll'antica soldatesca con cui s'era ingaggiato prima della morte del mago, ritornato come era quasi al verde di quattrini. Si volea che gli usurai della citt lo ricordassero con tenera memoria, e chiedesser conto de' fatti suoi per l'amore che aveano alla sua vita... e tante e tant'altre cose! si discorreva di lui dopo che fu lontano dalla citt ove esercitava un tal qual superstizioso terrore, come si fa dai bimbi dopo che si sono svegliati da un mal sonno; e credono di non aver pi paura delle corna del folletto, finch arrivata la notte susseguente, strillano ancora da ossessi e non andrebbero a letto senza lume per tutto l'oro del mondo..
La vecchia Marta vivea sempre chiusa nella casa della valle; non avea lasciato il suo seggiolone di legno, filava sempre la sua rocca sulla soglia della porta interna, l dove oggi si entra nell'osteria del diavolo. Nel vasto cortile scorazzavano le sue galline, si sentiva di fuori la monotona cantilena della sua canzone, e si diceva che vivesse senza mangiare essendo che nessuno l'avea mai veduta far compera di cibi... Il che non prova per ch'ella non mangiasse! che se avea fiato da strillar le sue canzoni, diceva qualcuno, qualche cosa si sar pur messa sullo stomaco tanto da darle forza a tirar innanzi.
Ma quand' mai che si possono fare in pace le cose sue?
Dacch San Tommaso che era un santo, mand in voga la smania di cacciar il naso dappertutto ed anche chi sa in quali parti! quel sistema rivelatoci dalla Bibbia  diventato il sine qua non di tutti i tempi, di tutti i luoghi, di tutte le persone! e siccome anche gli uomini d'allora erano uomini, e la lingua e le abitudini delle comari di citt non aveano subto alcuna diversificazione, cos si trovava a dire ed a ridire sulla casa della valle, e sulla vecchia Marta, e sull'uomo nero che l'avea lasciata per andare all'inferno a fare i suoi patti col diavolo, da dove ritornerebbe per fare chi sa che cose!
L'incompreso, fu sempre l'offa gettata alla curiosit, appunto perch i pi pensano con maggior voglia ai fatti degli altri che ai proprii, e ci in causa della vecchia favola d'Esopo. V'era abbastanza di che solleticare questo sentimento che talvolta non  quello che meglio onori la dignit della razza umana, nelle misteriose origini, e nel mistero permanente, indefinibile, inqualificabile, del Palazzo del Diavolo....
Per dopo alcun tempo, tutte le strambe dicerie che vi circolavano intorno pareva si fossero acquietate: non si parlava che a caso del nipote del mago, poco della vecchia strega che era rimasta custode della casa maledetta... Tutto vi taceva dentro, pareva non fosse abitata da anima viva, la notte la avvolgeva colle sue tenebre senza che sul suo tetto si vedesser pi danzare gli spiriti... Pareva insomma che l'immaginazione vi avesse esaurito sopra tutte le fantasticaggini, e si riposasse ora in attesa di riprendersi la rivincita alla prima occasione.
Or avvenne che la notte precedente agli avvenimenti narrati a questo punto del nostro romanzo, si vide improvvisamente oscillare una luce fantastica dalle ampie finestre della casa deserta... si disse che il portone del palazzo chiudendosi dietro non si sapea quale spirito che ci fosse entrato, mand tal fragore come se un terremoto avesse scrollato tutto intero l'edificio che era diventato pi alto che prima non lo fosse! e che pure nessuna figura che avesse forma d'uomo s'avea veduto n entrare, n uscire... S'era inteso di nuovo echeggiare pi lugubre che mai quel maledetto canto della vecchia Marta... si disse che lo spirito dell'inferno tutto vestito di fiamme, e che appunto perci mandava tanta luce, avea girato tutto il palazzo, s'era fermato in una stanza per pi di due o tre ore e ci lo si desumeva dall'avervi osservata fissa, la luce che prima correva rapida di finestra in finestra dovunque passasse lo spirito.. poi sul tetto si elev una fiamma fatta a serpe... e nel punto che suonava la mezzanotte, tutto ritorn nel primiero silenzio.
Fu un fatto che fe' parlare da inspiritate tutte le comari del borgo di porta Leona, che fe' strillare e piangere di paura i ragazzi, e pensare le fanciulle, che al sentir parlare di diavoli e di folletti vi prendono un gusto matto, tal che se ne pu desumere il perch corran sempre addietro a chi lor fa pi corna....
Lo straniero all'albeggiar del domani di quella strana notte fra le cui tenebre i demonj avrien dovuto aver ballata la tregenda nella casa della valle, era di ritorno alla villa del marchese Gian Paolo e vi portava il prezioso amuleto che dovea restituire Angela al tenero amore de' suoi cari.
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CAPITOLO 18. 
Ambrogio lo stregone.
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V'era un fatto semplicissimo, vestito dalle fantastiche forme dell'immaginazione in tutto il grande avvenimento che susurravano a bassa voce compiutosi nella casa della valle nella quale gli spiriti eran tornati ad abitare.
Verso la mezzanotte vi entrava un uomo tutto avvolto in un mantello andaluso, quell'uomo veniva da una casuccia che  situata tra il vicolo bargello e la taverna del Gallo Nero.
Nessuno forse vi poneva mente, era una casa bassa, le finestre n'eran sempre chiuse... pareva ch'essa fosse disabitata ma non l'era.
Consentimi, lettore, ch'io te la faccia conoscere, sar un capitolo di pi che avr aggiunto al mio romanzo, e dopo tutto, la noja di leggerne uno invece d'un altro tu l'avresti avuta ugualmente... Aperta la piccola porta il cui battente di bronzo rappresenta un pipistrello colle ali tese, si salgono tre gradini di marmo, i gradini erano rozzamente scolpiti, ed eran forse qualche pezzo di granito lavorato tolto chi sa da qual luogo per farlo servire all'uopo, e ci lo desumo perch nulla del restante della casa era in armonia con quel non so di stranamente artistico che vi si scorgeva al primo fissarvi lo sguardo. In una vasta sala dalle nere pareti, ardeva un fornello su cui arroventavasi un bastone di ferro, v'era presso al fornello un bacile contenente una sostanza liquida, e presso al bacile una storta di vetro... sopra un tavolo situato nel mezzo della sala vedeansi due maschere di vetro opaco, vicino alle maschere due grandi manopole di pelle di camoscio, in un angolo varii alambicchi di rame... di fianco al fornello un seggiolone a bracciuoli; nel mezzo, sospesa ad una corda annerita dal tempo e dal fumo, una lanterna spargeva d'intorno una semiluce; che dava a quel luogo un aspetto cupo e fantastico.
Ambrogio lo stregone se ne stava abbandonato dentro alla sua seggiola assorto nella lettura d'un grosso libro che avea d'innanzi, e sovra cui fissava il suo sguardo avido ed attento.
Quell'uomo aveva circa cinquant'anni, di fattezze regolari, ma alterate dalle strane vicende di quella sua vita d'astrazione e d'orgia, cose che egli alternava come un vero filosofo tedesco alla cui scienza avea attinte le sue cognizioni in fatto di diavoleria nelle quali lo si teneva riputatissimo dal volgo, che l'avea veduto pi volte in relazione con Paride Ceresara il mago della casa della valle.
Era esistito in fatti tra Paride Ceresara il distinto alchimista ed Ambrogio lo stregone, quella relazione che suol correre tra persone che professino l'arte istessa e che i rapporti della scienza non possono a meno di avvicinare per quanto dispari possa anche essere lo stato della loro posizione sociale.
Pel volgo e l'uno e l'altro eran gente perduta che patteggiando col diavolo avevangli venduta l'anima per comperare i godimenti della terra... in faccia alla scienza, l'uno era maestro all'altro, e Ambrogio avea di lui quel rispetto che suole imporre il genio in chi vorria col pensiero elevarsi tanto alto quanto quelli a cui l'animo tributa il senso della propria ammirazione... In faccia a s stessi, Paride Ceresara era contento d'insegnare al suo discepolo, come questo era lieto d'imparare; siccome per, dice il proverbio, nelle cose di questo mondo il diavolo ci vuol sempre mettere la coda, cos avvenne che la sfortuna cacciate le mani ne' suoi affari e scompigliatili per ogni verso, lo port dal campo dell'astrazione poetica in quello della realt... vale a dire che ridotto a non aver altri mezzi di sussistenza dovette lasciar l'estasi delle contemplazioni e far della scienza un mestiere che gli fornisse di che vivere. Il suo maestro moriva verso quell'epoca, e se la sua morte gli port fortuna aumentandogli il numero degli avventori, non per questo ei men riguardava con occhio di compianto quei beati giorni passati nei vaghi studii fatti per dar pascolo al loro desiderio di spaziare in quel vasto campo della scienza, non circoscritta come or la vedea a servire basse e stolte superstizioni, senza le quali ei non avrebbe cavato una moneta.
I tempi correvan tristi aff! e l'esser fabbro di sortilegi in modo d'averne lucro non era la posizione pi sicura del mondo, n la meno scevra di pericoli, n quella in cui fosse facile tirar dritto per la via, con una mano sulla coscienza.
Il professo d'allora nelle scienze, dovea essere un uomo in relazione cogli spiriti e votato al diavolo fin dal suo nascere. Era medico, era astronomo, era mago insomma, e non troppo raramente avveniva che a qualche vecchia comare saltasse in mente ch'ei dovesse risuscitare qualche morto e a qualche marrano che dovesse alla spiccia far morire qualche vivo... Era un navigare tra Scilla e Cariddi, colla prospettiva poco seducente di urtare un giorno o l'altro in uno di questi scogli, e farla finita, o coll'onest... o forse con qualch'altra cosa che a seconda dei casi pu valere di pi o di meno.
Nel momento in cui noi poniamo piede nel vasto stanzone dell'alchimista, egli tolse lo sguardo dal libro e si volse con atto di mal umore.
Erano stati battuti alcuni colpi alla porta della casa.
Egli attese un istante.... il battente martell di nuovo; si alz ed and ad aprire! Fu un'esclamazione di sorpresa e di disgusto che suon sul suo labbro Voi!
Io! rispose con voce franca e quasi impudente il visitatore.
Se avete bisogno dei miei servigi nel modo in cui ve li ho ricusati altra volta, vi prevengo essere affatto inutile che noi ci tratteniamo...
Non  la morte che vengo a chiedervi, maestro Ambrogio...  la vita.
Ho io il potere di Dio?
Avete la facolt della scienza.
Cosa chiedete?..
Un farmaco che renda la vita ad una donna.
E perch volete farla vivere? gli domand il negromante fissando sul suo interlocutore uno sguardo a cui pareva non potesse sfuggire un men che menomo attimo del pensiero.
Che v'importa? rispose questi confuso.
Importa molto... a colui a cui si venga a dire, fate vivere un'anima, fate palpitare un cuore! la morte  la cessazione delle sensazioni umane, perch dovrei io far vivere? per permettervi forse la tortura?
Maestro Ambrogio, siete molto bisbetico questa notte... aff... parmi vi passino ben strambe idee pel capo...
Spicciamoci dunque?..  la vita che voi volete?..
La vita.
Per utilizzarla come una merce?..
No; per rendere la pace ad una famiglia.
 questo il vostro pensiero?..
Questo...
Il negromante stette alcuni istanti meditabondo, si volse verso un uscio che metteva ad una scaletta e chiam: Bianca, Bianca...
Una vaga giovinetta pallida, pallida, dallo sguardo color cielo, dai capelli d'ebano, dai labbri di cinabro, bella come uno di quegli angioli che il pennello del Buonarotti dipinse, tipi eterni di bellezza sulle immortali sue tele, si affacci alla soglia.
Eccomi, diss'ella.
Il visitatore la contempl affascinato, poi volse il pensiero sul negromante che muto non vi fe' risposta: fissava immoto la giovinetta e puntandogli le mani stese verso il petto la fe' ristare come sotto l'influenza magica di un fascino strano... Bianca.... gli domand egli poich la vide calma, tranquilla ed immobile a s d'innanzi, serena la fronte, sorridente il viso, e seduta con dolce abbandono sovra una sedia vicina.
La fanciulla prov un tremito.
Bianca, ripet Ambrogio, vedi tu?..
S... vedo, rispose la fanciulla con voce dolce e soave.
Leggi tu nel mio pensiero?..
Vi leggo.
Sai chi sia a me d'innanzi in questo momento?..
La fanciulla pronunci il nome dello straniero, con un atto appena percettibile di disgusto.
Perch ti agiti? cos' che ti fa male?
Nulla.
Il vecchio Ambrogio guard inquieto lo straniero che sorrise con piglio di disprezzo.
Il negromante non gli badava pi. Tutto assorto come era nella sua operazione, tutto il fuoco della sua anima parea fosse passato nella sua pupilla, larga, fissa ed immota... Il lume della lampada oscillava sprizzando all'intorno pallidi raggi di luce. Il vecchio girava intorno alla giovinetta agitando le braccia, descrivendo colla mano scarna magici circoli intorno alla sua bella testa che sorrideva; lo straniero si sentiva suo malgrado dominato dallo strano svilupparsi di quella scena, egli si trovava in faccia a quell'apparenza del soprannaturale alla cui impressione si dovettero i fatti pi strani e pi terribili che lasciarono pagine di sangue sul libro della storia di tutti i popoli.
La scienza vestiva a quei tempi una forma atta a colpire lo spirito, incapace come era di rivelarsi alla ragione, ond' che quelli che ne traevan lucro assumevan in faccia al volgo qualit strane di enti diabolici ed altro.... N per volgo s'intenda quella parte di popolo che costituiva la plebe. Nelle case di maggior locazione non si pensava diversamente che dalle donnicciuole di piazza.... si accettava un fatto... per non analizzarlo; si avea paura del demonio e lo si evocava per trarne gli oroscopi a mezzo di qualche suo rappresentante.
Presto, sbrigati! o che il malanno ti porti! borbott lo straniero, mal potendo frenare un senso d'impazienza e nello stesso tempo impedito da una panica apprensione a dar sfogo al suo mal umore.
Il vecchio non fe' moto... dalla pupilla della giovinetta parve uscisse un lampo di luce, egli pass ambe le mani sulle sue ciglia, ne premette le tempia, e raccogliendo tutta la forza della sua volont, le domand con voce chiara:
Vedi?
Come  bella! mormor la giovinetta, e sulle sue labbra corse un sorriso quasi salutasse col cuore l'imagine che le vagava nel pensiero. Come  bella! ripet ancora fra s.
 quella che vedi la donna ch'egli vuol salvare? interrog il negromante.
La fanciulla si raccolse un istante. S, rispose ella con voce debole... si agit, alz la mano come accennasse a seguire un pensiero fatto vivo nella sua mente, e disse con accento d'indicibile tristezza: Muore...
Lo straniero fremette, e interrog Ambrogio con uno sguardo inquieto.
Questi continuava a fissare la fanciulla.
Guarda, guarda... Bianca... gli replic egli con forza.
No, no... diss'ella rasserenandosi in viso, vi  ancora della vita nel suo petto! Oh ella  forte! aspetta...
I due testimoni di questa scena bizzarra ascoltavano assorti con tutte le facolt della loro anima in ogni parola che usciva dalle labbra della giovinetta, in ogni atto che palesasse un pensiero.
Pel negromante era il miracolo della scienza che si svolgeva ai suoi occhi abbagliati.
Nello straniero v'era un senso di avida curiosit che andava svolgendosi a norma che si incalzavano quelle rivelazioni a cui parea fosse annesso chi sa qual misterioso interesse.
Era successo un istante di pausa... si sentiva l'ansia dei loro petti alitare con febbrile violenza. Il negromante parea che raddensasse con forza crescente la vigoria d'un pensiero che dovesse soffiare sulla vita artificiale che parea accendersi nella mente della fanciulla.
Aspetta, continu essa, io la vedo... Come  bella! quanto soffre! La fanciulla mand un debole grido, stette anelante incerta... indi prosegu accennando tutti i sintomi di una emozione vera: Aspetta... C' una frase di convenzione, una specie di modo di dire di tutti i magnetizzati. Il suo occhio  infossato... Dio! come soffre da tanto tempo! Sua madre veglia al suo letto... essa l'interroga... l'ammalata sorride.... ella non crede di guarire! Eppure la sua famiglia aspetta... Un uomo ha promesso di salvarla... quell'uomo... Essa ristette un momento come oppressa dalla foga del pensiero; aspetta... mormor a bassa voce usando di quella formula come di una sosta onde riprender lena. Quell'uomo....
Lo straniero sent un brivido corrergli per l'ossa.
Ebbene? ebbene? domand con ansia il negromante.
 qui, seguit la giovinetta. Ti ha chiesto un farmaco... salvala! Essa muore... La fanciulla come sfinita dallo sforzo operato lasci cadere con abbandono il capo sul guanciale della poltrona.
Sono con voi, disse Ambrogio allo straniero, facendogli segno colla mano che andasse seco.
Lo straniero obbed. Il negromante s'avvicin ad una scansia chiusa a chiave e scelse una fiala di vetro ermeticamente chiusa fra le tante che v'erano dentro accatastate.
Sul vostro onore, gli diss'egli,  la verit ci che ha detto Bianca?
Lo giuro, rispose lo straniero.
Sta bene! Poche goccie  la vita, qualche goccia di pi  la morte.
Iddio vi guardi!
Ambrogio consegn la fiala allo straniero, questi porse al negromante una borsa ed usc fuori da quella casa fantasticando bizzarre immagini di diavoli e di streghe, che gli parea avesser dovuto ronzare intorno al suo letto a turbarne le notti insonni agitate forse da un pensiero che dal fondo dell'animo sorgeva a giudicarlo inesorabile e severo.
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CAPITOLO 19. 
Presentimenti.
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Nella famiglia del marchese Gian Paolo si aspettava intanto colla pi viva impazienza il ritorno dello straniero. In quella notte che dovea precederne la venuta, e madre e padre e fratello aveano avuto per la povera fanciulla uno sguardo in cui eravi espressa tutta l'ansia d'una speranza cara come un sogno di felicit.
La fanciulla sorrideva col suo mesto sorriso di rassegnata, e volgeva il raggio de' suoi belli occhi celesti verso un angolo della stanza da dove Adolfo stava contemplandola triste ed abbattuto. Parea che non una di quelle soavi illusioni facesse velo alla fatalit d'una sinistra previsione che gli stava fissa nel cuore. Egli aveva tanto combattuto contro s stesso, si era detto pazzo, avea cercato di sorridere ad Angela quando parea richiesto di un pensiero che ella avrebbe accarezzato con fede!
Quel senso indefinito, indefinibile era l.... s'era cacciato nel suo cuore e non valeva a strapparvelo! Esso sfuggiva all'analisi, era vago come un sogno... Era nulla... era un'ombra nel vuoto.... ma era tale da gelargli il sorriso sulle labbra contratte da un amaro dispetto.....
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Lo straniero  ritornato, egli ha recato seco il prezioso farmaco. Il marchese non si sazia dall'attestargli la sua riconoscenza, la madre di Angela piange di gioia baciando le guancie della giovinetta, che vanno riprendendo il lor colorito vitale. Angela sorride pi vaga e pi bella al giovane suo amico nel cui animo tutto ci mette un arcano sbigottimento, e che ella si sforza a cancellare con tutte le dimostrazioni del pi tenero affetto.
La gioia, quella vaga silfide dal volo leggiero, ha ripreso il suo posto in quel campestre romitaggio; la primavera lo adorna col suo manto di verzura, l'aria lo circonda dell'olezzo dei fiori rapito alle ricche alee del giardino, la rondine stridendo vi volteggia intorno, e dal trave ospitale saluta il diletto suo nido; s'ode alla sera l'allegra canzone dei campagnoli che ritornano ai loro casolari dove li allieter il sorriso delle loro donne ed il bacio dei loro figli. Non pi quel tetro squallore, non pi sugli incolti viali cadono le foglie degli alberi disseccate, n i fiori dagli steli; non pi il paesano riguarda le chiuse imposte e si dice mestamente: l si soffre... e pensa che colei che soffre era l'angelo che si recava al letto delle sue figlie ammalate a portarvi il conforto di una parola; il brodo della sua mensa, il farmaco della sua casa, il fiore del suo giardino!
 una bella mattina del mese di aprile... l'aria  imbalsamata di profumi... piena di melodie... l'usignuolo ed il capinero gorgheggiano di mezzo alle verdi siepi e si ricambiano le loro canzoni d'amore; la cingallegra volteggia vispa e gaia di ramo in ramo.
Sotto ad un verde chiosco del giardino era raccolta la famiglia del marchese intenta ad un gaio confabulare; Angela appoggiavasi tutt'ora debole per la passata malattia, al braccio del padre; sua madre la contemplava seduta vicino a lei con un lungo sguardo di amore; Adolfo discorreva col fratello d'Angela appoggiati entrambi alla spalliera del chiosco. Lo straniero vi entrava dopo aver colto un fiore da una vicina alea e lo porse alla giovinetta.
Angela gett uno sguardo sopra Adolfo, il cui occhio avea seguito lo straniero con palese inquietudine.
 il fiore dell'addio che vi reco, madamigella, disse lo straniero ad Angela; ne avvisai gi il marchese; alcuni affari mi chiamano a Mantova onde reclamare dai Gonzaga un appoggio contro le angherie di cui mi fa scopo la Corte dei duchi di Milano.
Voglio sperare che non sar un congedo, gli rispose il marchese con confidente premura, non  vero, dottore?
V'assicuro, marchese, che ho ben poche volte in vita mia fatto uso di pozioni, e lasciai per solito la cura ad altri di guarire qualche parte del corpo a cui l'armatura non sia stata bastevole riparo, gli ribatt lo straniero sorridendo.
In ogni modo  il titolo che vi fa pi caro alla mia amicizia, poich i vostri colpi di spada non avrebbero salvata la mia Angela. Mi permetto quindi di ripetervi di nuovo: Dottore, la mia casa  sempre aperta per voi, alla mia tavola vi  un posto che vi aspetta.
Lo straniero s'inchin.
Il mio cavallo  sellato, diss'egli accommiatandosi coll'atto.
Tutti si alzarono, il marchese pass amichevolmente il suo sotto al di lui braccio e rifecer la via intrattenendosi gajamente.
Angela si strinse al braccio della madre; il suo sguardo scontrossi in quello di Adolfo e mand un lampo di felicit.
Avr il piacere di rivedervi presto, madamigella, gli disse lo straniero che si era rivolto verso lei in quel momento.
Vi era una strana accentazione in quelle parole. Angela se le sent vibrare sinistramente nell'anima come la minaccia d'una sventura, e guard quasi impaurita sua madre, che volgendosi allo straniero dicevagli colla sua voce pi calma:
Ella sar sempre il benvenuto, signore.
Adolfo raccolse tutto il fuoco della sua anima avvampante nello sguardo, e fiss lo straniero; questi parea non si fosse neppur accorto della presenza del giovane, che si morse le labbra di dispetto.
Si era arrivati al cortile della casa; un paesano teneva per la briglia il cavallo dello straniero. Era un magnifico baiardo che nitriva salutando il suo signore. Ei gli si fe' vicino, lo accarezz, in un salto snello e leggiero fu in sella, strinse di nuovo la mano al marchese, salut colla mano Angela, Alberto e la madre, e dopo alcuni istanti non si sentiva che il lontano scalpitare del suo cavallo sulla strada di Mantova, verso cui correva a tutta briglia.
 partito! mormor con senso di rincrescimento il marchese, volgendo lo sguardo per dove era scomparso il cavaliere.
Finalmente! mormorarono con un sospiro Angela ed Adolfo.
La marchesa Isabella, la madre di Angela, non disse nulla. Essa guardava Angela, il cui volto s'era fatto sorridente di felicit. Il cuore della madre si arrestava d'innanzi un quesito di cui non sapeva trovare la soluzione. Il cuore della donna rispettava uno di quei mille sentimenti per cui l'analisi non trova che il mistero d'un'impressione che alle volte  rivelatrice dei pi terribili arcani della vita.
V'era diffatti una strana contradizione nel vincolo di quei varii sentimenti che si erano svolti sotto a' suoi occhi ed innanzi al suo cuore nella durata di quella breve scena. Donna Isabella era madre, e madre in tutta la santit di quella soave parola, che compendia in s quanto v'ha di grande e di nobile nell'anima umana! Se v'ha qualche cosa in questo vasto organismo della creazione, cos strano per le sue inconseguenze.... nei suoi rapporti... nelle sue stravaganze inqualificabili... atto a far ricredere dall'ateismo da questo pensiero per cui si sconoscerebbe anche s stessi, per non maledire a tutto ci che  intorno a noi, saria il sublime mistero, che  il cuore d'una madre! Donna Isabella dunque, come dicemmo, compendiava in s una delle mille fasi di questo misterioso enigma.
Esser madre  avere in s la divinazione di quei non nulla che sono il tutto dell'esistenza!  leggere col pensiero nel sorriso del labbro per strappare di sotto a quella forma che  una menzogna il gemito dell'anima... L'esser madre  il non vivere per s, ma  l'identificarsi nell'esistenza de' suoi figli,  quasi un fondersi con essi con tal legame d'affetto, che i dolori di questi gli sieno proprj...  il rendere impossibile la menzogna del labbro, come quella della mente,  sentire quell'uniformit di sensazioni mediante le quali il cuore non ha bisogno della parola per rivelarsi.
E Angela... quel tenero virgulto cresciuto ai miti raggi di quel sole fecondatore si svolse lussureggiante e bello; si svolse anima nobile e peregrina interrogando il gorgheggio dell'usignuolo che cantava tra le rose del suo giardino; interrogando lo schiudersi del fiore che non volea spiccare perch gli incresceva vederlo s tosto appassire, fissando gli occhi in quelli della madre per cercarvi un conforto a quel sentimento che serpeggiava fuoco sottile, ma ardente nelle sue vene, ed allorch le informi larve della sua fantasia modellate a poco a poco dalle arcane indagini del pensiero ridessero ai suoi occhi una forma, indefinita s, ma che vestivasi di ognor pi potente attraenza, allora ella sent il bisogno d'una parola che diversa da quella della madre gli mormorasse all'anima avida di emozioni la prima nota del sublime poema della vita...
Come era bella, appoggiata talvolta al suo balcone illuminata dalla mistica luce di qualche astro gentile, a cui la sua anima sembrava favellare misteriose parole!
Era pur bella! china la fronte sul suo seno d'alabastro, simile alla Margherita di Goethe che sfoglia il fiore della rivelazione, sfogliava essa i fiori del suo pensiero cercandovi il pi bello ed il pi olezzante.
Era pur bella, assorta in melanconico atto eppur raggiante di vita e di speranza... stretto l'esile corpiccino dalla bianca sua veste, puro giglio fragrante che mano impudica avria dovuto arrestarsi dal toccare, che alito umano non avria dovuto avvizzire!..
Perch si agita cos il tuo seno di neve?.. perch balbetta inarticolati accenti il tuo labbro?.. forse un nome... il suo! prima ancora che tu lo sapessi, chi sa quante volte hai sognato una larva vanescente... ma che importa?.. la tua anima la vestiva d'un'immagine... nel silenzio delle tue notti di vergine, tu ascoltavi un'arcana melodia a cui univi il tuo sospiro, il tuo voto, puro come la prima preghiera che insegnava tua madre al tuo labbro di fanciulla, al tuo cuore di donna... santo come tutto ci che  giovinezza, perch giovinezza  fede... Giovinezza  amore... ed al senso arcano che molcea le tue fibbre di diciassette anni rispondevi con un suono indefinito... ti sovvenivi della prima parola con cui chiamandoti ti baciava tua madre e l'hai mormorata stemperando la tua anima in un sospiro. Mio Angelo...
La marchesa aveva compreso quel suo cuore di fanciulla, ne aveva seguito fin dalla culla il rapido sviluppo. L'avea veduta crescere sotto i suoi baci, interrogando ogni palpito del suo petto... in lei non potea esservi atto nel quale non leggesse l'impronta del pensiero come il senso del cuore... Eppure le pareva strana quell'impossibilit di interrogare un sentimento che ella non arrivava a comprendere, forse perch era un mistero anche per l'animo istesso della giovinetta... Una di quelle sensazioni che sono in noi, che ci dominano, che vivono d'una vita loro propria, che interrogate svaniscono, che assopite ritornano, che ci assediano, ci tormentano, e contro cui la ragione trova l'inutilit de' suoi sforzi, per l'impotenza appunto di questi!..
Perch mai sentiva Angela un senso d'avversione dir cos, per un uomo che l'aveva sottratta alla morte?.. per un uomo al quale il marchese avrebbe data la vita? che sua madre avrebbe baciato qual figlio? L'irriconoscenza non  per s stessa una colpa? e come poteva quel bel cuore d'angelo schiuso ai pi puri affetti, alle pi nobili aspirazioni, nutrire un senso che fosse una violazione di queste sante leggi della natura? No, si dicea essa, in queste leggi istesse che agli animi incorrotti tracciano la via delle loro azioni, deve essere la causa di questa sensazione, che un'altra sensazione attutisce nel suo sviluppo... Il pensiero non le rendeva conto di ci, ma vagamente la madre si faceva sue le indefinite sensazioni che s'agitavano nel cuore d'Angela...
Ella osserv che Angela avea impallidito ricevendo dallo straniero quel fiore che ei le porgeva in segno d'addio come in lei volesse lasciare una memoria. Avea notato lo sguardo furtivo, inquieto che la giovinetta avea lanciato verso Adolfo, e come questi impiegasse tutta la vigoria della sua volont per imporre una calma artificiale alla segreta tortura del suo animo. Angela si era appoggiata a lei come ricorrendo ad un conforto allorch lo straniero le avea fatto presentire la possibilit del suo ritorno; Angela temeva quello straniero appunto perch sentiva che egli voleva attaccarsi alla vita che aveagli resa in modo s strano! ma lo temeva essa nel dubbio che un giorno egli potesse reclamare un diritto?.. oppure questo timore istesso accusava in lei un affetto gi formatosi nel cuore e che avea paura d'ogni ombra che potesse frenarne lo slancio?..
Nel pensiero della madre, sorse uno di quei lampi che sono la parola della rivelazione parlata al cuore colle mille voci dell'animo; ella sent che Angela avea scelto tra l'uomo che l'avea resa alle braccia del padre, e l'uomo che l'avea resa all'amore dei suoi cari... Quel sentimento di freddezza verso lo straniero che l'avea salvata dalla morte, proveniva dall'aver lo slancio del suo cuore assorbite tutte le facolt sensuali della sua anima vergine d'affetti, che s'era abbandonata tutta intera alla sua prima e pura rivelazione!..
Angela amava!.. amava un cuore devoto che l'avea conquistata con un eroismo; pi che con un eroismo! con un atto di disinteresse tutto umano!.. affrontando un pericolo per salvare una vittima che era uno straniero per lui, e che era suo padre!.. V'era la fatalit!.. questa figlia della poesia delle menti giovani e vergini in quell'avvenimento che avea segnato una meta sul sentiero della sua esistenza!..
Angela amava!.. era un affetto a cui sorrideva come una benedizione il pensiero di sua madre!.. Ella accarezz pi dolcemente la sua vaga bambina dalle belle chiome di corvo, dal bel guardo celeste e soave; essa strinse con pi affetto la mano di Adolfo!.. Essa lo chiam figlio collo slancio pi tenero del suo cuore! ed Angela le si gett confidente tra le braccia, mormorando col cuore ebbro d'affetto!.. Oh come l'amo, madre mia!
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FINE DEL PRIMO VOLUME.
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Volume Secondo.
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CAPITOLO 20.
 Amore.
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Angela e Adolfo si amavano! dal giorno che donna Isabella di cos un tacito assenso al loro amore, sorse per essi dal nulla uno di quegli splendidi sogni che abbagliano: Amare! Vivere l'uno per l'altro! poter ridirsi questa magica parola della vita! Correre insieme le fiorite alee d'un giardino, ascoltare il canto d'un augello, darsi un fiore, scambiare un bacio, mormorarsi strane parole, palpitare di fremiti soavi, e poter fare tutto ci col cuore puro... poter farlo sotto allo sguardo d'una madre, innanzi al sorriso del cielo che s'adorna di un manto pi fulgido di stelle per farsi pi bello ai vostri occhi! il cui sole sfavilla di maggior luce! di cui amate tutto! persino quelle tristi giornate di pioggia durante le quali vi raccogliete leggendo un libro, ridicendovi le mille volte quell'eterno ritornello che  il grido eterno della vostra anima! sempre nuovo perch veste sempre le diverse forme delle impressioni che gli danno vita!
Questo fuggevole inseguirsi di giorni sereni e felici, questo immergersi nella volutt dell'oggi, questo sorridere alle speranze del domani, fu la loro esistenza d'un lungo periodo di giorni e di mesi... Lo straniero, il dottore come s'ostinava a chiamarlo il marchese, era venuto qualche volta a fare una visita alla famiglia in mezzo a cui parea avesse soffiata la vita togliendola all'agonia della disperazione; vi si era fermato qualche giorno anche, ma questa volta n Angela n Adolfo avevano subte le strane impressioni che prima avevan provato ed alle quali si erano abbandonati incapaci a combatterle. S'erano abituati alla sua presenza!
Erano troppo lieti di loro stessi perch potessero formare altro pensiero che non fosse la continuazione d'un sogno delizioso! Allora potevan temere, paventare, allora che andavasi in essi sviluppando un'aspirazione verso cui si sentivano trasportati, e che poteva svanir loro d'innanzi! Ora, pareva ad essi che tutto ci che non fosse l'estasi del loro affetto fosse s nulla nella vita, che il pensiero sdegnava fermarvisi sopra nella tema forse di togliere un attimo alla continuazione della loro ebbrezza d'abbandono!..
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CAPITOLO 21.
 La lettera.
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Imprevvisti avvenimenti avevano tolta la famiglia del marchese Gian Paolo alle delizie di quel campestre ritiro e chiamarono il marchese in tutta fretta a Mantova ad adempiervi i suoi doveri di cittadino e di suddito alla signoria dei Gonzaga.
Occupava egli un posto d'onore alla corte del duca Ferdinando, posto che fu sempre ereditario della sua famiglia che gi pi d'una volta avea offerto vita ed averi in difesa dei principi a cui erasi consacrata.
Correva una trista epoca allora... in cui il dovere assumeva mille aspetti e cangiava di forme ad ogni scorrer di tempo, e subiva pi l'andazzo delle cose, di quello che si rivelasse come un'inviolabile divinit... tenuto forse  vero in maggior concetto che oggi nol sia... Ma svisato, mal menato dai mille pregiudizi che si metteano a capo delle azioni individuali, in quel azzuffarsi continuo di partiti che l'un l'altro contendevansi il diritto di poter arbitrariamente seder despoti sovra le atterrate libert in nome della libert stessa che a guisa di ganza prendevasi a noleggio come meglio tornava il conto di adoperarla a vantaggio dei pochi che se ne facevano arma...
Queste bisogna tolsero come dissi la famiglia del marchese Gian Paolo a quella tranquilla vita dei campi! da quell'eliso che sono le quattro mura d'una parete domestica e le fiorite ajuole d'un ben coltivato giardino, per vincolarla all'etichetta della citt che li circuiva colla sua pompa di lusso, indispensabile necessit d'una corte cos libera in fatto di costumi come la era quella dei Gonzaga, il cui scialar grandioso e dispendioso toccava talvolta alle fantastiche forme della leggenda.
Basta dare uno sguardo alle vestigia che ancor rimangono del palazzo ducale, che si pu visitare liberamente, per avere un'idea di ci che dovea essere quella splendida dimora dei duchi che v'avean stanza e lo facean campo aperto al banchettar nei tripudi alle spalle del popolino! questo eterno Lazzaro di tutti i secoli che ne pagava le spese...
La vastit di quell'imponente edificio ha tutta l'impronta d'una storica grandezza. In uno de' suoi vasti cortili, tenevasi un ricco mercato di gioje, ad uso delle epoche cos dette di fiera. Superbo ne  il teatro or caduto in disuso, e che serviva ai principeschi trattenimenti, vi si vedono sale ornate di stupendi dipinti, ad attestare che l'arte dovette cercare le sue forme pi vaghe per adornare quel soggiorno della potenza. Quanti vaghi sorrisi di donna avranno dato vita al capolavoro d'un pittore... quanti misteri nascosti sotto a quelle salette damascate... quante volte con ardente impazienza su' quei tappeti di velluto si sar aspettato il fruscio di una veste che dovea far beato un cuore... e quanti cuori furon freddati dal pugnale di un sicario mentre anelanti vagheggiavano il bacio d'un roseo labbro che forse era quello d'una ganza!
Visitai un giorno il palazzo, e vidi una fuga di piccole stanze che doveano essere gli appartamenti prediletti dalle belle odalische! mobili di lusso annessi al corteo ducale...
Dalle ampie vetriate a larghe onde entrava il sole; vedeasi qua e l qualche vestigio di quegli antichi fregi che le avran fatte splendide di reale magnificenza... E la mente vagando nel passato vi si spingea ad interrogare quella vita passata come un turbine gravido di folgori... Sotto a quel vago appartamento nei di cui specchi dorati si sar ammirata la cortigiana felice e superba della propria abiezione, si sprofondavano lugubremente terribili i sotterranei del castello... Di faccia ad un ricco poggio intorno a cui il gelsomino si sar avviticchiato prodigo di fiori e di olezzo, vedevasi una specie di vlta praticata nel muro dalla parte rustica dell'edificio; si metteva su quella piattaforma per mezzo d'una angusta porticina; ai piedi di quell'arco aprivasi come un abisso minaccioso il largo fossato del castello, l'acqua ne lambiva le basse fondamenta cupa e verdacea... l'aria vi parea pi fredda... sotto quella vlta era stata decapitata l'infelice Agnese Visconti, creduta, o voluta rea d'infedelt da uno dei duchi Gonzaga... Quella piattaforma dove si moriva; dove il carnefice arruotava la sua scure inesorabile ed omicida sorgeva rimpetto a quella terrazza inondata di luce... A quella sala profumata si saliva da una scala di marmo, sopra i di cui gradini la galanteria avr steso il suo tappeto a fiori arabescati... a quell'angusta piattaforma si saliva da una piccola scala, vi si veniva da un angusto pertugio; era tanto che bastasse a passarvi per morire!.. l... si andava per vivere!.. Mentre l'ultimo gemito della vittima si spegneva sotto la scure del carnefice, l'arpa di qualche sirena avr inneggiato al piacere!.. il calice spumante si sar vuotato sul seno ebbro di volutt!.. Mentre lo sgherro stringeva dentro ad un cerchio di ferro due esili mani di donna che si volgevano a lui coll'atto della preghiera, e che ei rendeva inerti perch gli fosse pi agevole colpire il collo bianco e denudato che si offriva al taglio della sua scure...
L in quella stessa sala... cos vicino alla morte... una di quelle ganze coperte di gemme e che si venerano regine! con languida volutt affidava alla diligente damigella d'onore, la sua mano alabastrina perch gliela calzasse col guanto profumato, prima d'accingersi a trapuntare qualche gentil ricamo, in attesa che suonasse un'ora... quella d'un appuntamento che doveva farla credere a s stessa superba della sua belt!..
Non  a dirsi come ad Angela cresciuta tra la semplicit di quella vita domestica che formava tutta la sua delizia, tornasse a noja quel cambiamento di stato che implicava un cos diverso modo di contenersi e che la vincolava in ogni suo atto...
Anche quando qualche consiglio di corte chiamava il marchese alla citt, ella come che malaticcia non erasi mai dipartita da quel tranquillo soggiorno dove avea i suoi fiorellini da coltivare, da veder crescere, da veder sbucciare; dove le rondini col lor stridire gajo ed allegro la salutavano all'alba... dove il rosignuolo l'allettava colla melodia delle sue canzoni!
Il marchese credette bene che ripristinata come ella era in salute, lo seguisse alla citt ove preser stanza, persuaso che una vita meno monotona di quella della campagna potesse anche influire a riordinare la sua gracile costituzione.
Se ne richiese il dottore, come si ostinava a chiamarlo il marchese, e questi fu sollecito a convenirne, aggiungendo essere anzi quel nuovo metodo di vita, affatto necessario onde dare al corpo quella vigoria che erasi estenuata nei replicati assalti del male; in quella lotta vinta a forza di opposizioni, ed a cui la monotonia di quell'esistenza non poteva che essere pregiudichevole... in quanto che lo spirito avesse bisogno di maggior campo movimento onde ringagliardirsi!..
Il marchese aveva cieca fiducia nelle parole dello straniero della cui lealt, del cui zelo, e della cui maestria parevagli aver avuto ampie prove; prove che nessun suo atto palese valse mai certo a smentire per quanto l'oprar suo lo si fosse diligentemente interrogato in ogni suo minimo dettaglio!
Fu la prima volta che dopo un periodo abbastanza lungo di tempo, in Angela ed in Adolfo si ridestassero le vaghe loro apprensioni riguardo al dottore, come al suo primo introdursi nella famiglia del marchese.
Si danno strani contrasti nell'anima umana di cui a s stessi non si sa molte volte render ragione! Forse a sviluppare questo senso disgustoso, era per i due giovani bastevol causa il sapere come ei col suo consiglio fosse causa che venisse loro tolta quella libert che ivi cos ampiamente godevano, che molto loro pesava quel doversi vincolare a que' legami di convenienze e di formule imposte a legge dal rigore dell'etichetta aristocratica delle Corti, al cui contatto era pure indispensabile che si fossero trovati bench interamente non ne facessero parte, e solo vi fossero annessi per la posizione politica occupata dal marchese!
Il dottore s'era da qualche tempo diffatti reso con assiduo scopo quasi indispensabile alla famiglia del marchese; si ricorreva a lui per consigli in ogni pi ardua emergenza, tanto pi poi per la cura igienica ch'egli aveva diritto di tracciare pel completo sviluppo della salute di Angela, ad onta che ella dicesse al padre sentirsi tanto bene da non abbisognare di nulla!
V'era un sentimento che taceva soffocato nell'animo di Adolfo, e che insensibilmente ne assorbiva tutte le aspirazioni; un'idea che egli sentiva come se si fissasse nel suo pensiero; era il ritorno al suo passato, alla vecchia Margherita che aveva lasciata al suo villaggio natale, e che gli rendeva conto delle sue cose, lamentandosi sempre della sua assenza; in ogni lunga lettera ch'essa faceva scrivere dal Curato del villaggio eravi una preghiera ardente che ne sollecitava il ritorno acci potesse prima di morire chiudere gli occhi, baciata dal figlio della sua Giulietta! Ella, che aveva alimentato col latte del suo seno e per cui avrebbe data volontieri la vita. Collo scorrer dei giorni, in quella novella vita del giovane che non era pi tutta assorta nel pensiero della sua felicit, quelle memorie del passato a cui egli si sentiva legato per un voto terribile quanto sacro... rivivevano in lui ardenti come il pensiero che le evocava... gli ritornava in pensiero la ricordanza terribile d'una notte di sangue; quella notte in cui egli aveva veduta sua madre moribonda stringersi al di lui seno e farsene egida contro un uomo che sul suo letto di agonia veniva ad insultare beffardamente alla sua vittima; egli ricordava vagamente quel suo sogghigno da demone, si ricordava che sua madre cadendo... gli aveva mormorato...  l'assassino di tuo padre! si ricordava che il nome di quest'uomo era rimasto soffocato sulle labbra della morente; che con lei era sceso nel suo sepolcro! Una lagrima ardente gli rigava le gote a quel terribile ricordo che ridestava nel suo animo il pungolo del rimorso. Cosa aveva egli fatto per vendicare sua madre che moriva maledicendo al miserabile? che aveva egli fatto per vendicare suo padre?
Egli si era addormentato sul seno dell'amore, aveva lasciata la casa dove era morta sua madre e nella quale viveva la ricordanza del suo giuro di vendetta! quel giuro che adulto aveva sciolto sulla tomba della vittima. Egli aveva tutto dimenticato! Ma d'altronde lascierebbe egli Angela? quella vaga creatura che era tutto per lui! l'angelo che la previdenza aveva collocato sul suo sentiero, quasi per riconciliarlo colla vita, per lanciarsi verso un avvenire ignoto? d'innanzi a lui... di faccia al suo giuramento di vendetta v'era l'impossibile... v'era il segreto d'una tomba e le tombe sono fedeli custoditrici dei loro segreti!
Tali pensieri si agitavano nell'animo del giovane la di cui anima fremeva nell'impotente sforzo d'un pensiero che lottava invano contro la fatalit! Angela ne calmava i subiti trasporti, le tetre concentrazioni, con qualcuna di quelle sue dolci parole che s care gli scendevano all'animo come balsamo vivificante! Il dottore continuava assiduo le sue visite, e nella mente di Adolfo crescevano le apprensioni... ei si richiamava quel volto, che doveva aver veduto altra volta... egli intravvedeva quel sorriso che aveva veduto su altre labra, forse su quelle istesse! e ve lo avevano modificato gli eventi che tutto distruggono o variano col loro incedere travolti nella corsa impetuosa del tempo. Ma in lui, nulla pur sempre poteva svilupparsi oltre a questa indefinita e lontana rimembranza verso la quale affannavasi il suo spirito e che vestiva le forme d'uno stravagante e vago delirio!
Una sera mentre tutta la famiglia era raccolta nella sala di conversazione del marchese,  recata una lettera all'indirizzo di Adolfo.
Il giovane la legge, la sua fisonomia si altera, un senso feroce di gioja traspare dai suoi lineamenti... Involontariamente nel volger degli occhi, si trov d'innanzi lo sguardo freddo, severo del dottore che parea ne scrutasse l'emozione evidente.
La lettera era in brevi termini concepita.
Se volete conoscere l'assassino di vostro padre, il persecutore di vostra madre, trovatevi la notte del 18 marzo sullo stradale di Chiasso, al ponte della Croce.
Un uomo vi attende e vi riveler il segreto che da tanti anni cercate invano di penetrare...
Finalmente! mormor egli coll'animo ardente d'odio e di vendetta...
Era il 10 di marzo... non restava che il tempo di mettersi in viaggio per arrivare al convegno, egli addusse presso la famiglia del marchese che fu oltremodo sorpresa di quella subitanea risoluzione, motivi d'interesse che lo richiamavano per pochi giorni al suo paese... disse che quella notte stessa doveva partire, fu fissato che il fratello d'Angela l'accompagnerebbe sino alla diligenza che partiva alle tre per Cremona e di l per Milano... ond'ei prendesse di poi la via di Como.
Fu quella una triste sera di addii, di conforti e di speranze susurrate a fior di labbro e di lagrime che si raggruppavano sul cuore; il dottore stim conveniente di ritirarsi, egli lanci uno sguardo inquieto sul giovane, parve che un truce pensiero fosse balenato alla sua mente, lo guat per un istante minaccioso e perplesso, Angela gli porgeva la mano con tenero abbandono, dal suo ciglio scatt un lampo, salut di nuovo ed usc!
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CAPITOLO 22.
 Fatalit!
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Il castello ducale, ora castello Sangiorgio, opera imponente di cui l'antico feudalismo fece dono alla citt colle sue lugubri e tetre memorie... torreggiava imponente nelle tenebre. L'acqua del lago che ne bagna i piedi pareva uno strato nero ed immobile, quasi drappo di morte steso intorno a quel tetro edificio; cupa verdacea ne lambiva le massiccie fondamenta, l'aliga cresceva sul suo fondo fangoso, rasente a quell'acqua aprivansi i suoi angusti spiragli, intorno ai merli anneriti, in larghe ruote volteggiava il falco, il gufo squittiva dai fessi della rocca.
Veduto allora che le tenebre della notte conciliano lugubri pensieri, quando la leggenda sembra evocare le sue ombre a popolare lo spazio, quel tetro edificio assume l'aspetto d'un immane fantasma; i suoi angoli scanellati sembrano tante braccia mostruose, la corona de' suoi merli ti pare l'anguicrinita chioma d'una testa infernale. Tale era allora, e ben molti gemiti echeggiavano sepolti nelle oscure vlte delle sue segrete e soffocati dal fragore delle danze che facevan risuonar di evviva! le vaghe sale dei ducali appartamenti allietati dalle risa e dai canti delle ganze dei Duchi. Semi nascosti dall'ombra sinistra del castello, due uomini stavansi a tenebroso conciliabolo... l'orologio del palazzo suonava la mezza notte... Era uno di questi un omicciatolo tozzo e tarchiato, vestiva un abito castigliano su cui il tempo aveva segnata la lunga data di sua vita, e ne mostrava palese l'agonia, rattenuta a rappezzi. L'altro era alto di statura, aveva avvolta la persona da un nero mantello, portava in capo un feltro a lunga piuma parimenti nera; del volto non si vedeva che l'occhio bieco, fisso in qualche indiavolato pensiero: egli guard dalla parte del lago... tutto era quieto... l'aria della notte umida e grave stendeva sovra le valli circonvicine un fitto manto di nebbie... si sentiva il batter d'ali ed il gracchiare delle anitre sparse a frotte dentro le acque paludose.
Tutto ad un tratto i nostri due uomini trasalirono. Essi attendevano al certo qualcuno, come lo dinotava l'attitudine inquieta dell'uomo dal mantello nero; l'altro impassibile e muto, aspettava. Di mezzo ai canneti che sorgevan dall'acqua tutt'intorno alla riva del lago, s'intese un rumore, come d'un serpente che strisci; si vide un'ombra guizzare sulle acque, un corpo nero romper di mezzo ai canneti, ed urtare la riva, era un battello guidato da un sol uomo che salutati con un cenno i due che l'attendevano disse loro, con tuono reciso saltando a terra:
Eccomi!
 mezz'ora che t'attendiamo, marrano! gli susurr a bassa voce l'uomo del mantello.
Vengo dall'altra sponda, eccellenza... e l'acqua  bassa l in fondo... preferisco lottare col diavolo che col pantano di queste maledette rive!
Quegli che cos aveva risposto all'uomo del mantello al quale avea dato il titolo di eccellenza, era una specie di gigante dalle forme erculee aveva una mano grossa e larga con dita e braccia pelose, portava in capo una calotta alla marinaja e vestiva un abito da pescatore; fosse egli o no finto, o fosse quello il suo vero mestiere, maneggiava la barca da maestro, e ne di prova avvicinandosi alla riva senza che i due che l'attendevano s'avvedessero del suo battello che strisciava leggiero sull'acqua protetto dalla nebbia della notte.
Non importa, gli rispose l'uomo del mantello, abbiamo tempo, e chi abbia volont di lavorare, in poco tempo si fa molto e presto.
Il gigante legava il suo battello alla riva. Ad un cenno tutti e tre si scostarono dalla valle e presero per una straduccia che girava dietro al castello ed andava a sboccare in quella parte della citt che fu cinta di mura e di bastioni dalla paura del dispotismo austriaco che vi si era trincerato speranzoso di eternarvisi.
A domani, eccellenza? domand il gigante.
Domani, rispose l'uomo del mantello, e se sbagli il colpo, marrano, ti fo far cento leghe per corrergli dietro finch tu l'abbia raggiunto, se te lo lasci scappare.
Non fallo mai, eccellenza, gli rispose il gigante con truce sorriso, raddrizzandosi in tutta l'imponenza delle erculee sue forme.
L'uomo del mantello parve compiacersi di quella bravata, gli sorrise in aria di protezione e gli gett una borsa.
Per l'acquavite... il resto quando avrete finito, aggiunse salutando.
I due uomini ristettero parlando tra loro finch l'uomo dal mantello allontanatosi frettoloso si tolse ai loro sguardi: imboccata allora la via oggi detta Fossato dei Bovi, passato il vicolo del Bargello, a cui guardarono di sghembo con una brutta smorfia, mossero dietro a sant'Andrea e s'appostarono come due vampiri nei dintorni della locanda del Giglio.
La locanda del Giglio era situata di fianco a quel vecchio casamento ove si stabilirono oggi le carceri della Pretura Urbana. Oggigiorno pure vi si vede una casa di vecchia apparenza vicino a cui fanno capo i carrettieri colle loro rozze ed i rivenduglioli nei giorni del mercato.
Alla locanda del Giglio stazionavano vetture da noleggio. Alle tre del mattino d'ogni venerd e d'ogni luned ne partiva una per Cremona a treno fisso. In casi speciali per si davano mezzi di trasporto per dove avesser desiderio di recarsi i viaggiatori. Era una locanda accreditata per le premure dell'albergatore che vi tenea pronto servizio e buoni cavallari che facevano allegramente schioppettare le loro fruste sugli stradali battuti nelle corse.
La sera nella quale Adolfo aveva ricevuta la lettera che lo chiamava ad essere messo a parte del segreto che era per lui il tesoro pi prezioso a cui riguardasse con un culto selvaggio ed ardente, cadeva appunto in luned ed ei si era recato alla locanda accompagnato da Roberto, il fratello d'Angela, che fiss rimanere con lui finch ei si fosse partito.
Usciti quindi di casa ad ora ben tarda, scambiati gli addii e rinnovati gli abbracci, consumate le ore in quei nonnulla che sono le espressioni pi vere per cui il cuore svolge tutte le sue sensazioni d'affetto nei momenti supremi d'una separazione, entrambi intrattenendosi della partenza, della famiglia d'Angela, del vicino ritorno, di una sperata felicit, d'un ridente avvenire; comunicandosi dubbi, sogni e speranze in quel confidente abbandono di due giovani cuori legati insieme dall'amicizia pi tenera, si eran recati alla locanda del Giglio e vi avean chiesto da cena onde aspettare l'ora della partenza.
Sedevano ad un tavolo intrattenendosi tra loro; tutto ad un tratto Adolfo fe' un atto di sorpresa.
Che hai, Adolfo? gli domand Alberto guardandolo fisso in viso come chiedendo una spiegazione a quell'atto repentino.
Nulla, disse Adolfo, ognor pi inquieto.
Nell'agitazione dell'addio egli avea dimenticato un piccolo amuleto che Angela gli aveva donato come pegno del suo affetto acci gli ricordasse di lei nel breve tempo di sua lontananza.
Lasciare un dono d'Angela nelle mani istesse che glielo aveano donato, era nulla; egli l'avria ripreso con un bacio al suo ritorno, avrebbe sentito un rimprovero accompagnato da un sorriso. Gli avrebbe potuto rispondere che essa era tutto per lui e che nel momento della partenza egli non potea vedere che lei.
Eppure egli sent un tristo presentimento impadronirsi del suo cuore; gli parve che separandosi da quel dono egli si dividesse da lei... gli parve che tra lui e quella donna che era il suo angelo, sorgesse un fantasma! Egli si spavent come di una sinistra predizione di sventura, ebbe paura del suo pensiero.
Alberto s'avvide tosto delle impressioni che dominavano lo spirito del suo giovane amico.
Hai perduto qualche cosa? gli domand.
S, l'amuleto d'Angela, gli rispose Adolfo.
L'avrai lasciato a casa.
Certamente.
E t'inquieti per ci? disse gaiamente Alberto; vado a prendertelo e te lo reco. Alberto si era alzato.
 troppo tardi per lasciarti andar solo, gli obbiett Adolfo.
Alberto di in una allegra risata.
Aff! per bacco! cosa credi? Che abbia paura dell'orco? va l, pazzo! e gli batt sulla spalla con gaiezza confidente. In due salti sono di ritorno e ti reco il tuo fatato amuleto. Avr agio a fare un nuovo saluto ad Angela prima che tu parta.... ed ecco tutto... Non gli di tempo neppure a rispondere e corse fuori dalla locanda.
Egli avea appena svoltato l'angolo della via che due ombre si mossero nelle tenebre, si ud uno squittir come di civetta che pareva venisse dal tetto del vecchio caseggiato che fiancheggiava la locanda del Giglio. Dal fondo della strada un uomo strisci carponi dentro il vano d'una porta. Un istante dopo che Alberto era uscito, Adolfo agitato da strani e lugubri presentimenti si era slanciato fuori dalla locanda e corse anelante sulla via... gli parve d'aver inteso un gemito. Tutto era silenzio intorno a lui; suonarono le tre all'orologio del palazzo. La voce sonora del vetturino facea balzar di soprassalto i viaggiatori, e la sua frusta schioppettava gaiamente dissopra alle orecchie dei poco sbuffanti puledri attaccati al carrozzone da viaggio che partiva poi al trotto, seco portando Adolfo che andava fantasticando tra s perch Alberto non fosse tornato.
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CAPITOLO 23. 
Cosa avvenisse nel vicolo del Bargello.
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L'istessa notte se qualcuno fosse passato dal viottolo del Gallo Nero, si saria domandato cosa potesse far l da tanto tempo una carrozza tutta chiusa. Il cocchiere pareva ubbriaco, e sonnecchiava sulla serpa... s'era passato nel braccio le redini del cavallo... aveva lasciato cadere la sua testa sulla spalla e pareva non si desse altra cura che di dormire come meglio avesse potuto; forse aspettava qualche avventore che s'era recato a bere alla taverna e s'era lasciato prendere dal sonno... Nella taverna del Gallo Nero non ardeva alcun lume atto a far dubitare che l dentro, come in tutte le pacifiche case dei dintorni non si dormisse tranquillamente, tutt'intorno era silenzio... la notte scendeva tacita ed avvolgeva Mantova col suo mantello di nebbia... le ore scorrevano, suon la mezzanotte, poi un'ora, eran vicine le tre; il cocchiere addormentato si scosse, dalla porticina della taverna del Gallo Nero, usc fuori una testa a guardare nel bujo del viottolo non illuminato da alcun fanale... Era tanto bujo che non si saria scorta neppur la carrozza che si confondeva colle tenebre... se v'era un delitto da compiersi, certo mai quella marrana di sorte che non domanda mai le fedi di costume a chi vuol favorire od a chi vuol colpire, non poteva meglio darvi mano. Qualche lampione che ardeva nelle strade centrali della citt, avvolto da quel denso manto di nebbia, pareva alla distanza di dieci passi, lontano a perdita d'occhio ed appena appena se ne vedeva un languido bagliore atto ad accennarlo. L'uomo che aveva messo fuori il capo dalla porticina della taverna non guard; ascolt, gli parve aver inteso... Un gemito... poi un rumore di passi che frettolosi s'avviassero verso quella volta... Il cocchiere aveva lasciato la sua attitudine, e stava spiando inquieto ogni alitar di vento che gli portasse un suono... si fe' silenzio ancora... poi si sent un rumore certo, definito, marcato di passi... due uomini entrarono nel viottolo della taverna...
Presto, disse l'un d'essi... scendi, Andrea, e dacci mano... che il diavolo ti porti se non ti sbrighi, pezzo di poltrone!..
Son qua, son qua... rispose tosto il cocchiere scendendo dal suo posto di riserva.
Quei due uomini si portavan dietro uno strano carico imballato in un nero involto fatto a forma di sacco; l'avevan deposto rasente al muro del viottolo, e fattivisi presso di bel nuovo ajutati dal cocchiere se lo caricaron sulle braccia. L'uomo che pareva spiasse avidamente il loro operato, quando vide che furon presso alla carrozza di cui era chiuso ancora lo sportello, si fe' fuori d'un tratto e corse ad aprirlo...
Chi va l! gli grid piano all'orecchio una voce minacciosa, mentre un braccio erculeo lo afferrava al petto in poco gentil maniera...
Non mi conosci, per Dio!.. fe' egli guardando in faccia il gigante che gli aveva usato quel poco garbato complimento.
Siete voi, eccellenza? mormor questi mentre dava alla sua voce da toro quel tuono pi umile che pot; per bacco... s'avvisano i galantuomini quando sono occupati alle loro faccende e non hanno tempo da perdere.
Il nero carico fu spinto dentro alla carrozza.
Come and l'affare? chiese l'uomo del mantello nero, il quale vestiva come allora che il lettore lo vide sulla riva del lago mentre aspettava la barca del gigante.
Come lo vedete... rispose il gigante contraffacendo colle grosse sue labbra un sinistro sorriso, e segn la carrozza entro cui saliva il compagno invitandolo.
Va bene... ed ora al lago... e scegliete bene il luogo.
Lasciate fare, eccellenza... il gigante si curv per passare dentro alla carrozza, l'uomo dal mantello nero ne chiuse lo sportello. Il cocchiere di una strappata alle redini, il cavallo part... Dal viottolo del Gallo Nero a Sant'Andrea... non v'era da traversare che la piazza del Bargello; il nostro uomo la percorse, ne spi collo sguardo il terreno, e come chi si trova soddisfatto d'un esame a cui sia unito il pi notevole interesse sorrise d'un sorriso da demone, si ravvolse nel suo ferrajuolo si cacci a passo rapido per le vie della citt e sparve nelle tenebre come perduto in un abisso!..
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CAPITOLO 24. 
La barca.
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La carrozza in cui eran saliti il gigante e quel suo ceffo di compagno seco loro recando quello strano carico, s'avvi per la strada istessa da cui eran venuti poche ore prima; svoltarono a destra e presa una via deserta fecer capo ad una stradicciuola che fiancheggiava la riva del lago.
La notte era cupa, innanzi a loro non era che un vuoto pieno di nebbia entro cui si spingevano e dove pareva si dovesser perdere; ma in quel vuoto, nascosti ad ogni sguardo essi camminavan sicuri compiendo l'opera loro.
Avevano cavato dalla carrozza, che rifece poi la strada, il loro carico... e lo portavano seco dietro strascinandolo pel fangoso sentiero della valle.
Era qualche cosa di sinistro a vedersi; uno di quei due uomini era piccolo, sciancato, nelle tenebre pareva un mostro; aveva una barba ispida, folta, capelli rabuffi, un occhio profondamente incavato, di cui le nere sopracciglia velavano il fuoco selvaggio... Questo sguardo fiammeggiava come da due grotte scolpite in una fronte schiacciata... una fronte di rettile. Il colore del suo volto che traeva al giallastro, era livido... Era del colore della notte; i suoi abiti erano laceri e lordi di sangue... sulle mani pareva avesse del sangue... L'altro era un gigante dalla taglia di un Ciclope... se sovra l'ampia sua fronte depressa fosse scintillato un sol occhio, potea dirsi la miniatura di Polifemo... avea due braccia pelose, due gambe nude fino al ginocchio... nervose, muscolose; avea una gran barba nera che gli scendeva fin sul petto coperto d'un pelo fulvo, aveva l'occhio rosso come un cerbero, la sua voce somigliava al ringhio d'un molosso... Questi due mostri, uno dei quali era rettile, l'altro tigre, o lupo... si trascinavan dietro qualche cosa d'informe avvolta in un sacco nero... strisciavano per cos dire in mezzo ai canneti agitati da una brezza sottile... e sul lor passaggio non fuggiva che qualche folaga che batteva l'ali e strideva cos che quel suo strido nelle tenebre della notte ti pareva un lamento... Intorno ad essi... quasi a cornice del quadro la nebbia che li avvolge, al di l della nebbia il lago colla sua acqua fumante, calma... attraverso alla nebbia non potevasi scorgere lo scintillar d'una stella... Essi eran soli! soli coll'opera loro, e la compievano.
Si erano trascinati sino alla barca che giaceva tra i canneti; la lieve ondulazione dell'acqua aveva scostato il tratto di corda che legavala alla riva. Ve la trassero, vi caricarono il loro fardello, dieder mano al remo e la spinsero. La barca strisciando tra i giunchi si spinse oltre; i due remi batteron liberi l'onda del lago senza produrre alcun rumore, senza che nel loro tuffarsi mandassero uno spruzzo. Orecchio umano non avria potuto avvedersi che una barca correva sul lago, e come rapida correa! Si compieva un'opera di morte... e non si sentiva la vita che la traeva al suo fato... tutto era silenzio... quei due uomini colla loro barca pareva che si confondessero colle tenebre... pareva che ne formassero una sola immagine terribile, spaventosa! Ad un punto del lago, dove il remo che ne tasteggiava il letto non trovava fondo, sostarono e deposero i remi. Il gigante leg alla bocca del sacco un oggetto che pareva avesse la forma di un grosso masso di granito e ch'egli si barell prima sulle braccia come fosse un giocattolo... levaron dal fondo del battello il loro carico, lo sollevarono sull'acqua e fecer per spingerlo.
Ferma! susurr la voce fessa dell'omicciatolo.
Cos'hai? che il diavolo ti porti! gli rispose il gigante fermando il braccio che gi dava impulso alla spinta; t'avverto che  un gingillo che pesa abbastanza e non ne vedo l'ora di farla finita!
Non borbottare, vecchio orso; dopo tante precauzioni che abbiamo usate finora vorresti tu che facessimo tanto di fracasso buttandolo gi, da dar l'allarme a qualcuno che il caso ci mettesse a portata?
Aff! Carlone, che non manchi di giudizio in quella tua testa da rospo.
Avanti dunque!
Presti!
I due uomini s'inchinarono fuori del battello in modo da farlo quasi ripiegar su s stesso, e calaron sino a fior d'acqua il carico che stavan per lanciare; l'onda si schiuse gorgogliando e si racchiuse; il negro involto sparve: inabissandosi non dest alcun rumore, non accenn al suo immergersi nell'onda che per un impercettibile fremito onde si agit la superficie a norma che il corpo si sprofondava gravitando verso il fondo. La barca aveva intanto ripreso la sua via e ritornava per dove era partita.
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CAPITOLO 25.
 Dove si capisce qualche cosa.
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Nella famiglia del marchese regnava la pi viva agitazione. Un servo erasi recato ad ora ben tarda alla locanda del Giglio, quando appena la corriera era partita, avea chiesto di due giovani che si erano ivi recati ed uno dei quali doveva prender posto per Cremona, e gli fu risposto che il viaggiatore era partito ma che il suo compagno avealo lasciato circa un'ora prima della partenza, mentre stavano cenando insieme in una delle sale terrene.
Il servo era ritornato a casa recando la risposta avutane; di congettura in congettura interpretando quello strano ed inqualificabile avvenimento, la mente si spingeva a trarne le deduzioni le pi terribili e le pi allarmanti. N i tempi erano atti al certo ad acquietare le vigili ed affannose apprensioni d'una tenera madre, d'un padre, d'una sorella che amassero un loro caro tutta la forza dell'affetto.
Correvan ogni momento strane dicerie per la citt, spargevansi voci di omicidii e di rapine, e non se ne sapeva mai nulla. I duchi che aveano diritto feudale d'alta e bassa giustizia erano troppo occupati nelle loro feste di Corte per darsi cura delle pubbliche bisogna. Purch non si gridasse contro la suprema signoria dei governatori e dei principi, importava loro ben poco che si facesse questo o quello.
Scorrevano le ore, i primi albori risvegliavano la natura; non la speranza, che non sapeva trovare un palpito tra l'affannarsi della disperazione che pur tentava ancora un'ultima lotta! Era per vana ed impotente, che contro lei vi era un fatto! vi era una terribile realt: Alberto non veniva!
Donna Caterina, la povera madre che sentiva venirsi meno ad ogni volger d'attimo che si portava con s un'ultima illusione, era straziante a vedersi... al pi legger rumore che le giungesse all'orecchio essa correa sulla soglia... trasaliva allo sbatter d'un'imposta... sentiva voci che non erano che nel suo pensiero... Un ardore febbrile le animava la guancia, l'occhio avea fisso... attonito... si era abbandonata sopra una poltrona e parea che avesse esaurite le vitali sue forze in quel delirio del timore! in quell'attaccarsi convulsivamente ad un'illusione che mente a s stessa ed a cui non credendo si vorrebbe pur imporsi di credere! Angela, la buona e cara fanciulla, i cui occhi aveano pianto tanto, spaventata dalla disperazione della madre, la accarezzava dolcemente cercando parole per confortarla, e la baciava e la vezzeggiava, ma ben vedevasi come in lei pure dominasse quella sinistra apprensione che facea battere con palpiti s agitati il suo giovane cuore! In lei pure era vivo quel senso indecifrabile eppur reale, che  la forza del presentimento... questa divinazione dello spirito che opera ed agisce allora che un grave avvenimento faccia oscillare le corde dell'anima umana e ne tragga quei suoni arcani ed imponenti innanzi a cui la ragione si smarrisce, e nella sua investigazione non trova che l'ipotesi d'una possibilit che possa darvi sviluppo!
Il marchese era cupo, concentrato, assorto; pensava. Egli svolgeva innanzi a s le cause tutte onde avesse potuto aver motivo quello strano sparimento, ed inclin la testa sul petto, gettando uno sguardo d'immenso dolore sopra quei due esseri che vicini a lui piangevano nel terribile abbandono d'una compresa sventura!
Erano le dieci del mattino quando fu suonato alla porta. Non  a dirsi come quel suono, elettrica scintilla, fosse corso per le fibre di tutti. Donna Caterina, Angela ed il marchese si precipitarono verso la sala d'ingresso prima che il servo ne schiudesse la porta. Sulla soglia apparve il dottore.
Il dottore era, come solea mostrarsi nella famiglia del marchese, di volto calmo; s'avria detto che sulla sua fronte si fossero spianate le rughe che l'increspavano come se si fosse tolto dall'animo il peso di qualche grave preoccupazione che lo crucciasse.
Accadeva diffatti talvolta che egli trasalisse nel bel mezzo d'una conversazione amichevole; che ad un moto di Angela, ad una parola di Adolfo il sorriso gli si contraesse sulle sue labbra in modo da diventare quasi una minaccia. Il suo occhio mandava allora un raggio di fuoco, il suo volto, da pallido ch'era, si facea livido, poi si immergeva in un'astrazione profonda ma che indicava solo essere il suo pensiero ben vivo sotto quell'apparente inerzia che parea un completo abbandono.
Quella mattina, checch fosse avvenuto nel suo animo, ben scorgevasi ch'egli avea superato qualche cosa; ci che i medici alle volte chiamano una crisi, che i pittori chiamano una prova e che gli uomini d'affari chiamano un progetto. Egli non aveva per superato n ci che potesse interessare un medico, n un pittore, n un uomo d'affari.
Era ben difficile leggere su quella sua fronte di marmo; pur vi si leggeva qualche cosa di sinistro sotto al velo di quella sua calma apparente.
Mio figlio! mio figlio! grid donna Caterina slanciandosi verso il dottore.
Vostro figlio! esclam questi sorpreso. Ebbene, signora marchesa, che  egli avvenuto a vostro figlio?
Lo slancio febbrile che avea animato per un istante quella povera madre si estinse, un singhiozzo irruppe dal suo petto... Il marchese che interrogava il dottore coll'occhio anelante... immoto... fisso su lui, si fe' muto... Angela si serr contro la madre... ella prov uno strano sentimento alla vista del dottore; fu come il risvegliarsi in quel momento d'un senso assopito nella sua anima... quel senso di paura che involontario avea giganteggiato nel suo cuore e che soltanto aveva obliato nell'abbandono dell'affetto di cui avea fatto centro un cuore! prima... si sentiva troppo felice per poter avere altro pensiero che non fosse un sogno d'amore!
La voce del dottore avea lasciato intravedere una infrenabile emozione nell'accentare ch'ei fe' quelle sue parole.
Egli pure non ne sa nulla! mormor la marchesa con voce semispenta.
In nome di Dio! che avvenne mai, donna Caterina?
La marchesa taceva immergendosi col pensiero nella cupa disperazione del suo dolore.
Che avvenne, marchese? ridomand egli ansioso e vieppi agitandosi, mentre il suo sguardo gli roteava nell'orbita inquieto e sanguigno. Le sue labbra, come gli accadeva sovente, s'eran contratte, egli domandava e parea pregasse coll'interessamento di chi attenda per s stesso, e vi era l'accento quasi del comando in quelle sue parole. Angela lo guard con ispavento... si strinse di nuovo a sua madre, e le parve che avrebbe voluto chiudere sulle labbra del marchese la parola che vedea come gli stesse per uscire.
Sentite, dottore, gli rispose in quello stesso momento il marchese coll'abbandono confidente della sventura, che cerca un eco al proprio palpito d'affanno in nome di Dio! Non avete voi veduto Alberto?
Io no! ma perch questa domanda?
Egli  uscito stanotte, e non  pi ritornato.
Uscito! esclam il dottore, sul cui volto balen il lampo sinistro d'un pensiero che ne contrasse i lineamenti come fosse soggetto ad un arcano terrore. Uscito! ripet egli. E non  ancora ritornato?
No... ed  scorso per noi una tal notte d'angoscia, dottore! che il labro non saprebbe ridirvela... Egli ha accompagnato Adolfo!
Adolfo s'era recato alla locanda del Giglio? vi avete mandato?
S...
Ebbene?
Adolfo era partito solo, il suo compagno l'avea lasciato qualche tempo prima... e doveva tornare alla locanda dove non fu pi veduto ricomparire.
Adolfo  partito! grid il dottore, per dio! dite il vero, marchese?
S, Adolfo  partito! ma non  d'Adolfo che io domando! Ma comprendete voi, dottore, il terribile pensiero che si agita nella mia mente, che passa sulla mia anima e l'agghiaccia di spavento!
La fronte del dottore si fece fosca!
Partito! ripet ancora fra s a bassa voce! Egli stette silenzioso per alcuni istanti... quella agitazione convulsa era passata... ei ricompose le sue labra ad un sorriso... e si volse al marchese che l'interrogava col suo occhio inquieto... Ben vedevasi come egli cercasse far argine alle emozioni della sua anima... Io non saprei in vero, marchese... balbett egli... ma non resta che un sol mezzo... informarsi pienamente se qualche avvenimento disastroso abbia avuto luogo questa notte... tranquillatevi intanto, marchese, io far quanto meglio potr... far quanto possa suggerirmi l'interesse che mi lega a voi... e ritorner, spero, in grado di acquetare la vostra agitazione... Mio Dio! accadono tante piccole cose nella vita che assumono talvolta l'apparenza d'una grave sventura...
Il marchese Gian Paolo strinse con trasporto la mano del dottore che gli parlava d'una speranza... Donna Caterina gli volse pure uno sguardo in cui lampeggi quell'ultimo resto di vita che ancora l'attaccava ad una illusione...
Il dottore, a cui pareva non tardasse che il momento di togliersi di l, tanta inquietudine leggevasi ne' suoi sguardi, inquietudine che poteasi credere motivata dall'interesse ch'egli prendesse per la possibile sventura ond'era minacciata la famiglia del marchese, gli strinse di nuovo la mano e rinnovandogli parole di speranza e promesse di ricerche che gli rendesser conto dell'avvenuto, usc precipitoso ed affannato da quella casa nella quale era entrato col sorriso della soddisfazione sulle labbra atteggiate all'orgoglio d'una vittoria.
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Qualche ora dopo due uomini montati sopra due robusti cavalli uscivano a briglia sciolta da Porta Leona e correvan l'istessa via sulla quale s'era avviato la trabacca dell'oste del Giglio; taluno dei passeggieri rise di cuore vedendo a fianco d'un Ercole dalle forme d'atleta un omiciattolo che pi gagliardamente stava in groppa al suo Bucefalo che al certo non era di razza inglese ma che galoppava sonoramente. Il dottore si recava sul finir del giorno alla casa del marchese... vi portava la delusione d'una vana ricerca.
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CAPITOLO 26.
 I Rimorsi della colpa fruttano progetti di rivelazione.
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Ne  d'uopo di lasciare per poco Mantova e quei personaggi del nostro racconto che avranno forse interessato il lettore; il marchese con tutta la sua buona fede, Angela e la marchesa coi loro presentimenti di sventura, per recarci sul luogo dove successero i primi avvenimenti che diedero principio a questa narrazione. Era di l per l'appunto che Adolfo riceveva la lettera che traevalo alla ricerca dell'assassino di suo padre, dell'uomo per opera del quale sua madre era morta dopo aver tratta fra le angoscie la vita! Angoscie che doveva a lui solo, a quest'uomo che s'era cacciato sul sentiero della sua esistenza, ad avvelenarne ogni istante!
In una sera trista trista, mentre il cielo era fosco di nubi, l'aria grave, mentre il tuono lontano lontano, fremeva nelle vallate, Ambrogio il carbonaro era seduto d'innanzi alla sua capanna che il lettore pu riconoscere ad onta dei guasti operativi dal tempo. Non aveva pi neppure la poesia di quel primo suo aspetto, quasi sinistro; allora, nascosta quasi dai ramosi alberi, circondata da un'alta siepe di frassini... pareva un agguato... oggi non era pi nulla, avevan tagliata la siepe... i grandi alberi che s'incurvavano sopra il suo tetto eran morti... non restava sul terreno che il segno dove essi eran cresciuti, ad attestare che l morirono utilizzati dal carbonaro che ne fe' legna da alimentare il suo focolare deserto.
Le assi della capanna eran sconnesse, l'aria e l'acqua vi penetravano a vicenda, non era neppur qualche cosa di orribile! era qualche cosa di squallido, di disgustoso... l'orribile ha la sua poesia, ha il suo bello; lo squallido non ha nulla,  ci che ... una cosa da cui si allontana per non crucciarsi l'anima!
Il carbonaro sedeva sopra un sasso colla faccia nascosta tra le mani, assorto come in un doloroso riandare del suo passato... Egli pensava che sotto a quel misero tetto sorridevagli un giorno, una donna, che si assideva al desco ammanitogli frugalmente quando rientrava sulla sera canticchiando una canzone stanco del lavoro. Che un bambinello correvagli incontro e gli saltellava intorno aggrappandosi al suo vestito finch'egli se lo fosse recato in groppa... ripensava al certo che qualche gioja egli l'aveva gustata in quella capanna che ora non conservava di s che una squallida nudit. Allora la sua bella siepe di frassini era verde e folta, l'usignuolo veniva a cantare l... vicino ad essi mentre erano intenti a ciarlare prima dell'ora del riposo; lo sentivano trillare i suoi gorgheggi, e gliene veniva all'animo una calma, una pace, quasi una felicit.
Poi le cose cambiarono... e la pace fugg dalla capanna ospite spaventata. L'usignuolo non venne pi a cantarvi d'intorno perch vi sent dentro voci di minaccia... e grida ed imprecazioni... perch egli confidente non vedeva pi al finestrino che si apriva, sporgere una bella testa di donna che lo riguardava rapito, n pi senza fuggire vedeva passarsi d'innanzi un vago fanciullino dalle bionde chiome che saltellava per il prato. Egli vi vide entrare ed uscire faccie arcigne e fosche, v'intese rumori che gli parevan strani, e che disturbando la sua pace lo decisero a scegliere un'altra siepe, un'altra casa intorno a cui intuonare le sue vaghe armonie.
La donna del carbonaro era morta... del fanciullo, ei non se ne curava e non lo vide pi tornare; era morto egli pure? era stato raccolto da qualche cuore pietoso? egli non lo sapeva e non se ne cur; al secondo giorno che pi nol vide comparire egli si era detto alzando le spalle, un fastidio di meno!
Ma gli anni passavano ed a seconda che quel vuoto spaventoso veniva a farglisi attorno, sent nella coscienza farsi vivo il pungolo dei rimorsi... e ripens con spavento a quella sua vita di colpe... si ricord di Francesco... che egli aveva raccolto ferito, che aveva ospitato sotto la sua capanna, e di cui aveva venduto il cadavere... e gli parve che da quel momento la maledizione fosse scesa sulla sua casa.
Da allora, non pi pace, non pi lavoro... non pi il sorriso della sua donna, il bacio del suo bambino... la sua donna tremava di spavento, forse d'orrore quand'egli a notte tarda si ritirava nella capanna, e vi deponeva nell'angolo pi nascosto la sua carabina, forse fumante ancora per la recente scarica che avea fatto sussultare la dormiente dal suo letto, che gli aveva fatto stringere al seno palpitante la sua povera creatura.
Tutto si mut intorno a lui, al pane del lavoro spezzato sulla tavola e diviso nella famiglia, successe l'orgia, ed il vino vuotato a colme tazze tra gli ebbri compagni... e il disordine della notte, ed in mezzo a ci il fantasma del delitto che ne spingeva i passi errabondi...
Fu dal giorno che ei fugg innanzi ad Adolfo spaventato come da una visione infernale, fu d'allora che questo gli sorse contro angelo sterminatore a contendere un bottino, e due vittime alla sanguinaria sua banda, che la fatalit inesorabile gli cammin a lato. Dopo aver rinunciato al lavoro egli si vide preclusa sino la strada alla colpa, perch i suoi compagni che lo vider fuggire d'innanzi ad uomo lo chiamaron vile; essi non sapeano che quell'uomo era una fantasima per Ambrogio, che gli parve fosse sorto dalla tomba per vestire le sembianze della prima sua vittima: di Francesco che egli avea s infamemente tradito! Il dolore e gli stenti avevano tratto a morte la sua donna; suo figlio non era pi ritornato alla capanna che stava sola l... ad attestargli il passato... rinnovatrice spietata delle sue memorie, pagina terribile del libro della sua vita in cui dovea leggervi col terrore dei rimorsi, colle paure d'un'anima nella quale il fatalismo avea snervata ogni energia...
 una maledizione!  una maledizione! esclam egli alzandosi da sedere... gett uno sguardo spaventato verso la capanna e mosse alcuni passi come per allontanarsene...  la mano di Dio! Oh! io non avr mai pace!
Le campane della chiesa del paese suonavano l'avemaria della sera... Quella lenta oscillazione del bronzo arrivava insino a lui, accompagnata dal vento della sera, umido e grave; la pioggia incominciava gi a cadere sottile... Il cielo s'era fatto pi fosco, Ambrogio frem in tutto il corpo come se avesse inteso una voce far eco al grido che gli era uscito dal labbro... Egli cadde in ginocchio sovra un sasso, e stette muto, tremante, finch ogni suono cess, e d'intorno a lui non ud che il cader della pioggia sulle fronde degli alberi, e il fischiar del vento nel basso della valle.
Avrebbe voluto pregare, ma la parola non trovava cemento, forse era dominata da un pensiero... Egli si era alzato per pi calmo, entr nella capanna, si gett sul suo giaciglio, e stette aspettando l'indomani in cui parea avesse pensato di dar compimento ad un progetto che or vedremo farsi palese.
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CAPITOLO 27. 
Don Luigi il parroco.
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Le campane del villaggio suonavano a festa, una folla di gente era accalcata sulla piazza; le giovani del contado vi sfoggiavano le loro spille d'argento appuntate alle trecce d'ebano ed i nastri rossi che lor sventolavano dietro le spalle; le donne avean cuffie di pizzo linde e bianche, calzari di legno che rendevano un fracasso indiavolato battendo su pei ciottoli... I rivenduglioli facean ballar nelle tasche il sonante metallo che avean buscato nella mattinata, le carrette stavano attaccate alle rozze in attesa che finisser le funzioni per riprender la strada per la quale i girovaghi, nelle domeniche, sogliono condursi a tutte le piazze della provincia.
Era l'ora della predica, all'invito che facea ai fedeli la campana della chiesa col suo martellare a rompicollo, come moveva l'estro al campanaro che ci teneva a dar prova della forza muscolare delle sue braccia, la folla s'avvi verso la chiesa che si gremiva di gente, talch innanzi allo sguardo offrivasi un livello orizzontale di cuffie e di lucidi dischi di spille che scintillavano al chiaror delle lampade e dei ceri accesi dagli altari intorno ai quali la folla si era prostrata divotamente, e credeva sul serio, che quello sgraziato del figlio di Dio fosse stato condannato con tanto talento da suo padre ad esser sacrificato e mangiato, e masticato da tante bocche di fedeli, quanti erano le migliaia di preti, delle migliaia di chiese, e quante eran le bocche dei milioni di cattolici che agevolavano ai fornai il consumo della farina nella fabbrica delle ostie pi o meno consacrate... e che io credo i soli che abbiano trovata l'utilit della Comunione e della Messa!
La predica era incominciata; il parroco del paesello era un buon parroco, un uomo ben pasciuto, ben tarchiato, per trarne la desunzione che l'astinenza dal bicchiere e dai buoni bocconi non era una delle sue pi grandi virt, ma ci dopo tutto non provava ch'egli non fosse un buon uomo... tant' vero che per essere buoni bisogna esser tranquilli, e che per esser tranquilli bisogna aver con che soddisfare ai proprii gusti ed ai proprii bisogni... Egli credeva di far molto meglio usufruttando vivente d'una lauta tavola da cui ogni giorno avanzasse qualche cosa da dare a qualche povero della parrocchia, di che nell'infliggersi la penitenza d'un digiuno che se poteva contribuire a dimagrarlo non gli dava alcun piacere e non era utile poi ad alcun altro... Parlava a quella buona gente dei doveri del cuore, dei loro obblighi; li condiva con qualche tiratina di future beatitudini celesti, ma cos in via d'accessorio come una salsa piccante che insapori un piatto. Diceva loro saggie cose come credeva che meglio lor potesser convenire e come ad ei parea pi facile far loro accettare.
Ambrogio il carbonaro durante la predica era rimasto appoggiato ad una colonna del tempio, come uomo nel cui animo duri ancora una lotta; egli aveva ascoltato e stavasi incerto su cosa dovesse fare; scorgevasi che qualche cosa egli avea divisato, ma mal s'avria indovinato che cosa, perch la sua fisonomia se tradiva un interno turbamento nulla diceva di quel ch'ei pensasse, e stavasi tutto chiuso in s stesso, e incerto egli pure di quel che far si dovesse.
Quando don Luigi finita la predica... dalla sagrestia passava alla sua casa, si vide muovere incontro il carbonaro; Ambrogio era pallido e visibilmente commosso, egli si gett d'innanzi al prete scomposto negli atti e stette in faccia a lui articolando colle labbra tremanti alcune parole che egli al certo non comprese poich si ferm quasi atterrito...
Che volete buon uomo? domand egli dopo che ebbe atteso per alcuni istanti una spiegazione.
La voce parea soffocata nella gola del carbonaro, che a quella domanda come riscosso da un intorpidimento mentale, lev sul prete il suo sguardo inquieto, oscillante... e parve che fosse come richiamato in s da quel suono che lo toglieva alla preoccupazione d'un pensiero.
Il prete lo guard alla sua volta con sorpresa; quel senso quasi di pauroso timore che gli aveva cagionato quell'improvviso ed inaspettato incontro, accompagnato da s strani modi, svan di faccia a quella vaga manifestazione di dolore, di incertezza che pot leggere sul volto del carbonaro. Egli comprese che nell'animo di quell'uomo s'agitava forse una lotta... Ei non sapeva qual fosse, ma gli si rivel per quell'intuizione facile a coloro il cui ministero li mette a contatto delle varie manifestazioni dell'anima umana... Che volete buon uomo? ripet egli ancora facendo, un passo verso il carbonaro, e procurando di dare alla sua voce tutta la possibile dolcezza.
Lo sguardo immoto d'Ambrogio che si fissava compreso quasi da arcano sbigottimento in quello del prete, si anim a quella voce che era un invito alla confidenza... a quella parola che pareva promettergli un conforto... un tremito improvviso corse le sue fibre... L'ultima battaglia del cuore contro l'istinto, della coscienza contro la paura, si vinceva in quell'istante supremo in cui da quell'animo concentrato in s stesso, coi segreti del suo passato, usciva un'aspirazione verso il bene! Egli cadde alle ginocchia del prete e gli mormor con voce che rompeva il singhiozzo del petto anelante, padre, io sono un grande colpevole! Il buon prete fu commosso da quello slancio, egli guard quell'uomo che inchinava d'innanzi a lui la sua fronte che aveva forse altra volta sfidato Iddio, e si sent compreso da tutta l'imponenza di quel ministero d'amore che fa del pergamo la dottrina della fratellanza umana, che ha per tempio il cielo col suo arabescato padiglione di stelle, che ha per terreno il cuore in cui pu coltivare tante nobili aspirazioni d'amore e di virt! Egli sollev il carbonaro e fattogli cenno di seguirlo, lo fece sedere vicino a lui nella modesta cameretta che gli serviva di studio ed in cui si raccogliea nell'aspirazione della preghiera pregando forse dal cielo pace e conforto a questa progenie di infelici che costituisce l'umana famiglia!
La stanza o per meglio dire il gabinetto di don Luigi era come dicemmo modesto; v'era per quella decenza che non si scompagna mai dalla propriet, per quella stima che si deve avere di s stessi onde ne  impedito di venir meno a noi in tutto ci che fa parte della nostra esistenza; quella propriet che si mostra nell'esteriorit dei suoi atti, come nell'adempimento de' suoi doveri morali. Vi si vedeva una ricca libreria adorna delle pi belle opere di quel tempo che non mancava di insigni scrittori, le figure di santi onde andavano adorne le pareti erano opere d'arte piuttosto che goffe immagini; di sopra al suo semplice inginocchiatojo era sospeso un quadro a larga cornice rappresentante Ges, allora che nell'orto di Getsemani prega dal cielo coraggio e fermezza.
Era un bel quadro! ed era ben atto ad inspirare la piet del sacerdote, quell'immagine d'uomo prostrato d'innanzi all'idea della Divinit, mentre chiede a s stesso come potr compire la grande sua opera... sbigottito e scoraggiato dalla perversit a cui egli si offre olocausto!
L'immagine di Maria, tipo eterno di bellezza, di poesia e d'amore da cui il genio trasse le pi splendide aspirazioni all'idealit d'una forma che non fu mai altro che la divinazione del bello! spiccava di prospetto al primo, dentro una bella cornice di ebano intarsiato maestrevolmente a rabeschi; ai due fianchi della libreria v'era un san Giuseppe ed una Maddalena... null'altro! v'era insomma una famiglia invece d'un calendario ed in mezzo a quella conviveva il buon prete.
La dolce armonia di quella stanza, la fisonomia aperta del prete, da cui non si rivelava altro senso che non fosse quello d'un'infinita bont, parve riconducesse dal suo smarrimento l'animo agitato del carbonaro... egli port alle labra la mano che don Luigi gli abbandon con atto di conforto, come per sostenerlo in quella lotta che forse impegnava ancora gli ultimi suoi sforzi. Padre... mormor egli; credete voi che Dio possa perdonare un assassinio?
Per quanto don Luigi fosse disposto ad una rivelazione strana, in quanto che palese vedevasi d'innanzi la violenta agitazione di quell'uomo, pure, a quella recisa dichiarazione... a quella parola assassinio, buttata l, senza preamboli, egli trasal e guard in faccia il supplicante che curv la fronte sotto il fascino di quello sguardo che pareva gli ricercasse le pi profonde latebre del cuore per trarvi il pensiero della sua colpa.
V'era per una tale espressione di dolore in quel volto pallido ed abbattuto dai rimorsi e dalle sofferenze, che lo sguardo di don Luigi ripresa la sua bonomia naturale si fe' ad interrogarlo coll'abituale dolcezza.
Dio pu tutto perdonare, o fratello... gli disse egli... anche i pi gravi delitti purch l'anima che si volge a lui non finga un pentimento che non sia maturato nel cuore...
Sono pentito, padre! ripet Ambrogio con voce debole e tremante, ed il suo sguardo smarrito si anim alla confidenza... Padre! io ho tanto sofferto... che la morte mi peserebbe meno del pensiero della mia colpa! Padre! la maledizione del cielo si  gravata sulla mia casa da quel giorno terribile in cui la mia mano si  lordata di sangue... Padre! mia moglie  morta nella miseria... quasi di fame... ed io non ho neppure vegliato al suo letto di morte! mio figlio non  pi tornato sotto il tetto che era fulminato dalla maledizione di Dio! ma io ho tanto sofferto che Dio avr misericordia di me...
La parola della fede dalle labbra del sacerdote pass rugiada vivificante sul cuore del colpevole; Ambrogio che parea non si sapesse decidere ancora a richiamarsi i dettagli tutti di quell'orribile fatto che per spavento gli ammortiva tutte le forze dell'anima... ad ogni parola del prete traeva forza per quell'atto confidente che gli scemava dal cuore il peso della stessa sua colpa... L'animo umano  come la ruota a cui basta dare il primo impulso perch giri sopra s, ed a cui basta continuare indi un piccol moto perch prosegua nel suo roteare. Apertosi una volta all'abbandono vi si slancia; quand'abbia aperta una via a s d'innanzi, corre! ond' che tanto sia facile a questa viziata o malata natura umana l'inclinare alla virt od al delitto... e sull'una o sull'altra via lanciarsi con tanta foga di bene, con quanta vertigine si corre talvolta su quella del male...
Il carbonaro nulla tacque n a s stesso, n al prete... egli analizz tutto quanto concorse a fare di lui ci che era; ei nulla tenne celato... si trov infame... e si chiam infame! ei sent di non poter nulla nascondere perch gli parve che l'occhio della Divinit fosse dentro al suo cuore e vi leggesse le pagine pi ascose; egli disse come traesse a morte nella sua capanna il ferito... come avesse accettato quel patto vile, come da quel giorno si fosse dato ad ogni ribalderia con dissoluti compagni... Disse della morte di Giulietta, dell'orfano che correa il mondo in cerca dell'assassino di suo padre, che non avrebbe al certo risparmiato anche il figlio ove lo avesse trovato sul suo cammino.. e come gli paresse di non sentirsi tranquillo senza che a costo della sua stessa vita egli non avesse fatta al figlio ogni rivelazione di ci che riguardava l'assassinio di suo padre.
La possibile conseguenza d'un nuovo spargimento di sangue che potesse essere e con ragione il frutto della rivelazione del carbonaro, sugger al buon prete qualche consiglio di prudenza; quell'animo avvezzo alla rappresaglia, al sangue, non trovava quiete al suo spirito agitato dal rimorso che segnando alla vendetta del figlio l'uomo con cui egli aveva patteggiata la morte d'una vittima... V'era un carnefice da colpire, v'eran un colpevole ed un complice, ed egli complice e colpevole denunciava nello stesso tempo al braccio inesorabile della vendetta. Ci era logico secondo lui. Don Luigi s'oppose dapprima a questo progetto, gli parve arbitrario diritto il sostituirsi vindice quando la punizione era nel diritto di Dio... Per quanto fosse uomo sent di esser prete e sacerdote di pace non fautore di atti violenti che avrebbero fatto versare dell'altro sangue sul sentiero della vita. Ma quando Ambrogio con quel linguaggio energico che gli veniva dalla sua natura assoggettata alla pressione della sola idea con cui egli credeva poter riparare al suo fallo, gli mostr che l'odio di un uomo pendeva eterna minaccia sul capo d'un altro innocente sinch questi non sapesse il nome che affannoso andava cercando.... quando gli dipinse l'orfano prostrato sulla tomba del padre invocando invano un nome alla muta inesorabilit della morte, quando gli disse come chiuso in un pensiero che logorava la sua vita ei non domandasse altro al cielo che questo nome! L'uomo si dest disotto a quell'abito che ammortisce le aspirazioni! Egli sent che vi era un animo lacerato su cui versare l'unico balsamo che ne potesse acquietare lo spasimo, che v'era una creatura da difendere, e che nella possibilit di un fatto il cui sviluppo era nascosto nei misteri dell'avvenire, nella certezza d'un male che gi esisteva, nella prolungazione di una tortura, nel pericolo che una nuova vittima cadesse suggello al delitto per assicurare l'impunit del colpevole, non era poi delitto dar braccio a questa provvidenza, che se si serve per colpire o per sollevare dell'opera umana, potea ben presiedere a motrice di quel fatto istesso che ora si compieva intessendo le fila di quell'imperscrutabile e continuato lavoro che essa compie e rinnovella sulla via dei secoli, seguitando il suo cammino verso l'eternit, ch' l'infinito!
Che Iddio e la tua coscienza t'inspirino, o fratello, diss'egli versando nell'animo del colpevole la santa parola del perdono.
Occorreva sapere per ove si trovasse Adolfo. Don Luigi gli promise d'interessarsene, e gli disse che fra qualche giorno si recasse da lui.
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CAPITOLO 28. 
La nonna Caterina.
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La casa dove abitava la nonna Caterina era ben triste dacch Giulietta ed Adolfo vi aveano disertato. Dacch il piccolo Adolfo non vi imbizzarriva con quella gaiezza propria dei fanciulli quando non ancora quel sentimento alle volte troppo importuno, che  la ragione, non ne abbia gelato sul labbro la festivit della speranza baldanzosa e fidente!
Tutto era squallido; nel piccolo giardinetto del cortile non vi crescevano i fiori, le finestre ne erano chiuse, il raggio del sole parea men brillante, meno vivo, quando passava dal cristallo per versarsi nella camera deserta come volesse animarla d'una vita che non era pi. Era la stessa di una volta; vi era il letto dove Giulietta avea sognato tante volte sogni d'amore e di gioia.... Vi era la cuna nella quale dormiva il piccolo Adolfo e che ella si stava a risguardare tante volte, e pensava quando egli grandicello avrebbe corso i vicini prati, quando avria saltellato di balza in balza, su per le chine della montagna... quando gli avrebbe portati i bei fiorellini fecondati dal sole e si saria assiso sulle sue ginocchia raccontandole tanto belle cose! quelle vaghe ingenuit, quei nonnulla in cui vive il cuore di una madre, in cui palpita e si sente rinascere alle sue aspirazioni di vergine quando vagheggia insonni ancora le gioie della maternit!
Ahim! di quel passato non restava pi nulla... Vi eran due tombe nel cimitero del paese! un ramingo ed una vecchia che piangevano sui morti... e che aspettavano invano!
La nonna Caterina sedeva una sera d'innanzi alla porta della triste dimora. Il sole si coricava infuocando l'orizzonte colla sua porpora di re. La vecchia guardava le alte vette delle montagne che si stendono al di l dove il Ceresio bagna le valli della Svizzera. Le parea di sentirsi l'animo pi lieto che nol fosse altre volte.
Caterina guardava ansiosa a sinistra della via come chi attenda persona cui sommamente interessi di vedere... scorreva il tempo ed una viva impazienza si appalesava sulla sua fisonomia che esprimeva ognor pi le agitazioni dell'animo... finalmente dall'angolo della strada apparve un uomo... dinanzi a lui correa saltellando un ragazzo che gridava alla vecchia con quanto fiato aveva in corpo:
Eccolo! mamma Caterina. L'ho aspettato perch non era alla parrocchia;
Don Luigi si avanz verso la buona vecchia che levatasi dalla sua seggiola gli mosse incontro tutta festosa. Essa volle prendere a tutti i costi la mano del prete che baci con trasporto, e si acquiet solo quando egli la richiese del perch l'avesse fatto chiamare.
V'ha forse qualche buona nuova eh... mamma Caterina? gli domandava don Luigi con dolce bonariet commosso dalle cordiali dimostrazioni della vecchia.
Altro che buone nuove, reverendo! Non glielo ha detto quel ragazzaccio di Carlino? gi  uno sventato che non raddrizzerebbe le orecchie ad un mulo!  un'ora che l'ho mandato, sa, reverendo! Un'ora! Domando io cos'ha fatto!..,, sar stato a saltar per la piazza, come fa sempre quando lo si manda due passi distante da casa! Oh questi benedetti ragazzacci! farebber perder la pazienza ad un santo... non  vero, reverendo?
Don Luigi sorrise, lasciando passare quella sfuriata della vecchia che stava per tirar dritto colla rozza loquacit propria delle vecchie di campagna.
Dunque che nuove abbiamo, mamma Caterina? le domand di bel nuovo; ha forse scritto il nostro Adolfo?
 proprio quello che volea dirle e di cui avevo incaricato quel ragazzaccio.
Lasciamo stare il ragazzo, e ditemi su dunque quello che pi ci riguarda. Vi ha detto dov'?
Altro che me lo disse! ho fatto legger la lettera dal fornaio, e mi dice che  un letterone coi fiocchi... la guardi, reverendo, la guardi!
Essa trasse di tasca la lettera di Adolfo e la porse a don Luigi, che la scorse rapidamente.
Avete fatto pi che bene a farmene avvisato, mamma Caterina; devo dare appunto informazioni di lui a persona che s'interessa vivamente di cosa che lo riguarda.
Come scrive! non  vero? M'ha detto il fornaio che parla come un libro.
 un buono e bravo ragazzo, e il cielo lo far felice, mamma Caterina.
 quello che spero anch'io. Che piacere avrei a vederlo! io che l'ho portato tante volte su queste mie braccia! era un demonietto che non voleva saperne di star fermo. Oh reverendo! sarei ben felice se potessi vederlo prima di morire!
 in casa di buona gente a quel che pare, e che lo amano!
Oh in quanto a questo, reverendo... altro!  un buon uomo quell'uomo che lo ha tolto con s...  un uomo a modo! gli ho fatto una zuppa di cavoli e l'ha trovata eccellente! Non  vero che  una prova di animo buono che un marchese trovi che una povera donna abbia fatto bene una zuppa di cavoli?
Che Adolfo avea condita col toglierlo ad un poco allegro incontro! gli rispose sorridendo don Luigi.
Ma questo per non toglie... ripet la vecchia.
Questo non toglie che siano gente d'ottimo cuore in cui egli ha trovato una famiglia. Vi dice che ha lasciato la campagna del marchese e che si  recato alla citt.
Oh reverendo! se potessi sperare di vederlo prima di morire!
Ne avreste proprio volont eh... mamma Caterina?
Se ne ho volont?! salt su la vecchia, nel cui occhio scintill un raggio di gioia. Se ne ho volont! non chiederei altro al buon Dio per chiudere gli occhi in pace.
Don Luigi porse la lettera alla vecchia e la guard con dolce commozione.
E voi lo vedrete... e lo vedrete presto; gli disse egli col suo tuono di voce calmo e sereno.
La mamma Caterina sarebbe saltata con tutto lo slancio del suo cuore al collo di don Luigi se un sentimento di rispetto pi forte in lei della sua stessa emozione non la avesse rattenuta, mettendo solo sulle sue labbra una viva esclamazione di gioia!
Qualche giorno dopo quell'abboccamento, Adolfo ricevea la lettera che  a cognizione dei nostri lettori; era del carbonaro e lo aspettava al ponte della Croce, sulla strada dove egli sorse provvidenzialmente tra lui ed un nuovo assassinio, che avrebbe insozzata d'una nuova colpa la sua anima ed aggravata la sua coscienza d'un rimorso di pi.
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CAPITOLO 29.
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I cortili del palazzo ducale erano affollati di paggi e di staffieri; nelle sale del principesco appartamento splendevano i dorati doppieri e scintillavano di luce le vetriate degli ampj veroni! Il duca Federico pi che mai gajo era sceso nel salone seguito dal suo codazzo di cavalieri e vi riceveva l'ambasciatore di Sassonia che erasi recato alla sua corte onde intendersi seco lui per alcune vertenze politiche che la corte dei Gonzaga avea contratte colla famiglia reale sassone.
Il pi eletto fiore della nobilt erasi dato convegno nelle sale dei Gonzaga onde festeggiarvi il fortunato ospite; eranvi arrivati ricchi equipaggi dalle vicine castella e vi portavano vaghe donzelle sfavillanti di gemmate treccie, con tutta la pompa d'un lusso che si voleva metter in mostra, gareggiando ogni famiglia un po' alto locata, a non lasciarsi offuscare, se non altro dalle esteriori splendidezze dalle corti amiche con cui nello stesso tempo si giocava a dispetti ed a cortigianerie!
La famiglia del marchese Gian Paolo stavasi tutta raccolta nel suo dolore... Sanguinava il cuore sotto l'impressione di quella dolorosa catastrofe di cui non sapevano cosa pensare... Nulla v'ha di pi orribile del dubbio, di quest'aspide che si attortiglia al verde tronco della vita e ne sugge tutta l'anima col suo alito avvelenato! Esser certi d'una sventura, toccarla con mano, averla d'innanzi allo sguardo nella sua forma anche la pi terribile,  pur sempre minor affanno che dubitarne, mentre l'anima che s'attacca alla speranza onde mentir a s stessa con una pietosa illusione, veste di sembianze ognor pi crudeli, ci che  una timorosa apprensione, od una spaventevole verit! Alcuni colpi vibrano sul maglio della mesta dimora. Un paggio mandato dal duca invita il marchese a recarsi immantinenti alla Corte... la fanciulla e la madre si guardano in volto chiedendosi se siavi una sventura da temere! si  cos facili a pensare al male quando si  infelici! quando tutto quello che ci attornia, non ha che quella sola e triste sembianza; quando sembra che ogni atto della nostra vita sia un nuovo anello che ci unisca a quella pesante catena sotto il cui peso ci sentiamo venir meno, n ci  permessa pur la speranza della felicit nella tema di renderci pi terribile la delusione.
Il marchese tranquillata Angela e la sposa, si allest alla meglio e vi si rec; sapeva dell'arrivo dell'ambasciatore sassone e credette fosse chiamato a null'altro che ad un convegno d'etichetta!
Il duca Federico s'era trattenuto intanto coll'ambasciatore, e la lor faccenda parea avesse raggiunto il suo sviluppo, perch stringendosi la mano chiusero il loro segreto colloquio... e rientrarono uniti nelle sale dove i convitati tutti attendevano con un sorriso sulle labbra l'apparire di sua altezza!
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Come va, marchese, gli disse il duca Ferdinando porgendogli la mano quando lo vide presentarsi sulla soglia.
Male, altezza! ad onta delle investigazioni fattesi in nome di vostra altezza ed ordinate da voi, nulla si  potuto rintracciare su quel disgraziato avvenimento! Non so ancora, duca, se debba piangere un morto, o temere, chi sa qual trista sventura!
Bisogna convenire, marchese, esclam il duca stizzito, che se fosse avvenuta disgrazia a vostro figlio, avremmo qui dei maledetti mariuoli che si dan molta briga per isfuggire alle travi de miei patiboli!
Vostra eccellenza sa che voci ben strane corrono tutto giorno... e di cui la citt si allarma invano!
Parliamo d'altro, marchese!
Il marchese guard in volto al duca sulla cui fronte parea si stendesse quel velo di noja che da una circonlocuzione che tardi ad arrivare al suo scopo, e ricacciandosi nel petto un sospiro, ripet egli pure... Parliamo d'altro, altezza! sono ai vostri ordini!
Alla buon'ora! Avete veduto l'ambasciatore?
No, duca!
Ve lo presenter pi tardi... vorreste fare per distrarvi un viaggio in Sassonia? ve lo do a compagno e non ne sarete malcontento.
In Sassonia, altezza? domand il marchese un po' imbarazzato.
Un magnifico paese, marchese... d'altronde sarete presto di ritorno, vi manderei a trattare col pi un affare di famiglia che una politica bisogna...
Quando piaccia all'altezza vostra...
Siamo dunque intesi?
Perfettamente!
Viaggerete coll'ambasciatore.
Non importa con chi quando si tratti di servire il mio principe!
Sempre bravo e leale! marchese, m'impegno a metter sossopra la citt per aver nuove di vostro figlio, e le avremo.
Il marchese sorrise, di quel sorriso che non accetta la speranza. Il duca lo port fuor della sala e s'intrattenne lungo tempo seco lui...
Due giorni dopo egli partiva per la Sassonia, lasciando Angela piangente al letto della madre. Mentre confortava entrambe colla promessa d'un sollecito ritorno, il suo cavallo sbuffante batteva nel cortile l'ugna ferrata; egli part salutando di nuovo Angela, la vaga fanciulla che, asciugandosi gli occhi umidi di lagrime, si sforzava a sorridergli dal balcone.
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CAPITOLO 30. 
L'ammalata.
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Collo scorrere del tempo che precedeva questi rapidi avvenimenti tardavano ognor pi alla famiglia novelle di Adolfo; alle indagini praticate su quello strano scomparire del fratello che l'avea accompagnato, non avea risposto che il mistero. Il marchese ne avea altamente parlato alla corte del duca Federico. Si eran dati ordini di accurate ricerche, ma tutto torn infruttuoso. Si credette per qualche tempo ch'ei potesse esser partito con Adolfo. Nelle lunghe e melanconiche serate in cui si rimpiangevano gli assenti dal domestico focolare, si accarezzava una possibile speranza; la si era seguita nel suo svolgersi, ma con quella ritenutezza che teme investigando di distruggere un'illusione; la si voleva accettare colle sue possibili probabilit, tanto per aver qualche cosa a cui credere, e tornava intanto sempre pi strano ed incomprensibile quel silenzio che rispondeva solo ed inesorabile alle ansie pi inquiete e febbrili!
L'incognito assiduo sempre; prodigo di cure, in quei giorni di dolore si era mostrato cos premuroso, cos attaccato alla famiglia, da cancellare dal cuore di chicchessia qualsiasi sinistra impressione che l'animo avesse potuto subire. Notavasi in lui strana gioia, dir quasi.. ed ogni atto che gli desse campo a manifestarsi l'angelo che portava un po' di balsamo alle ferite del cuore che si doleva; il raggio che versava un po' di calma tranquilla in mezzo a quell'uragano di disperazione! Si avrebbe detto che era tanto il suo affetto per quella famiglia, da gioirne per la sventura che gli forniva i mezzi di dare l'opera sua... tesoro di disinteressamento che non chiedeva altro che di manifestarsi. Egoismo sublime di quelle poche anime elette che si sentono felici pel bene che possono operare. Egli avea assecondate tutte le illusioni che vestivano questi avvenimenti; aveva anzi date tutte le probabilit a quelle possibili deduzioni, aveva torturato il suo cervello per trar fuori da quel buio un raggio che fosse guida, ed una speranza che fosse conforto. Vi era un sol cuore resto a subire quelle impressioni... un cuore in cui non potea tacere una voce arcana che vi parlava strani sospetti, disordinati sensi.... per cui l'affetto parea menzogna, il disinteresse codardia, l'abbandono servilismo. Si avrebbe detto che la povera fanciulla avesse paura di quell'uomo che era tutto cuore e parola, opera e pensiero per la sua famiglia! e che per lei parea un serpe che si stringesse intorno alla vittima per soffocarla tra le sue spire mortali! gli parea! Ma chi sa spiegare la stranezza dei presentimenti, talora divinazioni del pensiero, tal'altra arcane impressioni che sembrano un delirio convulso della fantasia?
A far pi triste il dolore della giovinetta, che gemea in quell'angoscioso abbandono, una nuova sventura maturava col tempo, e questo inesorabile esecutore delle vicende umane l'avvicinava col suo scorrere; la marchesa Caterina era caduta ammalata, e si avevano serie apprensioni sulla sua malattia a cui l'et gi cadente dava alimento di consunzione!
Il marchese era sempre trattenuto lontano dalla famiglia. Vi era una fatalit che pareva stringere intorno alla giovinetta un vuoto fatale! Ed intanto in mezzo a quel vuoto un uomo si avvicinava a lei... un uomo la stringeva... si immedesimava colla sua famiglia che andava sfasciandosi. Essa lo sentiva ed avea paura del suo pensiero che gli mostrava quell'opera che le parea mostruosa e che si andava compiendo collo scorrere d'ogni nuovo giorno!..
Il male progrediva rapidamente.
Dottore, diceva l'ammalata all'incognito che la vegliava con assidua premura, voi avete salvato Angela, ma voi non potete salvar me... in Angela vi era una vita da rinvigorire... in me  la vita che si scioglie... e niun farmaco potria stringerne il nodo.
Il dottore taceva guardando mestamente l'ammalata, ed un sorriso che anim il suo sguardo d'un lampo fuggevole come il pensiero che l'avea acceso, err sul suo labbro. La porta della camera si aperse e comparve Angela. Veniva dal giardino e portava un fiore a sua madre!
La comparsa d'Angela in quella camera triste e melanconica fu come un raggio di sole che brilli di mezzo alle nubi agglomerate nello spazio: qualche cosa di luminoso, di soave parea riflettersi su quella fronte di vergine, animata dallo slancio dell'affetto!
Essa guardava sua madre! il suo volto era mesto... non triste... era un istante in cui forse accarezzava una speranza. Un vivo incarnato colorava le sue guancie, le pupille de' suoi grandi occhi brillavano, i suoi labbri umidi composti in atto di sorridere lasciavano vedere la doppia fila de' suoi denti bianchi, lucidi come perle. I suoi bei capelli erano composti in vago disordine.
La marchesa si sollev sul suo guanciale per guardare con miglior agio in volto quella bella e leggiadra creatura.
Oh come t'amo! mormor ella stringendosi sul cuore quel bel viso d'angelo illuminato da un raggio di sole che, entrando dallo schiuso balcone, parea sorridere a quel quadro che Michelangelo e Carrer avrebber potuto creare in diverso modo bello, ma non pi bello!
Ebbene? domand la fanciulla; ti sentiva parlare sin dal giardino, madre mia, ed ora non dici pi nulla?
Io? mormor l'ammalata confusa, mentre una penosa emozione contraeva il suo volto che si fe' pi pallido. L'incognito non ascoltava; egli parea assorto in una profonda astrazione, ed i suoi occhi eran fissi sul volto d'Angela come in lei fosser concentrate le facolt tutte della sua anima.
Come mi fa bene il tuo abbraccio, mia buona madre! gli ripetea Angela stringendosi alle labbra ardenti la sua fronte su cui cadeva una lagrima. Guarda i bei fiori, non  vero? se non era per te, madre mia, io non li avrei spiccati dal loro gambo... ogni volta che io lo faccio ne provo pena, ma a te piacciono tanto! non  vero che ti piacciono i fiori?
Intanto che Angela parlava, cresceva l'emozione penosa che agitava l'ammalata, la sua mano che stringea quella di Angela rallent la sua pressione, il suo alito si fe' debole debole, mand un sospiro, e mormor un nome!
Angela gett un grido disperato.
Dottore! dottore! essa muore!
L'incognito si scosse... gett uno sguardo su Angela... uno sguardo di fuoco! Angela non lo vide, essa era china sul letto della madre e la chiamava coi pi teneri nomi che potesser far rivivere l'anima, se nuovo Pigmalione potesse rianimarsi al soffio dell'amore!
Angela si trovava per la prima volta in faccia a questo annichilimento precursore del disfacimento... in faccia a questo tacersi di tutte le fisiche facolt, che nell'essere ancor vivo danno l'idea d'un cadavere! e si era gettata ginocchioni a' piedi del suo letto, folle di terrore e di disperazione! e copriva di lagrime e di baci quelle membra inerti che non rispondevano all'appello di quella suprema disperazione dell'affetto!
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CAPITOLO 31.
 Agona.
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Quando donna Caterina rinvenne si trov accanto Angela ed il dottore che vegliavano intenti al suo letto; l'ammalata ebbe un sorriso di riconoscenza e d'affetto, poi quei due angeli che parea stesser l, in atto di contendere alla morte quella preda su cui, gi librata in atto di colpire oscillava l'inesorabile falce.
Morire... e lasciare sola sulla terra quel vago fiore che era Angela! essa la vedeva gi perduto il bel sorriso del suo labbro di diciasette anni, curvarsi sotto il peso del dolore e dell'abbandono; essa la vedeva vestita di nera gramaglia... nelle ore silenziose della sera quando la natura sembra mandare l'ultimo saluto alla luce, per seppellirsi nelle tenebre, la vedeva recarsi presso una bianca croce di marmo del cimitero, e l sciogliervi tra le lagrime la sua preghiera, ultimo e santo tributo dell'affetto che bagna una lapide mortuaria, nella pia lusinga che quelle lagrime sian vedute dall'occhio che si  infossato dentro la bara, mentre dentro l'occhiaja d'un teschio spolpato ei s' fatto putredine... putredine che pur essa sfacendosi sub la eterna legge dell'annientamento che  la vita della riproduzione!
In un impeto di pauroso trasporto la povera madre si strinse al seno gi scarno e livido la fanciulla, che ne baci convulsamente le labra e ruppe in singhiozzi.
Esse s'eran comprese! le loro anime si eran parlate quel terribile linguaggio dell'agonia e della disperazione.
Si eran strette al seno come volesser far argine al loro pensiero, come volessero fondersi in una sola cosa che potesse animarsi d'una medesima vita, palpitare di un sol palpito...
Avete bisogno di riposo, donna Caterina, disse a bassa voce il dottore, che immobile ai piedi di quel letto, parea stesse lugubremente analizzando, tutte le sensazioni che riflettevansi sovra quelle due fronti per cui l'anima non aveva che una manifestazione!
Angela lev bruscamente lo sguardo sul dottore... eravi una strana espressione di dispetto e d'amarezza in quello sguardo di fanciulla, eppur ardente come per lo scatto d'una reazione che ella stessa forse non avrebbe saputo spiegarsi...
Aveva ella indovinata, oppur sospettata in quell'accento, la crudele volutt di richiamare la mente che avesse vagato per qualche istante rapita nell'illusione d'una speranza, alla realt del dolore?
Poteva ancora essere la vigile circospezione del medico che teme da una sensazione troppo protratta un maggior squilibrio organico in un corpo che gi stia per compiere l'opera della sua decomposizione!
In questa certezza... che era pur troppo evidente, perch pens forse Angela, non ci lascia egli almeno questo istante di oblio? perch dirci con quella freddezza glaciale che analizza ogni pulsazione del cuore quando ogni suo battito ne scema la vita; pensate! pensar che? pensare che fra poco di tutto ci che vive vicino a me non rester che un cadavere freddo, muto, inanimato... Poi, una lapide, poi una memoria! pensar che?.. ai dolori che mi aspettano... all'abbandono che mi circonder colle sue spire agghiacciate! tali erano forse i pensieri che produssero in Angela quel senso, che parve quasi di indignazione, contro le parole del dottore...
Egli sorrise.... e v'era tanta dolcezza in quel suo sorriso che Angela istessa si pent all'istante di quel suo atto che forse poteva offendere la sua premurosa vigilanza...
L'ammalata parve raccogliersi in un pensiero... Angela ed il dottore la videro chiuder gli occhi come volesser ritenere il volo delle immagini che passavano nello spirito; scorse un istante, la sua fronte espresse un infinito senso di dolcezza... ne' suoi occhi che si fissarono larghi, aperti, espressivi sul dottore, vag un lampo di vita... Angela mand un grido di gioja... anche il dottore sorrise, e parve aver letto pi che Angela in quel sorriso... Egli ne ebbe quasi una rivelazione aspettata, perch come per moto involontario si fe' pi presso all'ammalata la quale tratta di sotto alle coltri la mano gliela tese.
Ebbene, marchesa? domand il dottore chinandosi sull'ammalata...
Ho fatto un bel sogno, dottore, disse donna Caterina...
Credete voi, dottore, che non possano sognare i moribondi? Ho ancora tanto di vita che mi lascia pensare qualche volta... e lo devo a voi, dottore... continu essa stringendogli la mano con espansione... aveva dei tristi pensieri oggi... vedete... non vi sembro ora rinvigorita? che ne dite, dottore?..
La voce di donna Caterina erasi infatti improntata d'un'accentazione ferma... dolce... s'avrebbe detto che come per magica evocazione la vita rifluisse in quel corpo affranto...
Diffatti, mormor il dottore...
Angela baci con trasporto la fronte dell'ammalata.
Donna Caterina fe' segno al dottore che desiderava restar sola colla fanciulla, a cui sorrise con tutta l'espressione d'un amore che sa di sentire in s un ultimo resto di forza per manifestarsi; il dottore si ritir salutando.
Angela... parl l'ammalata poi che fu sola con essa, e poi che ne ebbe accarezzate le belle chiome e baciate le labbra... mia buona Angela! passarono tristi idee nel mio spirito da qualche ora in cui mi sento vicina alla morte... ho pensato a te, Angela... a te, che rimarresti sola... che ti ricorderai di me quando io non sar pi l, al tuo fianco per animarti con una parola negli scoraggiamenti della vita! per dirti, quando la delusione ti rapir ai tuoi sogni, spera! spera ancora, povero angelo! Eppure, vedi! ho fatto un sogno! ho sognato che tu potresti aspettare che le politiche vicende permettano il ritorno di tuo padre, sicura di te stessa, sicura del tuo avvenire... ho sognato, Angela... che potrei chiudendo gli occhi alla luce sul mio guanciale... sorridere ancora di gioja invece di piangere di dolore.
Angela fiss lo sguardo in quello dell'ammalata, trepido, incerto... parve che ella indovinasse, o che avesse paura d'indovinare! La morente continu.... Ho provato le mille volte un senso di terrore, all'idea di lasciarti esposta ai pericoli di questa corte libertina... sola... qui dove tutto si viola... dove le oscene canzoni cantate nelle damascate sale del duca Ferdinando, insultano ai gemiti soffocati nelle torri del suo Castello!
Che vuoi tu dire, madre mia! balbett Angela con terrore!
Voglio dire, riprese l'ammalata... che ho veduto un uomo spendere i suoi giorni, le sue notti insonni intorno al mio letto... e che mentre l'ho veduto prodigarti tutte le premure d'un fratello... l'ho veduto, Angela! l'ho veduto guardarti con quella dolcezza che domanda una parola di concambio, per lunghi istanti! rapito in te come da un pensiero che si svegliasse allora sepolto nel suo animo! tu non hai compreso nulla, Angela! Ma io s che ho compreso! io... che cercava intorno a te un cuore che potesse vivere per far lieta la tua esistenza!
Lui! mormor Angela pallida pi della morente! oh  impossibile, madre mia!
Egli ti ama! Angela!
Il dottore! ripet la fanciulla come volesse persuadere s stessa di ci che aveva inteso, agitata da un vago senso di indicibile terrore.
L'ammalata la guardava con quel suo sguardo che parea le chiedesse un ultimo conforto.
Al pensiero d'Angela lampeggi un baleno, quel baleno comprese tutta un'esistenza! fu un risovvenirsi di ogni minimo particolare che era concorso a segnarne i passi... Bello della sua maschia fierezza, della sua ingenua lealt, gli apparve Adolfo! Adolfo, che aveva salvata la vita al padre suo generosamente esponendosi ai colpi di una masnada infellonita! Adolfo... che ella aveva amato come sentiva di poter amare il suo cuore puro ed ardente! che era scomparso dopo quella notte fatale in cui aveva perduto il fratello... Adolfo di cui pi nulla aveva inteso... che le si era eclissato d'innanzi agli occhi abbagliati, come una visione; come uno di quei sogni durante i quali si teme di svegliarsi per non subire lo sconforto d'una delusione tanto pi amara con quanto maggior fascino si offersero al nostro spirito!
Poi l'immagine del dottore gli si era presentata vestita di fosche tinte... si ramment che anche ad Adolfo era disgustosa quella sua quasi forzata intrusione nella sua famiglia... ma poteva ella farsi una giusta misura di questa impressione? Non poteva essere una di quelle mille bizzarrie della sorte, per le quali si  inclinati talvolta a sentimenti inesplicabili di simpatia e di avversione? Infine, che poteva ella imputare a quell'uomo tranne quel suo attaccamento geloso quasi, e che forse le tornava opprimente per la sua strana insistenza? non era ci in lei una sconoscenza, piuttosto... alla quale sentivasi in obbligo di riparare in ammenda dello sprezzo con cui talvolta aveva risposto alle sue cure, ed all'avversione con cui le aveva accettate?
Oppressa sotto l'incubo di tali pensieri Angela si tacque e chinato il capo sul seno palpitante parea stesse in attesa d'una parola che dovesse piegarla fragile giunco sull'altare del sagrificio!
Il dottore si mostr sulla soglia.
Venite, dottore... mormor l'ammalata.
Il dottore accorse e baci con affetto la mano della morente... La fareste voi felice, dottore? gli disse ella volgendo un timido sguardo sulla fanciulla che stava annichilita ai piedi del letto...
Io? esclam il dottore il cui sguardo lampeggi di gioia chinandosi sul volto di Angela sino a suggerne l'alito anelante! E che? voi vorreste, signora...
La felicit di Angela! mormor la marchesa, con voce che s'era fatta fioca... fioca...
Dal petto della fanciulla irruppe un singhiozzo. Gli occhi della marchesa s'eran chiusi; stette immota per alcuni istanti come sfinita da quello sforzo. Salvatela! salvatela, dottore! grid Angela afferrandogli ambe le mani.
La morente schiuse le ciglia... vide Angela ed il dottore chini, intenti, ansj sul suo guanciale. Lev con estremo atto la destra che pos sul capo abbattuto di Angela, sorrise e spir!
Due giorni dopo sopra una fossa del cimitero cadeva a vangate la terra gettatavi sopra dal becchino, inesorabile tumulatore d'ogni grandezza umana; una fanciulla vestita di nero piangeva su quella tomba, un cocchio aspettava al cancello del Cimitero, e al cancello attendeva pure un uomo, che stavasi muto ed impassibile guardando quella vaga immagine di fanciulla inginocchiata presso alla pietra sepolcrale sopra cui il prete, dopo che vi fu distesa l'ultima vangata di terra, preg in tuono freddo e lugubre Pace!
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CAPITOLO 32.
 Un banchetto di nozze che non finisce come tutti i banchetti.
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Splendono di faci le ampie sale del palazzo della Valle; vi si ode un rumore insolito, la gente vi trae d'intorno e si parla a sommessa voce come d'un avvenimento. Si guarda a quell'edificio che fu silenzioso e muto come una tomba sino a quella notte in cui vi si sviluppa la vita! e si susurrano strane cose Si era parlato del matrimonio della figlia del marchese Gian Paolo... Nello sposo si era riconosciuto il nipote del vecchio negromante... e parve di sinistro augurio quel festeggiarsi nella casa del diavolo, quelle nozze che s'eran strette tacitamente al letto d'una moribonda. Non vi era concorsa la splendida pompa di un rito; non si eran veduti splendidi equipaggi scorazzare la citt. Una carrozza chiusa era entrata dal portone del palazzo. La sposa ne era scesa pallida ed abbattuta. Un'altra carrozza vi formava corteggio; i battenti dell'ampio portone si eran rinchiusi... Tra gli sposi ed il resto della citt sorgevano le alte mura disadorne del palazzo; parea a tutti che intorno a quelle mura che solean guardare con paura si scorgesse un cerchio magico di fuoco come quello che segnan le streghe intorno al campo delle lor tregende. Era tanto tempo che non si parlava di Enrico... L'erede della casa della Valle che era partito da qualche anno, n si sapea per dove! Parea ad alcuni che fosse comparso qualche volta nei dintorni della casa deserta, che vi fosse entrato una notte e ne fosse uscito tosto, e si vociferava di un delitto che si era compiuto quella notte istessa. Ma erano voci vaghe, eran parole che s'avea paura a pronunciare per tema che il diavolo che metteva mano nelle cose del nipote del mago e che avea stanza nel palazzo maledetto, mettesse le corna negli affari di chi si interessasse troppo dei suoi!
Quell'uomo che aveva patteggiato col demonio la sua sorte, che avea fatto echeggiare le vlte delle vaste camere del palazzo della Valle delle scomposte grida dell'orgia! che poi era sparito! come mai poteva aver contratto matrimonio con una s vaga fanciulla qual era la figlia del marchese Paolo?
Quello che pareva pi strano ancora era ch'egli avesse lasciata deserta la casa della Valle, mentre per aver sposata la figlia del marchese dovea pur aver abitato la citt... la corte, con cui la famiglia del marchese era in contatto... e le dicerie sbrigliandosi all'impazzata prendevan strane forme, e si diceva che per compiere quella sua opera di stregheria avesse assunti aspetti sotto cui passava incognito agli occhi di tutti, e si lasciava solo vedere da quelli da cui volea esser veduto. Dicevasi ch'egli entrava nel palazzo senza che la porta si aprisse, e che quand'egli entrava si sentivano rispondergli gli spiriti che lo abitavano; quegli spiriti, dicevasi, aveano una voce che parea un canto di sepolcro quando salutavano il lor signore.
Angela sent il rumore della porta del palazzo che si chiudeva dietro lei piombargli sul cuore come quello d'una prigione che separa il recluso dall'esistenza.
Entrava nella casa del suo sposo, lasciava quella ove era nata. Ci era naturale. Eppure le parve che si staccasse da tutto ci che le era caro; sino dalle memorie del suo passato. E l'avvenire? la povera fanciulla non osava spingervi il pensiero... l'uomo che sua madre aveale dato dal suo letto di morte a compagno de' suoi giorni, le aveva detto: Venite... Ella era andata!
Aveva dato un addio al giardino dove correva giuliva cogliendo fiori e farfalle! dove pi tardi avea sentito l'alito ardente di un bacio infuocargli la guancia! Al balcone dove lo aspettava trapuntando un nome in sembianza di fiore! a tutto ci che gli parlava di lui, della sua infanzia. Aveva chinata la fronte come una martire... volea veder sorridere sua madre, e pagava quel sorriso col prezzo della sua vita! era pagarlo molto!
Quando la carrozza si ferm nella corte essa si riscosse dai suoi pensieri... Suo marito le porse la mano, essa vi si appoggi tremando; un sogghigno err sulle labbra di quell'uomo il cui occhio nero e scintillante parea scrutasse le pi segrete latebre di quel giovane cuore per trarvi il mistero de' suoi palpiti anelanti.
Vi faccio sempre paura? domand egli coll'accento di una compita galanteria, ch'era in lui il pi insultante dei cinismi.
La giovinetta frem e non os levare sopra lui il suo sguardo di vergine, che avrebbe indovinato la lascivia del demone!
In un angolo del cortile si vide agitarsi una forma vivente. Era una specie di saio bigio mezzo nascosto dalle tenebre, da cui usciva una testa bianca che si tese intenta a guardare.
Angela impaurita, si strinse al braccio del marito.
Aff! disse questi ridendo, vi sgomentate per ben poco!  la vecchia custode del palazzo che vorrebbe vedere la sposa! Marta! vecchia strega! grid egli con accento di mordace ironia; cacciati nella tua tana e non metter fuori i tuoi occhiacci che spaventan la mia bella! Aff! nol sai ancora che fai paura ai morti con quel tuo viso da megera?
Non si agit pi nulla nell'angolo del cortile.
 sparita come ad uno scongiuro, disse ridendo Enrico, che si pass sotto al braccio la mano tremante d'Angela.
Dalla carrozza del corteggio era scesa una brigata di giovani che si fecer intorno agli sposi.
Amici! la tavola ci aspetta, disse loro Enrico accennando coll'atto di precederli, ed aff! che le mura di questa casa hanno ben bisogno di sentire un po' l'allegro cozzo dei bicchieri vuotati in un giorno di festa!
Era imbandita una sontuosa mensa nella gran sala del palazzo. Era una vasta sala che abbracciava tutta l'ampiezza del fabbricato. Splendeva di doppieri, e le pareti ornate di vaghi dipinti, parean sorridere agli sposi; il sorriso degli amorini e degli angeli pareva fatto pi vago da quello sfarzo di luce, da quella pompa di ricchezza.
Diroccata come , la si vede anche ora nell'immensa vastit del suo spazio, co' suoi quadri che appena appena conservano qualche vestigio della loro antica splendidezza. Dovevano essere capolavori d'arte; ora non sono pi che informi frastagli... scheggiature di ci che erano, intorno a cui si ammucchia il frumento. Era una magnifica sala che ora si  terrazzata facendone due piani da usufruttare come magazzeno.
Dopo qualche ora l'orgia vi si era accampata regina! s'era inneggiato agli sposi, ed all'amore; si era inneggiato alla volutt ed al piacere, ed Angela che pensava al pallido viso di sua madre morente, sentiva alle sue orecchie rintronate da quel fragore un ronzo di parole che suonavan bestemmie al suo animo non contaminato. Pallida e muta come una statua di marmo a quel banchetto del vizio che calpestava ogni pudore per sbrigliarsi nella sua dimostrazione pi aperta. Oh come essa avrebbe benedetto a Dio, se Dio avesse potuto toglierla a quell'abisso in cui si sentiva trascinata da una inesorabile fatalit! Ma a che serve la preghiera? stolto delirio del pensiero che si tributa ad una larva muta ed impotente nella sua fatua impassibilit... Ella comprese tutto! tutta la menzogna di quella vita di apparenti sagrificii, di false abnegazioni! essa comprese la ragione dei suoi arcani presentimenti... si vide perduta! le balen trucemente al pensiero la sparizione del fratello... quella di Adolfo... Guard suo marito e vide sulle sue labbra uno di quei sogghigni che tante volte vi avea colti a volo quando stavan per vestirsi coll'ipocrisia del sorriso! comprese tutto... e dinanzi a lei vide l'indissolubilit d'un nodo che l'univa a quell'uomo per cui il suo orrore era pari al disprezzo! Amare un essere da cui si sente d'esser divisi, e divisi dalla mano stessa che vi stringe come in un artiglio di demone! Voler, potendo, rinunciare alla vita per sottrarsi a lui! Voler, potendo, patteggiare l'eternit d'un supplizio per avere un'ora di gioia! e dover darsi a questo essere mostruoso da cui sentite che vi vengono tutte le vostre sventure! Esser vicini a concedergli ci che custodite gelosamente nel sacrario della vostra anima e dover dire: quest'uomo  mio marito! quest'uomo ha un diritto sopra di me che la legge gli accorda, a cui io non posso sottrarmi!  una cosa ben orribile! Era questo lo stato d'Angela dal momento che le si squarci dinanzi la benda! dal momento in cui imprudentemente suo marito gli avea detto: guardami! sono non come fui, ma come mi avrai per sempre! La povera fanciulla sent che la ragione si smarriva; sent le sue tempia battere come se il cervello stesse per schizzargli fuori! e volse uno sguardo supplice a quell'uomo che la dominava col suo fascino da serpente.
Amici! esclam egli levando colma la tazza; alla salute di mia moglie! ho divorato un'eredit, ma ho dato la caccia ad una dote! Parce sepultis! ed ora posto a tutti! Egli lasci cadere il bicchiere vuoto sulla tavola e ricadde ebbro. Angela gett un grido e si lanci verso la porta.
Scrosci un riso sotto alle vlte della sala; sulla soglia era apparsa la vecchia Marta avvolta nel suo scialle grigio. Essa avea l'aspetto di un fantasma; la sua testa bianca e calva usciva come da quella forma d'imbuto attortigliato: le occhiaie profonde mandavano un raggio... quel raggio si pos melanconicamente in volto alla fanciulla... quella fronte di marmo livida e raggrinzata si anim come accesa dal soffio d'un pensiero... le sue braccia scarne si protesero verso Angela, che non arretr impaurita... Il largo sciallo si aperse... e fanciulla e fantasima sparvero come un baleno! I convitati balzarono dalle seggiole, ma vi ricaddero guardandosi in volto pallidi di terrore. Enrico mandava dalla gola il suo rantolo d'ubbriaco. Un silenzio di morte era succeduto al vivo frastuono dell'orgia!
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CAPITOLO 33.
 Il Convegno.
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Era una notte tetra ed oscura quella in cui Adolfo si rec al convegno del ponte della Croce. Era arrivato la sera al paese, aveva abbracciata la vecchia Margherita che non si saziava dal guardarlo e le pareva essere un miracolo del Cielo il vederselo d'innanzi, bello, giovane, cambiato di modi... Un giojello per cui avria tolto patto di morire sul momento per vederlo, se appunto in quel momento non avesse sentito di pi il desiderio di vivere per prolungare quella gioja che le era tanto cara, perch le fu s a lungo tardata. Davvero! che s'ha da esser tanto matti, da non aver senso comune quando si dice... (credo per burla) avere la tal cosa! e poi morire!  vero che le son cose che non si dicono che quando s' innamorati... vederti! averti! con quel che segue! e in tal caso c' tanta materia in capo da far girar la bussola a modo da dir queste ed altre bestialit, a cui la ragione non d il passaporto... e si rimandan da dove son venute!
Adolfo s'era armato del suo fucile ed aveva lasciata la vecchia Margherita che gli corse dietro sin sulla soglia scongiurandolo in nome di tutti i santi a non cacciarsi in qualche brutto impiccio, ch la fisonomia del giovane gli diceva chiaramente ch'ei non pensava a gingilli! e la carabina che s'era messa ad armacollo le parea pi terribile d'uno scongiuro al diavolo per cui quella notte parea fatta apposta ond'ei ne avesse sollazzo!
Adolfo appoggiato alla sua carabina ritto sul fianco sinistro del ponte, attendeva. Un debol raggio di luna che si fe' largo tra le nubi che si accavallavano per lo spazio, projettava la gigante sua ombra al disopra degli sterpi della siepe vicina ed irraggi per un istante quel pallido viso, bello come una di quelle maschie figure del Rembrandt, che fanno s stupendi i foschi suoi quadri! La sua pupilla parea rapita in profonda astrazione, ed aggiravasi con moto rapido ed inquieto nell'orbita dilatata in quell'attitudine naturale in chi vigila sulla propria sicurezza! in chi si cimenta ad uno di questi giuochi terribili in cui si mette a posta la vita! Il solo lampo di quello sguardo lo diceva vivo... cupo ed immoto cos come ei si stava si saria preso per un simulacro che si confondeva colle tenebre. Dietro di lui si avvallavano le praterie distese sul fianco destro della strada. La valle dava l'idea d'un abisso coperto di nebbie; davanti a lui per ripido declivio s'innalzava la montagna colle alte sue vette screziate dai baleni d'uno spesso lampeggio che veniva preparando la procella.
Le fronde degli olmi stormivano appena, agitate da un'aria grave, umida. S'intese un fischio acuto, prolungato... pareva un segnale.
Adolfo si scosse, un fremito corse le sue fibre, port la mano all'arma ed aspett...
Sullo svoltar del sentiero che faceva capo al ponte parvegli scorgere un'ombra la quale mosse alcuni passi e poi ristette Chi va la? grid il giovane.
Si ripet il secondo fischio.
Ci sono disse Adolfo.
Eccomi rispose la voce...
I due uomini mossero l'uno verso l'altro... Adolfo ed Ambrogio il carbonaro, questi due uomini, congiunti in un pensiero dalla fatalit che li aveva tratti l'uno verso l'altro! che aveva fatti l'uno stromento dell'altro! si incontrarono... estranei l'uno all'altro, eppur attratti entrambi da un senso di interessamento comune. Adolfo non present che egli era vicino all'uomo che aveva patteggiato l'assassinio di suo padre; Ambrogio non prov terrore alla vista del figlio di colui alla cui morte egli aveva concorso colla sua opera; a colui che forse avrebbe ucciso, se il caso non glielo avesse spento a scanso di fatica!
Eran l'uno per l'altro un anello di ricongiungimento all'avvenire; che importava il passato? Adolfo, chiedeva il nome d'un uomo da maledire e da punire... Ambrogio sperava il perdono od il castigo ed offeriva la vita in ammenda della sua colpa.
Ho ricevuta una lettera... mi veniva dato un convegno e sono venuto, disse Adolfo fissando il suo sguardo sul carbonaro.
Sono io che la scrissi... e venni... gli rispose Ambrogio dominato da profonda emozione.
E potete? esclam il giovane con trasporto, facendo un passo verso quell'uomo.
Ve lo scrissi... espiare il mio passato... e dirvi il nome dell'uomo che non potendo disonorare vostra madre vi ha ucciso il padre!
Voi... Io vi benedir come un angelo!
Voi mi maledirete... mormor Ambrogio sulla cui fronte pass un'ombra di tristezza... Si fece un istante di silenzio.
Maledirvi! ripet Adolfo! Ma non sapete che sin d'allora che al letto di mia madre morente, lo vidi insultare alla sua agonia... ho giurato che Dio istesso non potria strapparlo alla mia vendetta! perch dove egli fosse io l'avrei sentito! perch la natura devo pure avere un palpito che dica al figlio ecco l'assassino di tuo padre!
Un madido sudore bagnava la fronte di Ambrogio... Eppure non lo avete trovato! disse egli! eppure ove la voce d'un uomo che vi parr ben reo... e che ha bisogno del vostro perdono, non vi dicesse chi  quest'uomo... voi non lo trovereste... perch non  vero... no... che il sangue delle vittime si imprima sulla fronte dei caini! perch io... vedete! io ho ucciso! e nessuno ha scoperto sulle mie mani il sangue di cui mi sono tante volte lordato.
Adolfo... strinse involontariamente la canna del suo moschetto e retroced d'un passo... Ambrogio sorrise.
Giovane, disse egli... se volli dirti ci si fu perch la vita ha le sue realt, come la coscienza i suoi rimorsi... un legame di sangue ha unito il segreto che tu chiedi alla mia vita... quale esso sia lo saprai... ma or non di me... ma di tuo padre io voglio parlarti. Di tuo padre che io ho veduto spirante sotto alla mia capanna di carbonaro, e di cui ho numerato il palpito che ne accelerava la morte che mi risparmiava un delitto... perch io l'avrei ucciso ove egli non fosse morto!
Tu! grid Adolfo... che aveva mosso un passo verso Ambrogio, pallido di terrore, ed in atto di suprema minaccia! Le sue mani rattratte nella convulsione di quell'impeto avevan sollevato l'arma su cui si poggiava fremendo, e che a guisa d'una mazza stava per piombare sul capo del carbonaro... Un lampo balen al suo pensiero nell'atto che il colpo fatale stava per scendere inesorabile e tremendo La sua mano s'arrest, l'arma ricadde senza ferire... strinse il braccio del carbonaro e gli mormor all'orecchio con voce che nulla aveva d'umano L'uomo! l'uomo che ti pagava questo assassinio! vuoi tu palesarmelo, miserabile?
Era quanto voleva dirvi... gli rispose Ambrogio il cui volto rimase calmo... soltanto la sua fronte erasi fatta d'un livido pallore... egli aveva aspettata la morte...
Si fe' silenzio... un silenzio di pochi attimi che parve una eternit ad entrambi... tutto ad un tratto Adolfo lev il capo... Ambrogio pure fe' un atto... entrambi si scordarono colpiti da un'uguale sensazione. Parve loro d'aver inteso un rumore di voci... poi come uno stormir di fronde... ascoltarono pi nulla s'intese... un lampo serpeggi in fondo alla vallata... guardarono, non vider nulla... tutto d'intorno a loro era tenebre e silenzio.
A costo della mia vita vi ho qui chiamato per questa rivelazione che mi pesa sul cuore come un rimorso, riprese Ambrogio... s... io fui lo strumento di cui una mano infame si serv a compiere un delitto che dava sfogo ad una vendetta... Voi dite d'averlo veduto al letto di morte di vostra madre! quest'uomo che si  messo tra voi e la vostra famiglia come un aspide! che ha mercanteggiato l'assassinio d'un uomo! che ha fatto morire di dolore una donna! ebbene... sapete voi perch... quand'anche aveste dovuto uccidermi, io sono venuto qui... solo... per svelarvi questo segreto della mia vita? perch io sento in me che l'esistenza di quell'uomo  una minaccia permanente, eterna che sovrasta a voi... perch il rettile che s'avviticchia alla preda non la lascia fin che non ne resti ombra... e finch voi vivete! egli sar presso di voi! v'era una donna che egli avrebbe uccisa perch non fosse d'altri che sua... ed egli non pu non far erede del suo odio insoddisfatto il figlio di questa donna! voi non lo avete incontrato mai? dite voi? ebbene!  una menzogna la voce che avrebbe dovuto dirvi egli  l! perch egli deve essersi cacciato sul vostro cammino come l'edera che s'avviticchia all'olmo! come la serpe che striscia tra gli sterpi! egli si deve essere cacciato tra voi e la felicit ogni qual volta voi siete stato per toccarla...
Il suo nome... il suo nome! mormorava Adolfo! nella cui mente pareva s'andasse formando un pensiero animato dall'esaltazione del carbonaro sul cui labbro quelle parole pareano assumere la forma d'un'arcana divinazione!
Il nome! ripet egli, domandatelo alle donne ch'egli ha svergognate, alle famiglie in cui si  intruso, operatore di malefici... sgherro tra gli sgherri del duca era chiamato il mago del castello! e poi che fu scomparso dalla scena delle sue turpitudini, venduto com'era a chi meglio patteggiava la sua coscienza, ricomparve l'erede d'una casa maledetta! Erede d'un tesoro che ha dilapidato l... dove voi eravate... ricco in mezzo a quel serraglio di ganze che  la corte dei Gonzaga! e si chiamava...
Lui! grid Adolfo colpito come da subita rivelazione... livido il volto di terrore, lui!
Due spari rintronarono per l'aere... due lampi che quasi si fusero in un solo come prodotti da un solo scatto, rischiararon le tenebre... due grida di dolore uscirono da due petti... due uomini caddero... due uomini si slanciaron fuori da un cespuglio e corser verso i caduti. Dal destro lato della via s'intese il galoppo d'un cavallo... i due banditi ristettero... la forma erculea d'un uomo si vide sorgere di sopra alla siepe... Il galoppo avanzava, dalla bocca dell'uomo usc una bestemmia e scomparve correndo gi verso la vallata seguito dal compagno.
Il cavallo che venia di corsa... si era fermato restio... e scalpitante innanzi al ponte della croce!
Che il diavolo ti porti! mormor il cavaliere... Ebbene, cos'hai? e gli di di sproni nel fianco... l'animale non si mosse.
Per Dio! grid il cavalcatore indispettito... padron Beppo me ne dir di belle per la testardaggine di questa malnata rozza!.. e borbott di nuovo tra s qualche sonora imprecazione come per dar forza al suo ragionamento! Gettando allora uno sguardo innanzi a lui... il cavalcatore che era un cavallaro del paese s'accorse che l s'era compiuta qualche trista faccenda... e non tard ad avvedersi che due uomini stavan stesi sul terreno...
Ha pi giudizio che non sembra questa maladetta rozza, disse fra s e scese.
Era un certo Antonio giovane di stalla; il suo padrone teneva locanda proprio presso alla casa di Giulietta... Il ponte della Croce aveva bastevol rinomanza per dargli tosto a capire di che si trattasse, n tard molto a comprendere il perch avesse intesi quei due colpi che gli avean fatto affrettare il passo a tutta corsa. Come ei fu presso ai due caduti riconobbe tosto Ambrogio il carbonaro, e di un'esclamazione di sorpresa; l'altro nol conobbe, ch Adolfo mancava da troppo tempo, ed era ben cangiato da quand'era partito dal paese, d'abiti e di modi e nel volto, che gli si era ingentilito in quella nuova vita nella quale s'era messo.
Ambrogio era stato colpito al petto, ed era morto; il cuore di Adolfo batteva ancora; le sue labbra articolarono un lieve lamento; il giovane si chin sovra di lui. Che fare? non era quello il luogo pi adatto a meditare sul da farsi, ed era la pi spiccia torlo alla meglio di l... A dir vero egli si guardava d'intorno poi con tanto d'occhi spaventati da far credere che egli non vagheggiasse altro che una buona corsa; si stese sul davanti della cavalcatura il ferito, lasci il morto ove si trovava, ch ormai non potea pi trovar incomoda la sua posizione, di di sprone al cavallo... e s'avvi difilato verso il paese... Adolfo vi fu tosto riconosciuto e recato alla vecchia Margherita; essa lo vegli colle cure tenere di una madre, ed andava borbottando ad ogni leggier lamento che escisse dalle sue labbra che copriva di baci. L'aveva detto io! il diavolo questa notte non poteva a meno di mettervi le corna!
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CAPITOLO 34.
 Sparita!
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I convitati d'Enrico cessaron dalle risa e si guardaron sbigottiti; un arcano terrore si dipinse sui loro volti fattisi lividi. Quella scena muta, rapida, ed imponente aveva qualche cosa di strano. Nella mente d'ognuno sorsero vaghe paure di fantasmi e di spettri; quella vasta sala quasi nuda d'arredi... quel palazzo che fu deserto per tanto tempo ed il cui silenzio di morte erasi violato quella notte dalle grida scomposte dell'orgia, assunse quelle forme chimeriche per cui dal popolo lo si teneva in conto come d'una casa maledetta dove i demonj venissero a danzarvi la tregenda. Ripensaron cose a cui prima avevan sorriso con disprezzo.... La lampada che illuminava quel quadro pareva che oscillasse ai loro sguardi... e projettasse lampi di luce sanguigna... Il grido della sorpresa mor soffocato nella loro strozza, e quando Enrico scosso dal torpore in cui lo avevan tenuto le troppo frequenti libazioni, eccitate dalla febbrile sua esaltazione, sorse dal suo posto e cerc a s vicina la sposa, e richiese collo atto i suoi esterrefatti compagni.... trov tutti quegli sguardi fissi su lui... quei volti spauriti! Egli prov una strana sensazione quasi di paura! gli parve che qualche cosa di terribile succedesse d'intorno a lui, ben non sapea che cosa... che la sua mente non ancora libera ben non comprendeva.... pur present che qualche cosa, che che si fosse, doveva essere avvenuto di strano!
Quando gli fu detto che Angela era sparita, che un fantasma comparso sulla soglia improvvisamente l'aveva involata a quel banchetto... rapita a lui! che ebbro di lascivia pregustava gi col pensiero le gioje dell'imene! un grido di rabbia rugg sulle sue labbra, i suoi occhi rotearon sanguigni nell'orbita, le pugna serrate minacciarono il cielo, e parver sfidare l'opera qual si fosse che si frapponeva tra lui e la sua vittima... Ma sopra il suo capo non era che la vlta della sala fregiata dei suoi dipinti, colle sue figure sorridenti ed immote... colle sue immagini di guerrieri e di vergini... Intorno a lui regnava il silenzio dello sbigottimento, l'orgia non aveva pi le sue grida allegre e spensierate, il canto non rallegrava pi la mensa nuziale.... Marta! Marta! grid egli lanciandosi sulla soglia della sala.
Marta! ripet l'eco che si perdeva lontano lontano.... Marta! Marta!
Pareva uno scherno che finisse con un gemito....
Si gett all'impazzata gi dalla scala.... scese nel cortile, e chiam ancora.
Chiam finch nell'impotenza d'uno sforzo convulso la bile rimescolata nel sangue gli soffoc nella strozza la parola e ne usc informe gorgoglio.
Nulla! regnava nel palazzo un lugubre silenzio.... parvegli solo d'aver inteso un riso che nulla aveva d'umano.... Enrico si lanci verso l'ala sinistra del caseggiato da dove gli parea fosse venuto quel riso.... si trov d'innanzi la porta da cui si metteva ad una stanza dalla quale era uscito tanti anni addietro quando la vecchia Marta sentiva il martellar d'una picca, e le parve d'intendere il cader come d'un corpo nell'acqua che sotto vi scorreva, ed arretr impaurito come se sovra quella soglia si fosse rizzato uno spettro a contendergli il passo!
Quando i suoi compagni scesero in cerca di lui, lo trovarono ritto, immobile nel mezzo del cortile, fisso lo sguardo su quella porta ed in preda ad una di quelle arcane impressioni per cui il linguaggio umano non ha che l'enigma d'una parola, povera forma vincolata da mille convenzioni, fatua larva in faccia a quell'immenso mistero che  l'esistenza!
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CAPITOLO 35. 
Salvo!
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Il giovane cavallaro che aveva recato Adolfo sulla groppa del suo cavallo e che in s buon punto era arrivato ad impedire che lo si finisse del tutto come quei messeri non avrebbero tralasciato di fare, come fu giunto al paese collo strano suo carico, fe' avvisare padron Beppo, il quale fatte mille meraviglie per il che e per il come, dopo aver ordinato d'allestire il miglior suo letto, e chiamata la moglie a dargli mano fe' trasportar sopra il ferito, mentre mandava tosto pel medico che non si fe' aspettare.
Guardata la piaga, interrogati i battiti del cuore, la rapidit delle pulsazioni, egli dichiar essere la ferita pericolosa, che per nessun organo vitale del petto era leso, e potersi sperare ancora la guarigione da una cura vigile ed assidua.
Fu avvisata Margherita, la sua vecchia governante che vi accorse piangente e disperata; venne il buon parroco ad averne nuova, e seppe come Ambrogio fosse caduto vittima di quell'aggressione che egli non sapeva a che attribuire ed a cui applic il suo pi semplice significato, e ritenne per un'aggressione n pi, n meno di quelle che non eran troppo rare a succedere in quei tempi di violenze e di rapine....
Il carbonaro aveva espiata la sua colpa, Dio gli perdonerebbe.... ed il buon prete, ministro di perdono, preg per lui, e credette colla preghiera intercedergli l'eterna misericordia ch'ei si era guadagnata coll'espiazione.
La ferita di Adolfo lasci molto a temere per qualche tempo, ma poi non tardarono i primi sintomi d'una prossima convalescenza; a poco a poco il pallore delle sue guancie si anim, nello sguardo scintill la vita che parea fuggisse collo scorrer d'ogni giorno... giorni d'angoscia e d'affanno per la povera vecchia che vegliava al suo letto d'agonizzante colla premura d'una madre!
Finalmente ei fu salvo... Il dottore lo dichiar colla compiacenza di s stesso, e con somma gioja di quanti s'interessavano per il giovane, a cui tutti quei del paese avevano simpatia e che lo sospettavano vittima di qualche infame tranello.
Non appena coll'animarsi in lui della vita, la mente lo ritorn alla piena conoscenza dell'esser suo, due pensieri gli si affacciarono, occupando tutte le sensazioni della sua anima; Angela! la vaga fanciulla, che aveva incontrata sul suo sentiero come una benedizione del cielo! e congiunta a quella soave immagine.... Mostruoso insieme d'un'idea che assimilava i palpiti pi dolci del suo cuore, ai fremiti convulsi del suo odio furente, alle trepidazioni del suo terrore angoscioso, un fantasma d'uomo... Egli l'aveva indovinato sulle labbra d'Ambrogio... egli l'aveva presentito, l'uomo che era sorto tra lui e la felicit, col suo beffardo sogghigno da demone.... L'uomo ch'egli aveva chiesto a Dio per colpirlo col braccio armato delle sue folgori vendicatrici... quell'uomo era l... vicino ad Angela!
Il giovine si agit sul suo letto come il torturato sull'aculeo che lo strazia! Ei non sent le sue carni lacerarsi, n le sue membra frangersi... ma in quella tortura terribile dell'impotenza che vorria trovar la forza nella convulsione del desiderio... quando in questo desiderio si accentrano tutte le aspirazioni dell'animo... ei prov ci che n gli aculei, n i carnefici hanno mai fatto provare alle loro vittime... Il corpo sviene sotto la pressione d'un dolore... nelle membra rotte cessa il palpito che le anima.... la natura ha imposto una sosta al martirio, ha lanciato una sfida ai martirizzatori... Alla forza che strazia... ha detto... qui ti fermerai perch al di l di quel dolore vi ha il deliquio o la morte... Due sonni che sono una sosta del martirio... Ma v'ha qualche cosa di pi orribile della tortura dell'aculeo e di tutto quell'apparato di tormenti con cui la tirannide credette far sfoggio della sua potenza impotente... ed  l'accentrarsi del pensiero in un'idea fissa, irremovibile, eterna come il tormento che vive con lei... Muta perch non chiede, e non ascolta; chiusa in s... per cui tutto non  pi che lei sola! quando ogni palpito si anima in lei... ogni atto  lo scatto d'un sol fremito, febbrile, vertiginoso, convulso. Aver d'innanzi al pensiero ci che sia l'angoscia pi disperata dell'anima... Vestirla con tutte le forme del delirio... e per distruggere questo sogno che  una realt, voler dare la vita... s stessi, tutto... e sentirsi impotenti a fare... Impotenti a lottare contro questo pensiero che  l... d'innanzi a voi... come un insulto orribile! mostruoso sarcasmo della fatalit che si fa giuoco della disperazione. Voler frangere la catena che danna a vita il forzato... voler atterrare le mura che lo seppelliscono come in una tomba, e meno che voler distruggere un delirio che  in voi, che fa parte di voi... a cui voi date vita... che vi tortura eternamente, e che eternamente s'incarna con voi da farne un tutto! Se una catena si pu frangere per quanto salda sia... se le mura d'un carcere si possono atterrare... v' qualche cosa d'impossibile.... ed  la distruzione del pensiero, fatuit indefinibile che vi traduce una realt con tutte le forme della vita, che ve le sminuzza d'innanzi... che vi trasporta sino a toccare, a vedere, a sentire... Era questo lo stato di Adolfo... Egli vedeva quella figura d'uomo che era l'assassino di suo padre... l'uccisore di sua madre! schifosa sembianza di ragno che intorno ad un viso di angelo stendeva le immonde fila della sua tela... Egli vedeva quell'agonia della vittima che si dibatte contro la brutalit del carnefice... E mentre coll'alito avria voluto distruggere quell'orribile sogno che era una verit ch'egli presentiva... si trovava l... corpo animato dalla vertigine che si disfaceva sotto lo sforzo del voler rifarsi per essere diverso da ci che era...
Da questo stato d'agitazione non ne poteva venire di conseguenza che un continuo peggioramento del ferito. Lo scorrer di qualche mese non fu che un continuo trepidare per la sua esistenza per quanti s'interessavano intorno al suo letto... la giovent vinceva  vero sul male, era per una vittoria lenta e penosa... ed il tempo scorreva intanto maturando i tristi eventi a cui pareva congiungesse quel non so che di fatale che cos spesso si fa fosca guida delle vicende umane...
Frattanto che il nostro eroe, a cui le cure renderanno vita e salute, riprenda lena al compimento degli inquieti progetti che s'agitano nella sua mente inferma... ritorniamo sui precorsi avvenimenti che abbiamo lasciati di sbalzo per riannodare le fila del nostro racconto.
Come dicemmo, nella casa della valle, la notte in cui Angela era sparita dalla sala del banchetto, tra le braccia di quel fantasma che aveva assunto le sembianze della vecchia Marta, regn la pi concitata agitazione... fu un correre per tutta la casa... un sussurrarsi dai convitati mille cose strane, assurde le une pi delle altre, quali potevano essere prodotte da quel fatto, inqualificabile per quanti vi assistettero, muti spettatori esterrefatti dalla sorpresa... I tempi correvano pieni di pregiudizj; quella casa era fatta centro di sortilegi e di diavolerie da persuadere, come la cosa pi naturale del mondo, l'opera soprannaturale di qualche spirito che vi potesse compiere chi sa che strane faccende....
Ne divenne da ci che da quella notte si fe' d'intorno ad Enrico un vuoto inesorabile.... Era forse il principio del castigo che ricadeva sul colpevole!
I suoi stessi compagni d'orgia e di dissolutezza s'allontanavano da lui come da una minaccia di sventura... Egli si trov solo... nel silenzio del suo vasto palazzo, solo colle memorie che gli ricordavano ben terribili cose... Per la prima volta egli si sent opprimere da quel peso d'un passato che ritornava su lui come un arco di cui egli fosse centro a sostenere la vlta, e sotto cui sentiva mancare le sue forze che si esaurivano in quella lotta terribile del pensiero che vuol fuggire il passato, spaventato dall'avvenire.... e che si sente ingojato da questi due vortici che lo stringono e si fondono in quell'abisso di disperazione che  il vuoto dell'anima....
Marta era sparita.... La casa della valle somigliava ad una tomba dentro cui vivesse un fantasma. Si vedeva un lume ardere nella stanza che il signore aveva scelto per abitazione....
La porta ne era chiusa, ei ne usciva e vi rientrava.... e quei della borgata lo sogguardavano silenziosi e quand'era molto lontano o quand'era entrato nella casa si parlavan tra loro a voce bassa bassa e dicevan a chi pi... mille stranezze fantastiche sui misteri della casa della valle.
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CAPITOLO 36. 
Mastro Antonio il Barbiere.
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Non molto discosto da porta Leona, a sinistra della borgata, esisteva una bottega coll'insegna d'una forbice e d'un bacile, forbice e bacile erano a dir vero di struttura poco artistica.... l'una era un arnese arrugginito dal tempo e dall'acqua, l'altro era di ferro corroso e pareva pi un coperchio d'una delle nostre marmitte di ghisa, di quello che dovesse essere. Dopo tutto l'uno e l'altra formavano l'insegna della bottega di mastro Antonio il barbiere... Ad attestare l'ingegno del barbiere si vedeva appeso al muro un vetro contornato da una larga cornice d'ebano dietro cui era stirato un drappo nero, tela o cartone che fosse; e serviva di specchio agli avventori di mastro Antonio che erano i villani dei dintorni ed i lavoranti della borgata.
Attorno alla bottega eran disposte in bell'ordine varie panche su cui uno dopo l'altro si succedevano gli avventori, sui quali il nostro figaro del 1600 sfoggiava la prodigiosa agilit della sua terribile arma...
Pare che da quando la civilt del Galateo statu, come articolo principale l'indispensabilit dei barbieri, questi non fossero gran fatto dissimili tra loro, e ci tenessero a non violare la tradizione che ce li tramand adorni dei rispettivi loro meriti! Barbiere allora volea dir per molte cose che oggi non soglia esprimere una tale qualifica. Eravi un'applicazione pi ampia allora a quell'epiteto, perch appunto pi ampia era la sua missione... Adesso che la civilizzazione ha sviluppato in ciascun uomo la facilit di far imbrogli, gli imbroglioni non hanno pi la patente dell'individualit; se ne  costituita una grande famiglia che agisce per conto proprio e senza bisogno d'intermediarj.
Fedele dunque al costume dell'epoca, mastro Antonio era un uomo che non veniva meno alle qualit essenziali della sua professione. La sua bottega come quella di tutti i barbieri era il Club..., in miniatura, delle grandi riunioni; vi si parlava di tutti e di tutto... si occhieggiavano dai vetri le belle ragazze che passavan per via, e non c'era fallo che chiestone il nome a mastro Antonio non lo sapesse a mena dito, e non ne desse le pi precise informazioni.
Io credo che l'antica Mitologia, che ha simboleggiato virt e colpe... opere... e cose, per dar forma al pettegolezzo avrebbe dovuto scegliere un barbiere.
Una sera c'era ressa d'innanzi alla bottega di mastro Antonio... pareva che si discorresse di cosa ben importante ch tutti avrebber voluto sapere: ognuno che passava si mettea nel numero, tutti tendevano tanto di orecchi; si sentivan esclamazioni, si vedevano atti di sorpresa.
Mastro Antonio era nel suo elemento come un capitano in mezzo alla mischia... aveva d'intorno a s gente che voleva sentire a tutti i costi ci che egli accennava di voler dire, e che non diceva mai... Aveva scoperto nientemeno che il segreto del palazzo della valle...
Immaginati lettore l'effetto ch'egli aveva prodotto d'intorno a s quando aveva detto... Amici... nel palazzo c' un mistero...
Certo che c' un mistero.... salt su uno del crocchio....
C'.... altro che c'.... borbott un omaccione dondolandosi per darsi importanza.
Bello! soggiunse un terzo.... sta a vedere che cosa sia poi!
Ed  qui che vi voglio! conchiuse mastro Antonio, girando d'intorno il suo sguardo che pareva lanciasse una sfida a tutta quella folla di curiosi...
Sai qualche cosa... sai qualche cosa? gli si domand da tutte le parti... e il cerchio gli si strinse tanto vicino che ei dovette farsi largo colle braccia onde non rimanerne soffocato....
Se ne so? se ne so? disse egli con mistero.... Nientemeno che ho inteso....
Cos'hai inteso?
 una cosa da far strabiliare.... c'entra il diavolo come i santi nelle litanie!
Ve l'assicuro io, parola di mastro barbiere... figuratevi che venivo per la strada delle Pradelle.... era sera tarda.... c'era una nebbia da non vederci a un palmo, e passavo vicino al palazzo.... Potete immaginarvi se mi son guardato ben d'intorno.... ed ho veduto....
Nessuno del crocchio fiatava.... non si sentiva un alito, tutti eran sorpresi alle parole di mastro Antonio e pareva che coll'atto impaziente del pensiero, tutte quelle persone volessero collo sguardo fisso su lui, strappargliele fuor dal labbro... dal labbro che pareva fosse tanto tardo a mandarle fuori, quanta era l'ansia con cui ardevano intenderle... Era tanta la loro attenzione che nessuno di loro fe' mente ad un nuovo personaggio arrivato per la strada della citt e che visto quel crocchio a sollecito passo vi si avvicin con qualche agitazione.
Era questi un giovane; poteva dimostrare dai 24 ai 28 anni... era pallido, di sembianze dilicate, portava calato sugli occhi un largo feltro nero, alla bandoliera un mantello; vi si era avvolto sino al mento e se lo discost quando fu frammischiato a quel crocchio di curiosi, animato egli pure da quel sentimento generale che in lui parve prima svogliatezza, e che manifestandosi con varia gradazione a norma che il barbiere particolareggiava il suo racconto parve raggiungere un'ansia febbrile.
Cos'avete veduto mastro Antonio? si domand in coro.
Nientemeno che un'ombra...
Un'ombra! si mormor con un fremito... tutti si guardaron in viso e s'eran fatti pallidi di paura... L'incognito solo non impallid... nel suo ciglio balen un lampo.
Un'ombra... seguitava il barbiere... che mi pareva diversa dalle altre ombre. Per Bacco!.. dicono che le ombre sono lunghe lunghe... quella mi pareva piccola piccola, pareva avvolta in una coperta del color della nebbia.. Mi pareva che fosse venuta fuori dai canneti della riva... e veniva verso il palazzo della valle, come se avesse paura d'essere seguitata o veduta da qualcuno... si fermava ad ogni tratto... in volto io non la vedevo perch mi pareva che non avesse volto... poi ripigliava il cammino, e veniva avanti finch fu arrivata dietro al palazzo; stette come guardando per qualche istante... poi costeggi le mura, entr nell'acqua... si sprofond dentro dentro, e ne usc di nuovo... sempre rasente al muro della casa... la vidi farsi grande grande, poi intesi una cantilena, mi parea quella della vecchia Marta che  scomparsa dal palazzo dopo che il nipote del mago vi port sua moglie, la bella fanciulla che pure non s' pi veduta; mossi qualche passo in fretta per veder che fosse... L'ombra era sparita e sapete cosa ho sentito? proprio vicino al luogo dove prima aveva veduto diventar grande grande quell'ombra maledetta; invece di quel brutto canto della strega, ho inteso una voce dolce dolce come quella d'un angelo che cantava non so che cosa, ma una cosa s mesta e s dolce che son rimasto l strabiliato come venissi dal mondo della luna o peggio.... voleva ascoltare ancora, ma non intesi pi nulla, non sentivo intorno a me che il vento che soffiava maledettamente e mi trovai tutto bagnato dalla nebbia che veniva gi come la fosse pioggia d'estate!
S'era fatto profondo silenzio intorno a mastro Antonio fin ch'ei contava la sua storia, e quand'ebbe finito fu un ronzio di parole che venne fuori da quel crocchio, come vapore che si sprigioni da una chiusa pentola che bolle!
Davvero la  una strana storia mastro Antonio!
Salt su l'omaccione; e non vorrei che fosse il cervello che ti desse tracollo....
Vi dico che ho veduto con questi occhi, e sentito con queste orecchie, messer Momolo! e non avete che a andar ronzoni intorno a mezzanotte per persuadervi che dentro alla casa della valle vi sieno o no le ombre, o che so io....
L'omaccione squass le sue larghe spalle, e fe' una smorfia che avrebbe dovuto essere un sorriso....
Ciascuno comment quel racconto a suo modo e chi vi vide una cosa, chi l'altra, chi le streghe, e chi il diavolo e chi sospett di qualche serio intrigo.
Il giovane dal feltro nero che non ne aveva perduta parola, s'era scostato guardingo dal gruppo e non appena vide che si disperdeva, rifatta la strada a solleciti passi, ristette poco distante dalla bottega di mastro Antonio e parve riflettere sopra una deliberazione che stesse per prendere.... Mastro Antonio il barbiere era entrato nella bottega... ei vi pass davanti, lo vide solo e schiusane in fretta la porta coll'atto di chi brami non esser veduto, si cacci dentro e comparve quasi improvviso d'innanzi al barbiere.
Questi non pot rattenere un grido di sorpresa e forse di paura, impressionato com'era dal racconto che veniva d'aver fatto con tanto calore.
Non sono n un'ombra, n un ladro.... s'affrett a rispondere il giovane, che vedeva il barbiere spalancare su di lui due occhi spaventati; sono semplicemente un uomo che deve farvi una domanda.
Una domanda? mormor il barbiere, che riprendeva un po' d'animo vedendo che realmente aveva a che fare con un uomo che non era uno spirito. Aff  uno strano modo questo di venire a far... la...
 un modo qualunque per chi non voglia esser veduto entrare, e ne ho i miei motivi... Mastro Antonio... ho sentito il vostro racconto...
Ne ho tanto piacere signore! l'hanno inteso tanti... sarete uno di pi...
Forse uno di meno.
Di meno cosa?
Uno di meno che ha creduto alle vostre fanfalucche di ombre e di spiriti... volete insegnarmi da dove avete veduto venir fuori l'ombra che accennavate? il luogo dove  sparita, e dove avete inteso quel canto?
Mastro Antonio spalanc sul giovane i suoi grandi occhiacci e credette ch'ei diventasse matto per volgergli una simile domanda.
Il giovane che parve comprendere l'espressione di quella significante pantomima... trasse di tasca una borsa e la porse al barbiere.
Questo denaro por voi buon uomo se pu valere a farvi metter da banda la vostra paura per le ombre... e se aderite alla mia domanda, non dovete che accompagnarmi fuor della porta, una semplice indicazione mi baster... e che anima viva non sappia una parola di ci.
Il barbiere non se lo fece dire due volte, fe' passar la borsa del giovane in una delle larghe sue tasche bisunte, tolse il suo cappello da una panca e precedette il forestiere a cui era venuto, pensava lui un s strano gusto, contento se non altro che lo pagasse tanto bene.
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CAPITOLO 37. 
Timori e speranze.
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Come il lettore avr potuto facilmente indovinarlo il giovine dal feltro nero che era capitato cos d'improvviso in mezzo al circolo del barbiere non era altri che Adolfo... Egli aveva lasciato il paese appena le forze glielo consentirono, ed ardente d'amore e di vendetta, dopo aver trovato colla mente il filo tenebroso che era stato dalla fatalit allacciato intorno alla sua esistenza, veniva in cerca dell'uomo che dopo aver assassinato suo padre, fatta morire di dolore sua madre, s'era frapposto tra lui e la felicit, e da cui presentiva tutta l'immensit della sventura che doveva essersi compiuta durante la sua lunga agonia.
Egli si era recato a Mantova, ed aveva trovata deserta la casa del marchese; egli era occupato ancora della sua missione, la marchesa Caterina era morta, Angela la seppe sposa dell'uomo che solo egli odiava con tutto il veleno del cuore in mezzo a coloro a cui prodigava i tesori del suo affetto.
Gli si era parlato del giovan signore del palazzo della valle come di persona nei cui fatti il volgo non ferm mai il pensiero compreso dal superstizioso terrore che avvolgeva un tal luogo. Aveva inteso di quello strano matrimonio, di quella sparizione pi strana ancora... Adolfo gli si era cacciato alle peste da buon segugio! Che che dovesse succedere, di lui! di quanti lo circondavano! era d'uopo ch'egli avesse la vita di quest'uomo, di questo miserabile con cui doveva saldare un ben serio conto, in quel giuoco terribile alla cui posta aveva messa la vita!
Mille pensieri tumultuavano nella mente di Adolfo dopo che mastro Antonio accennatogli quanto gli chiedeva e che sembrava tanto interessarlo, lo lasci solo d'innanzi a quella casa dentro cui un segreto presentimento gli faceva creder che si celasse rapita ad ogni sguardo, in preda a chi sa quali tristi vessazioni la sua Angela! Egli stette immoto, contemplando quell'imponente edificio che assumeva le strane forme d'un immane fantasima, d'un mostro vivente che avesse la potenza dell'operare! e questa sua opera era un'opera d'inferno! il giovane sentiva quasi l'impotenza di continuare nel disordine del pensiero, lotta contro l'ignoto, quella larva infame che egli doveva afferrare per far sua...
Egli avrebbe chiesto a Dio un attimo della sua onniscienza se avesse creduto che Dio! questa chimera dell'immaginazione, avesse potuto ascoltarlo; ma egli era qual si trovava; solo in faccia a ci che voleva compiere, solo colla cupa disperazione della sua anima, compresa da una speranza a cui domandava la vita, fosse pure coll'illusione d'un sogno!
La notte scendeva intanto umida di nebbia, e densa di tenebre; non spirava vento, s'udiva solo il passo di qualche borghigiano di Portaleona che si recava alla sua casa, la canzone di qualche operaio e il mormorio dell'acqua che rasente al fianco sinistro del palazzo, correva via per la sua strada, calma e tranquilla sovra il suo letto d'alghe e di sassi.
Concentrato cos in quel suo disordinato vaneggiare, il giovane non s'era accorto che il tempo era scorso: ei quasi non si ricordava pi perch fosse venuto col, perch col si trovasse, a quell'ora... era rapito cos lontano... in tal profonda astrazione che non si saria pi ricordato di vivere se la campana del castello non l'avesse richiamato in s col batter della mezzanotte!
Mezzanotte!  l'ora dei convegni... l'ora in cui l'amante scambia il bacio furtivo, e rinnova un giuro sulle labbra della sua bella, che dimentica poi l'indomani con un'altra!  l'ora in cui l'assassino aspetta silenzioso, forse tremante, che la fatalit metta una qualche vittima alla portata del suo pugnale avido di sangue.
La casa della valle giganteggiava isolata in mezzo alle tenebre, non vi si vedeva indizio di vita, non lume oscillava la sua luce dalle ampie finestre, tutto ad un tratto un fremito corse le fibre del giovane... tese l'orecchio... gli pareva d'aver inteso... aspett ansioso... Lungo la riva che fiancheggia la casa vide agitarsi qualche cosa che aveva una forma umana... Intese un canto che gli parve strano come quella visione... era monotono e gutturale, pareva un rantolo d'agonizzante... ei guard ed ascolt concentrando in quell'azione suprema della sua volont tutta la vita della sua anima, giungendo cos a quella percezione acustica che ha talvolta dal prodigio... a quella percezione per cui i figli del deserto indovinano lo sbalzo della tigre quando ancora non ne sentono il ruggito, lo scalpito del cavallo, o lo strisciar del serpe. Pare che in certi momenti l'anima sia soggetta ad arcane divinazioni! che le facolt umane si moltiplichino, si sformino e si informino schiave e dominatrici nello stesso tempo, per servire allo sviluppo di quell'attivit del pensiero che sembra tacere in noi e scattar improvvisa quando si sia sotto la pressione di qualche fatto eccezionale.
Adolfo vedeva ad onta delle tenebre che lo circondavano, sentiva! Vale a dire che per lui, la cui intelligenza era rischiarata dal racconto del barbiere, per quanto strano ed inverosimile ei si fosse, quella forma di fantasima come a tutti era parso, era un essere vivente, quel canto era un segnale! Lo comprendeva per la stranezza istessa di quelle note che avevano un suono informe e strano appunto perch chi le mandava dava loro quell'impronta che valesse a non farle credere umane!
Quell'oggetto su cui si fissava tutta l'attenzione del giovane avanzava lentamente e con precauzione rasente al fianco della casa, poi ad un tratto scomparve... dal labbro di Adolfo sfugg un piccol grido... ch'ei soffoc per la tema che a qualcuno potesse rivelare col la sua presenza, avanz di qualche passo ed attese... non sent pi nulla... il canto era cessato... Scorse un mezz'ora d'ansia indicibile... Era certo che qualche mistero si nascondeva dentro alle mura di quel palazzo fatto segno dal pregiudizio alla paura del volgo.
Quell'ombra che era gi stata veduta da mastro Antonio, non essendo un'impressione della sua stravolta e delirante fantasia, era dunque un essere reale... Veniva da qualche luogo e si recava in un luogo prefisso per compiervi un'opera qualunque.
Onde venire a conoscenza di ci, l'unico mezzo era di scoprire chi fosse quella strana creatura o cosa venisse a fare col.
L'aveva veduta sboccare dietro alla casa, rasente a quel ramo dicorrente che ne bagnava il fianco sinistro; veniva dunque dalle Pradelle, dalla valle, ed era entrata nel palazzo.
Adolfo gir intorno a quella casa, e si appost di dietro al palazzo sulla strada da dove poteva supporre che fosse venuto quell'essere che gli era scomparso sotto agli occhi, entrando nella casa della valle, come la notte prima era per mastro Antonio sparito sotto l'acqua del fiume...
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CAPITOLO 38. 
Il Fantasma.
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Visitando anche oggi il vecchio palazzo dei Ceresara, volgendo a destra del cortile si scende gi da una gradinata a quel ramo del Mincio che ora si  incanalato e che allora scorreva libero la campagna.
I conti Ceresara trassero profitto dall'acqua che bagnava l'ala sinistra del lor caseggiato onde servirsene agli usi della casa e per l'abbeveraggio dei cavalli.
Oggi erettavi sopra una tettoja se ne fece un lavatojo dove si lavora a forza di braccia il bucato, e dove convengono vispe lavandaje dalle guancie rosse, e dalla nervatura che non sar andata forse a genio di qualche damerino troppo ardito...
Dice il proverbio, che colle cuoche e colle lavandaje c' da far conti alla larga, e forse il proverbio ha ragione.
In quel vano che staccava le due ale del palazzo e ne spezzava il quadrato, diviso com'era tra la casa signorile e la rustica abitazione, che probabilmente sar stata occupata dal servidorame dei conti Ceresara e dai vassalli delle terre; in quel vano ripeto che lasciava adito all'interno del cortile, era sparita l'ombra veduta da mastro Antonio, e l'essere umano veduto ed espiato da Adolfo.
Se oggi per si scende al canale dalla corte del palazzo, allora non vi scendeva a che dopo aver aperta la seracinesca di legno di quercia che ne chiudeva l'entrata. Al di l della seracinesca eravi una piccola porta quasi rasente al canale che vi si vede anche oggi... il livello dell'acqua doveva essere allora pi alto giacch l'acqua della corrente passava per quella specie di sotterraneo e seguitava il suo corso; oggi l'acqua del canale appena ne bagna il terreno.
Adolfo poi che ebbe atteso alquanto tempo, impaziente nella sua ricerca a cui era attaccata tanta parte della sua speranza, s'avvicin pi ancora alla riva e gett uno sguardo ansioso lungo il fianco del palazzo; vide o gli parve vedere qualche cosa che si moveva sulla superficie dell'acqua precisamente presso al luogo dove gli parve fosse scomparso l'oggetto che aveva attirata la sua attenzione.
Quella cosa, pareva una specie di zattera formata da poche assi di legno connesse insieme ond'ei trasse argomento che avesse potuto servire a trar col la persona che avea scorta prima avvicinarsi a quel luogo... Un lampo di gioja balen nel suo sguardo che lo conferm coll'attenta ricerca nella trattane desunzione... Egli che temeva essere giuoco d'un'illusione che poteva ritornarlo nel disinganno e nella disperazione, comprese che v'era una realt, qualunque potesse essere in quel convegno notturno d'un fantasma che era un essere umano.
Poco spazio lo divideva da quell'oggetto galleggiante, ei si prov a scender nell'acqua, l'acqua era bassa; avanz con risolutezza e tocc la zattera, che era diffatti una zattera mal connessa, ma che bastava per a reggere per poco tragitto chi vi si fosse avventurato; vi mont sopra ed aggrappandosi alle fenditure della muraglia fu presso al vano che abbiam prima accennato... Adolfo ringrazi il cielo col muto trasporto del pensiero, d'un balzo tocc terra e si trov di faccia alla chiusa saracinesca.
La saracinesca era ben salda ond'ei si persuase in un attimo che l'oggetto da lui veduto, a meno che non fosse un fantasma, di l non poteva essere passato... se era un fantasma non doveva aver avuto bisogno di una zattera per arrivarvi; ne veniva dunque di logica conseguenza che non era passato di l, e che se non era nel vano dove egli si trovava, doveva essere entrato da qualche parte.
La porticina che abbiamo notata e che metteva al sotterraneo allagato, era difatti al di qua della saracinesca... il giovine vi si avvicin... il chiavistello di ferro ond'era sbarrata cigol sotto la pressione della sua mano robusta, la porticina si aperse.
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CAPITOLO 39. 
Marta!
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Il giovane ristette attonito; s'era messo sulle traccie d'un fatto avvolto dal mistero il pi impenetrabile, su cui la superstizione dell'epoca gettava il suo mantello quasi egida inviolabile, e che che ei si fosse questo mistero, stava per esser suo... L'ignoto.... questo spettro del pensiero si dissipava innanzi a lui per lasciarvi succedere il reale: cosa sarebbe poi questa realt? Per lui che galoppava s rapidamente sul giovane destriero delle illusioni v'era di che aver paura di s stesso.
Frattanto che egli lottava colle sue riflessioni, e si abbandonava alle mille emozioni che andavano svolgendosi nella sua anima agitata, intese uno strano rumore dal sotterraneo innanzi alla cui soglia era restato immobile e trepidante; ud lo scricchiolare come di una scala di legno sotto la pressione d'un passo, intese una voce, Adolfo frem in tutte le fibre del suo corpo... e si port la mano alle tempia come volesse rattenerne i battiti convulsi... Angela! mormor egli pallido come un cadavere..  ben la voce d'Angela!.. nell'attimo istesso un'ombra si agit sotto l'oscura vlta... una forma umana pass la soglia della porticina... Adolfo tese la mano contratta, l'ombra non gli svan d'innanzi come un sogno... egli sent un corpo che si dibatteva, intese un grido, una massa inerte gli cadeva ai piedi tramortita; a quel grido un altro vi rispose dall'interno dei sotterraneo, fioco come un lamento, supplice come una preghiera... Adolfo s'era lanciato oltre alla soglia innanzi a cui esanime era caduta una vecchia ravvolta in un grigio scialle da farla parere un fantasma.... Egli aveva indovinato in quel grido la voce di Angela la quale chiamava con accento supplice e che aveva l'espressione del terrore: Marta! Marta!
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CAPITOLO 40. 
Spiegazioni!
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A toglier dalla meraviglia il lettore a cui parr strano quell'incontro di Angela e della vecchia Marta; di Marta che era da tanto tempo sparita dal palazzo, e d'Angela cos vicina al suo persecutore dopo ch'eragli stata rapita dalle braccia nella sala del banchetto in quella notte d'orgia che celebrava un delitto.... diremo che la vecchia custode poi che si trov tra le braccia la spaventata fanciulla, approfittando del disordine a cui aveva dato luogo la sua strana apparizione aveva scese a precipizio le scale.... s'era trovata nel cortile, e quando sost riflettendo su quanto era avvenuto, si chiese come potesse salvare quella fanciulla che non aveva avuto paura del suo deforme aspetto, che non era arretrata compresa di spavento d'innanzi a lei, che aveva indovinato un cuore sotto le sue sembianze di strega, come la chiamavano quei della borgata, con accento di insultante disprezzo.
La notte era tetra e si poteva a stento scorgere quell'informe cosa nero-bigia che era la vecchia Marta abbracciata a quella bianca forma di vergine che era Angela. Era uno strano gruppo che stette immobile disegnandosi in mezzo alle tenebre nel vasto cortile del palazzo.
S'intese un fragore come di passi che s'incalzino gli uni sugli altri sulle scale per dove la vecchia era scesa; un lampo rischiar foscamente la notte e guizzando illumin la destra ala della casa; un pensiero sorse nella mente di Marta che era tutta intenta nella ricerca di un mezzo di salvezza.
S'era risovvenuta che l... v'era una stanza, inviolabile per il signore del palazzo; inviolabile come la tomba d'un estinto, e pi ancora che la tomba d'un estinto! una stanza a cui egli non s'avrebbe potuto avvicinare perch v'era guardiano il fantasma d'un assassinato: quella da dove ella lo vide in una notte parimente fosca e terribile, parimente minacciosa di procella, uscire coi capelli irti... col terrore sulla fronte, spaventato dal suo grido di pazza che gli pareva la voce della coscienza e che gli andava ripetendo come minaccioso rimprovero: Caino! Caino!
Il lettore si ricorder di quel roco grido della vecchia Marta che cacciava Enrico fremente di terrore su per i deserti scaloni a racchiudersi nel suo appartamento solo coi fantasmi del suo agitato pensiero che non gli avran certo consentito una delle pi calme sue notti.
Marta strettasi fra le braccia la semiviva fanciulla, corse a quella volta e vi si racchiuse... Aveva appena fatto ci, che la voce agitata di Enrico faceva echeggiare le vaste solitudini del palazzo colle sue grida che chiamavano la vecchia e la fanciulla. A lui non rispondeva che il fischio del vento, lo squittir dai comignoli dei gufi che salutavano la bufera, e l'eco che ritornava a lui le vane sue grida come uno scherno che gli strappava dall'animo un fremito impotente d'ira e di minaccia!..
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CAPITOLO 41. 
Rivelazioni!
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L'istessa notte in cui stanno per compiersi questi avvenimenti che rapidamente volgono al loro termine, uno dei famigli d'Enrico bussava alla porta del suo appartamento.
Il signore della Casa della Valle tutto chiuso in s colle sinistre memorie del suo passato avea fatto serrare la porta della sala dei banchetti; non pi i canti d'allegre brigate erano echeggiati sotto le vlte del vasto salone! Intorno ai capolavori d'arte che ne adornavano le pareti, il ragno intesseva le sue fila, il pipistrello aveva ampio campo a svolazzarvi intorno, e poteva appendersi colle anche alate a qualche barba di santo od al naso di qualche amorino!
Le sale del piano signorile eran chiuse e deserte, ei vi si aggirava talvolta, tetro e cupo... cercando a s d'intorno qualche cosa d'animato e non trovandovi che le sue memorie... triste compagnia contro cui non valeva a lottare tutta la forza della sua anima che andava prostrandosi sotto il peso di quella maledizione che sentiva gravare su lui compiendo insensibilmente l'opera del suo annientamento.
Ai colpi battuti sulla porta della sala dove egli si trovava, Enrico si scosse. Sono il vostro umile servitore che chiede dirvi una parola, disse una voce che ei riconobbe per quella di Ambrogio il gigante che pi d'una volta abbiamo veduto immischiarsi ne' suoi affari.
Enrico apr bruscamente, e poi che vide sulla soglia quella sinistra figura di bandito, che girava tra le dita la sua berretta di felpa, gli fe' segno che si spicciasse a fargli il messaggio per cui dovea esser venuto.
Reverendo messere... borbott il bandito, sono venuto a darvi una buona nuova.
Una buona nuova? esclam Enrico fissandolo tra minaccioso ed accigliato... Di che vuoi tu parlarmi marrano?
D'un racconto di fantasmi che ho inteso ora nella bottega di mastro Antonio il barbiere.
E che parli tu di fantasmi? mormor Enrico fattosi pallido come un morto.
Lo dissi cos, messere... per servirmi dell'espressione di mastro Antonio, il che non toglie ch'egli veda lucciole per lanterne, e che la paura gli abbia dato di tracollo al cervello... Il gigante raccont allora quanto veniva d'aver inteso nella bottega del barbiere. Enrico l'ascolt lasciando sfuggir dalle ciglia lampi di gioja selvaggia.
Aff! esclam egli, tu sei un astuto mariuolo, Ambrogio!
Vi par che s'abbia a credere che le ombre camminano sull'acqua e vi spariscan sotto, e cantino e faccian tai cose da vivi? scommetterei la guaina della mia daga, che v' da aguzzar gli occhi per veder chiaro! e vedrei tutt'altro di quel che ha veduto il barbiere! Se volete che mi metta in posta, la mezzanotte non tarda tanto, e far ben io passare alle ombre il grillo di venir a gironzare nei dintorni del palazzo.
Enrico pareva rapito in profonda astrazione, perch non di risposta alle parole del gigante; egli si immerse ne' suoi pensieri e parea stesse annodando le intricate fila che gli si venian svolgendo nell'immaginazione esaltata.
Dove  sparita quest'ombra? questo diavolo? questa cosa qualunque come a te pare? esclam stizzito e di malumore. Cosa dedurresti tu da questa maledetta fantasticheria da inspiritati?
Io dedurrei, messere, che l'ombra invece di esser sparita sotto l'acqua del canale sia entrata nel vano che v' appunto al di l della saracinesca.... Non v' l una porticina che mette a quella parte rustica dove nessuno abit mai... dopo la morte di vostro zio?
Enrico impallid di terrore.... e strinse con violenza il braccio d'Ambrogio come volesse sulle labbra soffocargli le parole che aveva profferite.
M'avete domandato cosa ne pensi.... borbott il gigante, aff, messere, fatemi avviso se avete intenzione di rompermi le braccia a questo bel modo!
Che sai tu di quella porta? gli domand Enrico agitatissimo.
Aff! Cerco per dove possa essere entrata quell'ombra indiavolata, che a quanto disse mastro Antonio cantava una strana canzone. Sapete cosa ricorda? Il canto dei morti di quella vecchia strega che il diavolo s' portata con s, e che temo non abbia voluta nemmeno l'inferno.
Marta! vuoi tu parlare di Marta?
Aff! s... di quella strega!
Marta! ripet Enrico fra s con impaziente anelito come se nel suo pensiero stesse formandosi un concetto intorno a cui la mente s'adoperava affannosa... Marta! borbott ancora; s, era ben dessa che apparve in quella notte nella sala del banchetto! Essa che ha rapita Angela! Essa che  sparita dal palazzo dopo quel giorno! e che io ho invano fatta cercare! E tu dicesti, Ambrogio, che un'altra voce avea risposto a quella della vecchia?
Adagio... mastro Antonio non disse poi che era una vecchia.... in quanto alla voce ei disse ed afferm che gli parve dolce come quella d'un angelo... non  strano, messere, che gli spiriti abbiano di tali voci?
Enrico batt i piedi con impazienza come se non volesse essere sturbato nell'anelante ricerca in cui impiegava tutte le facolt della sua anima, dall'importuno cicaleggio del gigante. Taci, marrano... mormor egli con affannosa concitazione... Oh se fosse di lei! Ambrogio, io ti farei ricco come il primo dei cavalieri del duca...
Chi? domand il bandito.
Angela! non capisci tu che  d'Angela che io intendo parlare... che se quella vecchia  Marta.... l nascosta non vi pu essere che Angela... Egli si slanci verso la soglia e grid al bandito con voce alterata dall'emozione, a noi! seguimi, Ambrogio.... e al diavolo gli spettri.... fanfalucche da fanciulli... Essa  l... la sento... e la trover... dovessi far demolire questo palazzo pietra per pietra fin ch'io l'abbia trovata.
L'orologio del castello suonava la mezzanotte.
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CAPITOLO 42. 
La stanza del fratricidio.
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Quando Enrico fu nel cortile... s'arrest: avea inteso del rumore al di l della saracinesca, avea inteso una voce, era quella di Angela che chiamava la Marta.
La fanciulla alla sua volta avea inteso dalla parte del palazzo come un rumore di passi precipitati; atterrita per quel senso di fina penetrazione che  proprio di chi abbia la coscienza del pericolo, avea gettato quel grido di spavento.
Era tanto tempo che la povera fanciulla giaceva l, separata dalla vita, viva per una speranza che veniva collo scorrer del tempo illanguidendosi nella sua anima angosciata... La buona vecchia che l'avea strappata alle braccia di quell'infame, s'era sepolta con lei in quella stanza che dovea metterla a riparo dalle ricerche del signore della casa.
Fu nel giorno susseguente a quella terribil notte che la vecchia Marta si spavent d'un pensiero, vivere! come avrebber esse vissuto senza compromettere la loro sicurezza? per la vecchia poca cosa era la vita... ma voleva salvare quella povera fanciulla cos bella! Dar indizio che ella fosse l, equivaleva a ritornarla ai lascivi amplessi di colui che essa aveva fuggito con tanto orrore... Dalla stanza dove si trovavano le due donne per un piccolo uscio si scendeva ad una specie di pianterreno allagato dal canale. Marta attese la notte, scese; vi si scendeva per una scala di legno... la scala era sospesa sull'acqua e faceva capo ad una porticina bassa sbarrata da una spranga di ferro arrugginita dall'umidit; il luchetto della sbarra non era chiuso a chiave, pot levarlo, e si trov tra quel vano che eravi tra il canale e la saracinesca dell'abbeveratojo.
L'acqua che ne resentava il fianco era bassa, vi scese e pot arrivare dietro il palazzo... Innanzi a lei si estendeva la valle; al di l della valle la campagna; costeggiando la riva poteva nascondersi tra i canneti e di l internarsi pei campi dove saria andata in cerca di cibo per s e per Angela.
Rientr nella stanza ove la fanciulla l'aspettava in preda ad una viva agitazione e si convenne ch'ella cercherebbe di radunare quanto potesse dar alimento alla loro vita limosinando per le case di campagna.. e che dopo aver fatta sufficiente provvigione rientrerebbe di notte e starebbero insieme quanto tempo lor permettessero i viveri raccolti, che poi uscirebbe di nuovo per le sue bisogna, e cos durerebbero finch il tempo non venisse in soccorso della fanciulla mutando intorno a lei gli avvenimenti che s terribilmente la stringevano nel lor cerchio di ferro.
Cos simile sempre in ogni suo attimo, per la vecchia e per la fanciulla il tempo era scorso sino a quel giorno... Marta avea provveduto limosinando per la campagna quanto di maggior bisogno occorresse; aveva portato della paglia con cui formare un canile sul quale poter adagiare le dilicate membra di quella vaga giovinetta che sentiva d'amare come una madre... a cui usava tutte le premure, a cui prodigava tutti i possibili conforti cercando tener viva in lei la lusinga di giorni migliori che la compenserebbero delle provate miserie... Angiola le parlava di Adolfo! del suo giovane fidanzato! come si struggeva pensando cosa ne potesse esser avvenuto! come rabbrividiva al pensiero che il signore del palazzo come Marta lo chiamava, avesse tentato sopra lui qualche delitto onde togliersi dal sentiero un ostacolo che avrebbe potuto un giorno o l'altro contendergli il possesso della donna che aveva tanto amata!
Erano ben tristi pensieri codesti! e ben terribili per lei nel cui animo inquieto e trepidante andava morendo ogni giorno la speranza di poter esser tratta da quella tomba ove era costretta seppellire la sua giovinezza! e spegnersi consumata dai fremiti anelanti del suo povero cuore.
Rompevan solo la monotonia di quella miserabile esistenza le escursioni di Marta, alla quale quando ritornava di notte, chiedeva se nulla avesse sentito, se nulla avesse veduto... Ma la vita della Casa della Valle non era alterata da alcun avvenimento.
Aspettava il ritorno di suo padre che avrebbe chiesto di lei, che di lei avrebbe fatto responsabile l'uomo che s'era intruso nella sua famiglia per carpirne la confidenza e rubarne il tesoro... pur nulla di tutto ci avveniva, e la povera fanciulla gemeva intanto straziata da tutte le torture d'un'angoscia senza conforto... Infinita come il pensiero de' suoi mali che sulle sue labbra di fanciulla avevano estinto il sorriso della giovinezza!
Enrico che aveva inteso il grido d'Angela e che s'era slanciato verso quell'ala del fabbricato da dove era venuta la voce, di addietro d'improvviso atterrito, coi capelli irti, colle labbra pallide. In quella stanza! mormor egli con voce bassa e fremente. Lei!
Scorsero alcuni istanti durante i quali una fiera lotta si combatteva in quell'anima incallita nel delitto, e che pur non sapeva vincersi in quello sforzo paralizzato dall'impressione. V'ha qualche cosa diffatti per chi sia rotto alla colpa, pi orribile di un cadavere... Un cadavere  una cosa... si sa dove ... lo si vede, e se si deve passar oltre, lo si evita oppure lo si calpesta come pi si voglia. Ma aver d'innanzi a s il pensiero del proprio delitto... Vederlo come allora, in quell'attimo terribile in cui si  compiuto... averlo presente vestito coi foschi colori che vi presta l'immaginazione... ecco l'orrendo spasimo d'un'agonia che dura finch in voi dura l'idea che ve ne formate; esso  ben pi terribile dell'agonia reale che dura quanto solo pu durare un'agonia, a cui vi sottraete, o che fate finire pi presto. Un fantasma per chi  reo...  pi che un uomo... L'uomo  contro lui, il fantasma  in lui... L'uomo s'uccide... e v'ha una convulsione in quel parossismo che attutisce le facolt intellettuali e fa dominare assoluta la sensualit delle impressioni. L'orgasmo ed il terrore, sono sensi che costituiscono in dati momenti una vita a parte... talch vedremo talvolta il timido farsi entusiasta e l'indomito farsi pauroso. Essi sono quali sono fatti in quell'eccezione del momento per riprender tosto dopo la loro veste abituale.
Enrico lottava con s stesso! lotta terribile della realt contro l'indefinito... dell'uomo contro un'idea che lo accerchia, che lo stringe, che  in lui... ed in cui egli vede una cosa orribile fuori di lui, e che pur sente in s...  un impressione nella quale egli si perde, che si fonde con lui e che volendola superare per lo sforzo istesso del pensiero che la combatte, si veste e si anima di ognor nuove forme; che si riproduce quando egli crede d'averla distrutta.
S'intese un rumore come d'un corpo che cade, un altro grido che non era mandato dalla voce d'Angela... Enrico non vide pi nulla... egli aveva vinto s stesso perch tutta la vitalit della sua anima era stata deviata; in quel momento di parossismo il pensiero era assorbito da quel fatto che si compieva e che diceva a lui ardente di libidine e di vendetta... Angela  l!
Nell'istesso frattempo Adolfo s'era gettato dentro al piccolo sotterraneo, aveva sentita la scala sotto allo sue mani, l'aveva salita. Angela s'era rannicchiata pallida di terrore nell'angolo pi remoto; un fioco lumicino ardeva in mezzo alla stanza, il grido di spavento che stava per uscire dalle labbra della fanciulla gli si soffoc dentro il petto anelante, essa si lev, bella... divina! collo sguardo acceso... le gote infuocate... le braccia protese come verso una visione! Adolfo! mormor essa con voce debole e fioca come un sospiro... Adolfo! Il giovane ebbe appena il tempo di slanciarsi verso lei ebbro d'amore, di felicit, dimenticando tutto! s stesso, il luogo ove si trovava, il passato, l'avvenire! per non vedere che lei! Un'altra porta nello stesso tempo aveva ceduto sotto la pressione d'un urto terribile, un altr'uomo s'era slanciato in quella stanza... Adolfo mand un grido di gioia... Enrico pi livido d'un morto si vedeva sorger di contro il fantasima d'un altro assassinato, l... dove aveva sepolto il fratricidio! Egli mand un ruggito terribile di rabbia che soffoc in lui il fremito dello spavento... Entrambi trassero il pugnale e si lanciarono l'uno contro l'altro.
Bast ad Adolfo quel movimento di terrore a cui non pot sottrarsi l'uomo ch'egli aveva chiesto a Dio colla pi ardente delle preghiere, a satana col pi truce de' suoi giuramenti, per deporre al suolo Angela che era svenuta tra le sue braccia.
Que' due uomini s'incontrarono corpo a corpo... Il lume si spense urtato nella lotta. Erano soli in mezzo alle tenebre, nella solitudine di quel palazzo misterioso... S'intese un cozzar di ferri... lo strider delle due lame che si urtavano sitibonde di sangue, un anelito di petti... un gemer sommesso come d'un dolore che si freni sul labbro, uno sbalzar per la stanza come di due tigri che s'avventino... poi un grido di rabbia... una bestemmia, un rantolo, poi... si fe' silenzio... un silenzio d'un attimo... Adolfo era caduto sulla vittima nella cui gola aveva piantato sino al manico il suo coltello. Egli si sent umide di sangue le mani, intriso di sangue il volto che sulla fronte gli era spruzzato mentre cadeva sopra di lui; ascolt se ancor si moveva... non intese che il rantolo della sua agonia... e il gorgogliar del sangue che usciva dalle arterie squarciate. Si lev; Angela giaceva tuttavia svenuta.
Adolfo batt l'esca ed accese il lume che per fortuna era rotolato in un angolo della stanza e non s'era del tutto riverso. A quell'oscillante chiarore egli vide allora... e frem per tutte le fibre. Quella stanza era squallida ed umida, non v'era per terra presso al canile di paglia che una scodella di legno, non v'era che un piccolo pertugio che parea pi lo spiraglio d'una prigione, che una finestra. Angela giaceva svenuta al posto ove egli l'avea deposta; le sue vesti eran tutte intrise del sangue di cui era allagato il suolo e che zampillava ancora dalla squarciata gola del morente; i capelli aveva rabbuffi ed irti sulla fronte, non mandava pi che un debil alito, un rantolo fioco pi di morto che d'agonizzante.
Adolfo si tolse tra le braccia il prezioso fardello e scese desideroso di togliersi a quel terribile quadro. Marta rinveniva allora dal suo assopimento, al rumore dei passi di Adolfo che scendeva la scala si alz. Il giovane mand un grido di sorpresa e di spavento al veder rizzarsegli di faccia quel nero fantasima, impressionato tuttora da quanto era succeduto, da quanto egli aveva compiuto in quella casa maledetta, ebbe quasi paura di quell'improvvisa apparizione! Dal petto di Angela usc un debole lamento... le sue labbra pallide mormoravano un nome... Adolfo!
Il giovane si scosse... si strinse al cuore la fanciulla e gett uno sguardo di sorpresa sulla vecchia che gli si era rizzata contro minacciosa ma essa pure aveva inteso il nome che avevan mormorate le labbra di Angela. Al debole raggio di luce che veniva dalla stanza dove ardeva il lume acceso da Adolfo essa lo guard; sulla sua fronte lampeggi un raggio di gioia. Sareste voi!? voi il signor Adolfo? domand essa volgendosi al giovane che la guardava inquieto ed attonito. Oh che siate benedetto!  ben il cielo che vi ha mandato!
S, sono io... rispose Adolfo assicurato dall'accento della vecchia, bench nulla comprendesse, e fosse ansioso di conoscere i particolari di quello strano avvenimento. Ma ora  necessario, buona donna, di far rinvenire questa fanciulla...
Scendete dunque, scendete presto... qui v'ha dell'acqua... e le tenebre della notte ci proteggono ancora.
Ajut quindi il giovane a uscir fuori da quell'umido antro.
Quando la vecchia colle premure d'una madre ebbe deposta la fanciulla nel vano che era tra le due ale del fabbricato, corse alla saracinesca da dove gett uno sguardo inquieto nell'interno del palazzo.
Facciamo rinvenir presto la fanciulla, buona donna, disse Adolfo, che aveva indovinati i timori della vecchia. Non v'ha pi nulla a temere n per noi n per lei!
Non v'ha pi nulla a temere? esclam la vecchia fissandolo in volto sorpresa.  un uomo potente colui... e satana gli d mano nei suoi affari...
Era potente! mormor Adolfo a voce bassa, e satana potr trastullarsene a suo bell'agio.
La vecchia non cap bene, per quanto gli paressero strane le parole del giovane.
Angela aveva mandato dal labbro un nuovo lamento, essa corse ad attingere al canale un po' d'acqua col palmo delle mani e ne spruzz la fronte della giovinetta, che rinvenendo gett un grido di gioia.
Due voci la richiamarono alla vita, due voci che le erano care ed adorate! le parve di destarsi da un sogno ma non era un sogno... ella sent un tocco ardente infuocargli le labbra, era un bacio di Adolfo! sent un palpito anelante sul suo cuore che rinasceva alla vita... ed ella si trov tra le braccia del giovane e di Marta ebbra di quell'estasi per cui si benedice anche alla sventura quando sia il prezzo di quei sovrumani godimenti a cui non si arriva che per la via del dolore, che solo ne consente di misurare il palpito della felicit!
Qui ha fine la leggenda... Angela e Marta appresero da Adolfo come fin Enrico il fratricida su cui egli aveva vendicate le innumerevoli colpe. Il suo cadavere rimasto l, dove fu spento, sar stato portato via dall'acqua in qualcuna delle frequenti inondazioni a cui Mantova andava soggetta, oppur consumato dal tempo si sar rifatto polvere e materia. Angela e Adolfo in un alla vecchia Marta che portava alla fanciulla un affetto di madre, affezione che nasceva in lei per l'opera istessa del beneficio che aveva compiuto, si recarono al paesello dove era morta Giulietta, e dove egli si rec a deporre sulla tomba del padre il pugnale insanguinato che ne aveva vendicato l'assassino infame. Vi trovarono la povera Margherita che fu beata di poter morire consolata dal bacio del suo figlioccio, essa si faceva raccontare tutte le sere dalla vecchia Marta la storia del Palazzo del Diavolo, storia che narrava poi a tutti i ragazzi del paese. Il marchese ritornato dalla sua missione, stanco dei tumulti della vita politica si ritir a viver tranquillo coi suoi figli.
In quel piccolo paesello allegrato da un vago sorriso di sole che indora le acque del suo lago, qualche vecchio si ricorda ancora la leggenda del Palazzo del Diavolo, che aveva sentita raccontare da bambino. Dopo d'allora egli fu disabitato per molto tempo e si vociferavano sul suo conto truci storie di spiriti e di folletti; si diceva che l'anima del nipote del Mago, o del misterioso signore della Casa della Valle vi si aggirasse di notte gemendo e mandando grida indemoniate.
Oggi la prosa del secolo ha fatto del suo vasto salone, al quale rimane appena alcun vestigio dell'antica splendidezza, un magazzeno ove s'ammucchiano le granaglie... I topi si ingrassano e vi s'aggirano despoti e signori invece delle anime dei morti; vi ballan la ridda fra le sacca correndosi dietro per tutta l'ampia vastit del locale, mettendo fuori dalle fenditure il loro musino vispo ed allegro. Le loro nere ed ardenti pupille brillano di notte d'una luce fosforica, per cui qualche buon paesano si sar anche oggi giorno spaventato credendole qualche spirito che sia ritornato all'antico suo albergo. Tutto vi  diroccato... n pi v'ha forma di ci che fu. Si  fatto del cortile uno stallo ove fanno capo i carrettieri nei giorni di mercato; si sono aperte al pian terreno botteghe di ferro rotto, di modiste e di falegnami; v' un'osteria ove vado anch'io a cena qualche volta! Vicino al luogo ove si sono compiuti gli ultimi avvenimenti che fanno parte di questo racconto, cantano e lavorano battendo il bucato allegre lavandaje senza paura che dalla porticina sprangata che mette alla stanza allagata, esca fuori l'ombra di qualche morto a far gelare sul loro labbro il canto col quale si rendono meno pesante il lavoro. Tutto  scomparso e non vi resta pi che un informe ammasso di pietre che sparir esso pure un giorno, se non al tocco della magica bacchetta dei maghi antichi, per l'opera pi proficua di qualche centinajo di mille franchi che cercheranno un mezzo di moltiplicazione imbellettandone la fisonomia per farne tanti mezzanini moderni da noleggiare ad usum...
Onde coprir le spese
Per tanti franchi al mese!
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FINE.